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I gradi dell’umiltà

«Dunque il primo grado dell'umiltà è quello in cui, rimanendo sempre nel santo timor di Dio, si fugge decisamente la leggerezza e la dissipazione, si tengono costantemente presenti i divini comandamenti e si pensa di continuo all'inferno, in cui gli empi sono puniti per i loro peccati, e alla vita eterna preparata invece per i giusti.

Il secondo grado dell'umiltà è quello in cui, non amando la propria volontà, non si trova alcun piacere nella soddisfazione dei propri desideri, ma si imita il Signore, mettendo in pratica quella sua parola, che dice: "Non sono venuto a fare la mia volontà, ma quella di colui che mi ha mandato".

Terzo grado dell'umiltà è quello in cui il monaco per amore di Dio si sottomette al superiore in assoluta obbedienza.

Il quarto grado dell'umiltà è quello del monaco che, pur incontrando difficoltà, contrarietà e persino offese non provocate nell'esercizio dell'obbedienza, accetta in silenzio e volontariamente la sofferenza e sopporta tutto con pazienza, senza stancarsi né cedere secondo il monito della Scrittura: "Chi avrà sopportato sino alla fine questi sarà salvato".

Il quinto grado dell'umiltà consiste nel manifestare con un'umile confessione al proprio abate tutti i cattivi pensieri che sorgono nell'animo o le colpe commesse in segreto, secondo l'esortazione della Scrittura, che dice: "Manifesta al Signore la tua via e spera in lui".

Il sesto grado dell'umiltà è quello in cui il monaco si contenta delle cose più misere e grossolane e si considera un operaio incapace e indegno nei riguardi di tutto quello che gli impone l'obbedienza,

Il settimo grado dell'umiltà consiste non solo nel qualificarsi come il più miserabile di tutti, ma nell'esserne convinto dal profondo del cuore
L'ottavo grado dell'umiltà è quello in cui il monaco non fa nulla al di fuori di ciò a cui lo sprona la regola comune del monastero e l'esempio dei superiori e degli anziani.

Il nono grado dell'umiltà è proprio del monaco che sa dominare la lingua e, osservando fedelmente il silenzio, tace finché non è interrogato.

Il decimo grado dell'umiltà è quello in cui il monaco non è sempre pronto a ridere, perché sta scritto: "Lo stolto nel ridere alza la voce".
L'undicesimo grado dell'umiltà è quello nel quale il monaco, quando parla, si esprime pacatamente e seriamente, con umiltà e gravità, e pronuncia poche parole assennate, senza alzare la voce, come sta scritto: "Il saggio si riconosce per la sobrietà nel parlare".

Il dodicesimo grado, infine, è quello del monaco, la cui umiltà non è puramente interiore, ma traspare di fronte a chiunque lo osservi da tutto il suo atteggiamento esteriore, in quanto durante l'Ufficio divino, in coro, nel monastero, nell'orto, per via, nei campi, dovunque, sia che sieda, cammini o stia in piedi, tiene costantemente il capo chino e gli occhi bassi; e, considerandosi sempre reo per i propri peccati, si vede già dinanzi al tremendo giudizio di Dio, ripetendo continuamente in cuor suo ciò che disse, con gli occhi fissi a terra il pubblicano del Vangelo: "Signore, io, povero peccatore, non sono degno di alzare gli occhi al cielo"».

(Dalla Regola di San Benedetto da Norcia, capitolo 7^)

E’ colpa del manico

La prima volta che mi fu detta quella frase, mi sono offeso per una settimana. Ma a ben pensarci però era vero (e avevano ragione a dirmela). Per delle superficialità che andavo collezionando, mi fu detto «se la scopa non funziona, la colpa è del manico». Immaginatevi quanto può pulire bene una scopa se ha il manico mollo. Se le cose non vanno bene la colpa dunque è sempre di chi ha la responsabilità di comandare, dell’autorità, di chi è a capo. Un padre, una madre, un responsabile di un gruppo, un capoufficio, un comune, uno Stato... Lo Stato. « Sì, ma siamo in democrazia ». E’ vero, ma anche in democrazia c’è sempre chi deve comandare o meglio guidare gli altri. Cioè quelli che sono eletti da popolo (demos) e che dovrebbero farlo sempre: tutti insieme, per il bene comune. Altrimenti dobbiamo farci venire dei seri dubbi che essa non funzioni come in teoria. 

Ricordavo quella frase della scopa quando ho sentito l’ennesima notizia che confermava per l’ennesima volta che in Italia troppe cose funzionano male o non funzionano affatto. Se c’è qualcosa che non va bene, la colpa è sempre di qualcuno. Oggettivamente. Qualcuno che però non paga mai, da anni annorum. E’ vero che è forte in noi la cultura della non-responsabilità, ma la colpa di ogni cosa resta sempre personale e non possiamo incolpare, come gli antichi romani, il Fato —esterno e superiore a tutti— a cui erano subordinati persino gli Dei. Non c'è più. (Possiamo però incolpare il peccato originale, ma esso sta dentro di noi e la fattispecie dunque non cambia). E così decennio dopo decennio, il manico continua a non funzionare. 

Di fronte a una situazione che sembra ormai ineluttabile, noi povero popolo italiano possiamo o contribuire allo sfacelo (come mi pare stiamo facendo) lasciando andare a picco la nave con noi sopra, senza muovere paglia, oppure volere bene all’Italia e amarla e renderla più bella che mai (ha solo un cancro al cervello, ma tutto il resto funziona). Ai tempi dello scrittore inglese G. K. Chesterton Pimlico era il quartiere più brutto di Londra. Scriveva dunque così: « Se gli uomini amassero Pimlico come le madri amano i loro figli, arbitrariamente, perché è loro, Pimlico in uno o due anni diventerebbe più bella di Firenze. [...] Questo è il modo, di fatto, in cui le città divennero grandi. [...] La gente cominciò prima a rendere onore ad un luogo, e poi guadagnò gloria in suo nome. Gli uomini non amarono Roma perché era grande. Roma fu grande perché gli uomini l'avevano amata » (Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia). Noi italiani abbiamo un passato di santi e eroi tostissimi, di gente grande e brava, straordinaria. Andiamo avanti così, buon sangue non mente, ricordiamoci chi siamo e riprendiamo a costruire opere grandi e piccole, amiamo l’Italia, sosteniamoci (e non sosteniamo un modo pessimo di vivere). E abbiamo tanta Fede in Dio senza la quale non costruiremo mai nulla di bello e di solido. Né per la nostra vita, né per il mondo.
Il Pio

Un tempo l’arte si capiva

Un tempo l’arte era chiara. Si capiva. Davanti a un quadro di Caravaggio o a un affresco del Masaccio ci si può rimanere fermi anche diverso tempo a rimirare la cura dei minimi particolari. Non so se lo stesso potrebbe avvenire davanti ai dipinti realizzati con il lancio casuale della vernice sulla tela, o pieni di segni colorati geometrici, ancorchè questi valgono diversi soldoni e sono opere d’arte certificate. Una volta a Venezia vidi ai lati di una piccola piazza quattro cesti alti di filo di ferro pieni di lattine: ogni cesto conteneva lattine dello stesso colore, il primo blu, il secondo arancione, il terzo verde e il quarto giallo. Da buon provinciale pensai che quella faccenda riguardasse la raccolta differenziata; l’architetto che era con me rimase inorridito da tanta ignoranza e mi rivelò che si trattava di un’opera d’arte moderna. « E che significa? », « non lo so, —mi rispose— ma è un’opera d’arte ». Un quadro di Caravaggio lo capisco. Un dipinto del Masaccio pure…

A proposito del Masaccio. La « cacciata di Adamo e Eva dall’Eden » è un’opera d’arte bella e pure significativa. E’ la “fotografia” dell’istante in cui Dio caccia i nostri progenitori dal Paradiso Terrestre perché avevano fatto l’unica cosa che non dovevano fare; una cosa sola non dovevano fare e quella hanno fatto: mangiare del frutto che gli era proibito. Avevano tutto, potevano tutto, avevano Dio per amico, stavano benissimo, potevano vivere per sempre senza malattie, quasi come degli angeli…  ma erano anche liberi e hanno voluto fare di testa loro senza ascoltare quello che Dio gli aveva detto. E hanno perso tutto. Non siamo così pure noi? L’uomo è stato creato libero e questa libertà deve saper gestire per tutta la vita. Ogni nostro atto libero infatti comporta una responsabilità, una conseguenza, in bene o in male. E tutta la vita si gioca sulla libertà di aderire o meno a quello che Dio vuole da noi. Il peccato originale, allora. Il Catechismo parla di peccato “contratto” e non “commesso” perché è il peccato commesso dai nostri progenitori che è rimasto inciso indelebilmente nella natura umana decaduta e passato così di figlio in figlio, fino a noi. Un “vizio di fabbrica”, una tendenza naturale al peccato e alla disobbedienza, che ci portiamo dietro dall’inizio della storia, per tutta la vita e ci condiziona tutta la vita. Ed è anche la spiegazione più scientifica del perché c’è il male sulla terra. Nessuna filosofia, nessuna teoria psicologica, nessuna formula educativa, sono riuscite a dare una spiegazione al male nell’uomo e dunque sulla terra. Anche perchè non è per niente vero che l’uomo nasce buono e poi il “sistema” lo fa diventare cattivo. Guardate allora i bambini appena nati (cioè quando il “sistema” non li ha ancora contagiati): già litigano fra di loro, si menano, si rubano le cose e appena riescono a parlare, dicono le bugie ai genitori. Non è il sistema esterno, ma qualcosa di interno all’uomo che lo fa tendere al male. Il peccato originale, appunto. Dobbiamo fare di tutto per contenerlo e per questo ci aiutano i sacramenti, la preghiera, il dominio di sé, il voler bene a Gesù, il fare del bene… Ma dobbiamo sapere che ce l’abbiamo tutti quel “vizio di fabbrica”, perché tutti siamo figli di Adamo e Eva. Per contenerlo e combattere  i suoi effetti, bisogna sapere innanzitutto che c’è.

Prima dicevo delle opere d’arte che si capiscono. Il Masaccio disegna oltre a Adamo e Eva che si allontanano coi volti distrutti e sfatti per il rimorso, anche l’Angelo che caccia i progenitori indicando loro col braccio di uscire. Ma proprio nell’affresco a fianco a questo, seguendo la direzione del dito dell’Angelo si arriva alla testa di Gesù. E’ Lui che ci aiuta a affrontare questa nostra tendenza al male e che ci può salvare. L’arte una volta si capiva. Anche altre cose si capivano, ma solo perché si dicevano.
Il Pio

« Chi è Dio? »



Nel 1995 avevamo invitato una persona a fare una conferenza sul beato Pier Giorgio Frassati. La conferenza andò benissimo. Ma il fatto è che —dopo venti anni— mi sono ricordato di un’altra cosa che vi voglio raccontare. Quel conferenziere iniziò facendo a tutti una domanda. «Chi è Dio?». In platea c’erano circa duecento persone: un 95% erano giovani, diplomati, universitari, laureati e lavoratori, oltre a un buon numero di responsabili di Movimenti ecclesiali e un 5% era composto da nonne. Il 95% dei presenti non seppe rispondere assolutamente nulla, nemmeno a balbettare qualche concetto e restò muto, sapendo di non sapere. Le nonne, poco meno di una decina, intruppate tutte su una fila centrale,  con la loro borsetta sulle gambe, dissero tutte insieme, a voce alta e senza esitare «Dio è l’essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra». Cioè quello che insegnava il Catechismo di San Pio X. Le nonne, dopo più di cinquant’anni dal giorno in cui avevano finito di andare a catechismo, se lo ricordavano bene e se avesse fatto altre domande, la risposta sarebbe arrivata fulminea. I giovanotti “istruiti” non sapevano invece nulla. Mi capitò di fare una domanda a dei ragazzi su cosa significasse “epifania” e che significato avesse la festa del 6 gennaio. La risposta quasi corale fu che la parola deriva da “befana”.  Con una ragazza fresca fresca di prima comunione  il discorso per caso cadde sui Dieci comandamenti: non ne sapeva minimamente l’esistenza, non ne aveva mai sentito parlare. Che dire dunque? Nulla. I lettori di questo post traggano le considerazioni che la loro coscienza gli consiglia. Io per conto mio sto leggendo il Catechismo di San Pio X e sto scoprendo —anzi, conoscendo— tante belle cose della nostra Fede.

Si deve conoscere molto bene la nostra fede, altrimenti tutto diventa opinabile e discutibile e l’eresia, anzichè qualcosa da non seguire assolutamente e da combattere, diventa solo un modo democratico di vedere diversamente la stessa cosa e il corollario modernissimo e attualissimo è subito fatto: «le idee vanno rispettate tutte!» (E perché? Ve lo siete mai chiesto? La persona va rispettata, non le…). Nulla delle fede deve essere opinabile o discutibile, né deciso democraticamente. La Chiesa deve conservare il Depositum fidei lasciato da Gesù. E la fede, fondata —appunto— su quel Depositum fidei, è quella faccenda che ci salverà l’anima e ci farà vivere bene; e se ciò è giusto, allora essa deve essere chiara e senza possibilità di dubbi. E’ bene fissare nella nostra mente le fondamenta della fede perché così uno ce l’ha sempre a riferimento per distinguere il bianco dal nero.

«Per quale fine Dio ci ha creato?». «Dio ci ha creato per conoscerlo, amarlo, e servirlo in questa vita e per goderlo poi nell’altra in Paradiso». «Chi merita il Paradiso?». «Merita il Paradiso chi è buono, ossia chi ama e serve fedelmente Dio e muore nella sua grazia». «Quali danni cagionò il peccato di Adamo?». «Il peccato di Adamo spogliò lui e tutti gli uomini della Grazia e d’ogni altro dono soprannaturale, rendendoli soggetti al peccato, al demonio, alla morte, all’ignoranza, alle cattive inclinazioni e a ogni altra miseria e escludendoli dal Paradiso». Eccetera, eccetera. 

Gli speroni da cavaliere





« Come un padre che insegna a suo figlio a nuotare nella corrente del fiume e che è diviso fra due sentimenti.
Perché da un lato se lo sostiene sempre e lo sostiene troppo il bambino si attaccherà e non imparerà mai a nuotare.
Ma anche se non lo sostiene al momento giusto questo bambino berrà un sorso cattivo.
Così sono io quando insegno loro a nuotare nelle loro prove.
Anch’io sono diviso fra questi due sentimenti.
Perché se li sostengo sempre e li sostengo troppo 
Non sapranno mai nuotare da soli.
Ma se io non li sostenessi proprio al momento giusto
Questi poveri bambini berrebbero forse un sorso cattivo

Tale è la difficoltà, talmente grande.
E tale è la duplicità stessa, la doppia faccia del problema.
Da un lato bisogna che facciano la loro salvezza da soli
è la regola.

Ed è formale. Altrimenti non sarebbe interessante. Non sarebbero uomini.
Ora io voglio che siano virili, che siano uomini e che guadagnino da soli
i loro speroni di cavaliere.

Dall’altro non bisogna che bevano un sorso cattivo
Avendo fatto un’immersione nell’ingratitudine del peccato. Tale è il mistero della libertà dell’uomo, dice Dio, e del mio governo su di lui e sulla sua libertà.
Se lo sostengo troppo, non è più libero. E se non lo sostengo abbastanza, va giù.
Se lo sostengo troppo, espongo la sua libertà, se non lo sostengo abbastanza, espongo la sua salvezza.
Due beni in un certo senso quasi ugualmente preziosi.
Perché questa salvezza ha un prezzo infinito.
Ma che cosa sarebbe una salvezza che non fosse libera.
Come potrebbe qualificarsi
Noi vogliamo che questa salvezza sia acquisita da lui stesso
da lui stesso uomo.
Sia procurata da lui stesso.

Venga in un certo senso da lui stesso. Tale è il segreto,
Tale è il mistero della libertà dell’uomo
tale è il prezzo che diamo alla libertà dell’uomo.
Perché io stesso sono libero, dice Dio, e ho creato l’uomo a mia immagine e somiglianza.
Tale è il mistero, tale è il segreto, tale è il prezzo
Di ogni libertà.

La libertà di questa creatura è il più bel riflesso che c’è nel mondo della libertà del Creatore »


(Charles Péguy, Il Mistero dei Santi Innocenti)

Dio ha bisogno degli uomini

Nel 1950 usciva un film intitolato “Dio ha bisogno degli uomini”, non essendo nato in quegli anni, ho visto quel film diverso tempo fa e non è che ci ho capito tanto. Ma quel titolo faceva discutere: « non è Dio a aver bisogno degli uomini, ma il contrario esatto, è l’uomo che ha bisogno di Dio  » si diceva. Il film non mi era piaciuto, ma il titolo sì, perché mi faceva pensare e non è mi è mai sembrato sbagliato, così a sensazione; invece mi sembrava solo retorica, un po’ clericale, la frase contraria. Il titolo mi faceva riflettere, il contrario era invece una cosa scontata e non mi faceva pensare a nulla. Certo. L’uomo ha bisogno di Dio è vero. Non si discute. Se lo capissimo tutti, staremmo molto meglio. Ma in quel titolo c’era un barlume di verità che coglievo solamente, ma non mi spiegavo. Questo titolo mi è ritornato in mente (dall’angolo recondito del cervello di cui abbiamo parlato un po’ di tempo fa) oggi a messa. Al Vangelo si leggeva la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Gesù poteva sfamare tutti con niente, aveva già fatto tanti miracoli da niente. Però, quella volta, da grande educatore quale è, ha avuto bisogno che qualcuno liberamente gli portasse un po’ di pane e un po’ di pesci (tutto quello che aveva a disposizione per sé e la propria famiglia) e che qualcun altro poi con fede iniziasse la pazzia di distribuire (quei cinque pezzi di pane a oltre cinquemila persone affamate). Follia, che però nel campo di Dio spesso è santità, costruttrice di opere straordinarie, piccole o grandi che siano. In poche parole, ecco il concetto che mi mancava, dare tutto a Dio e vivere tutta la vita con Fede. Dio spesso ha bisogno della piena collaborazione degli uomini per operare il bene e per fare delle opere. Ha bisogno di tutto quello che siamo e della nostra Fede. E noi allora dobbiamo cooperare con Lui per realizzare il Regno suo. Ogni mattina dobbiamo svegliarci con l’idea di dover collaborare con Dio per realizzare il suo Regno. Per renderci uomini e per salvarci Dio ha bisogno della nostra piena collaborazione. Vuole tutto di noi non gli basta il 50%, o il 90% di noi stessi. Degli strumenti consapevoli di esserlo, non invece delle marionette oppure dei manager indipendenti, vuole avere sotto di sè. E se oggi vediamo che c’è poco bene nel mondo e che solo i cattivi e la cattiveria progrediscono, forse dobbiamo pensare a quanto scarsi siamo, a quanto poca fede abbiamo e quanta poca collaborazione Gli diamo. Forse dovremmo smetterla di assecondare il mondo, di lamentarci sempre e di collaborare invece con Nostro Signore, mettendo, come il giovinetto dell’odierno Vangelo, tutto quello che abbiamo a Sua disposizione, tutto, senza lasciare in tasca un pezzo di pane per la sicurezza di noi stessi, senza paura di restare “fregati” o di perdere tutto quello che abbiamo. Gesù ci promette il centuplo quaggiù e la salvezza eterna (e un po’ di persecuzioni).
Il Pio


Satana esiste / 2



Oggi vi voglio raccontare come è nata la preghiera di San Michele Arcangelo, di cui ho parlato in un post di qualche giorno fa e in cui ho riportato anche un breve messaggio di Medjugorje del 1982 in cui la Madonna raccontava di come satana si sia scatenato per attaccare la Chiesa, avendo ricevuto da Dio il permesso di farlo, ma per un secolo circa. Mi pare sia importante che si conosca. E che si reciti ogni giorno, quella preghiera. Prendo dunque spunto dal sito della Milizia di San Michele Arcangelo. « Molte persone, oggi anziane, ricordano che, prima della Riforma liturgica del Concilio Vaticano II, il celebrante ed i fedeli si mettevano in ginocchio, alla fine di ogni messa, per recitare una preghiera alla Madonna ed una al Principe degli Angeli, scritta dal papa Leone XIII » che così diceva: “San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia, contro la malvagità e le insidie del demonio sii nostro aiuto. Supplichevoli ti preghiamo: che Iddio lo domini! E tu, Principe delle milizie celesti, con il Potere che ti viene da Dio, ricaccia nell’inferno Satana e gli altri spiriti maligni che si aggirano per il mondo a perdizione delle anime.
Interessante è come questa preghiera è nata, proprio a seguito di una visione che ebbe il papa il 13 ottobre 1884. « Uno dei segretari di Leone XIII, padre Domenico Penchenino scrisse sull’origine di tale preghiera a San Michele: “Non ricordo l’anno preciso. Un mattino il grande pontefice Leone XIII aveva celebrato la Santa Messa e stava... assistendone ad un’altra di ringraziamento, come al solito. Ad un tratto lo si vide drizzare energicamente il capo, poi fissare intensamente qualche cosa, al di sopra del capo del celebrante. Guardava fisso, senza batter palpebre, ma con un senso di terrore e di meraviglia, cambiando colori e lineamenti. Qualcosa di strano, di grande, avveniva in lui. Finalmente, come rinvenendo in sé, dando un leggero ma energico tocco di mano, si alza ». Si precipitò dunque verso il suo ufficio senza dare la minima spiegazione. Leone XIII compose immediatamente una preghiera a San Michele Arcangelo, dando istruzioni al segretario della Congregazione dei Riti perché essa fosse recitata ovunque al termine di ogni Messa. Successivamente il Papa darà la sua testimonianza raccontando di aver avuto una terrificante visione dell'inferno: « ho visto la terra avvolta dalle tenebre e da un abisso, ho visto uscire legioni di demoni che si spargevano per il mondo per distruggere le opere della Chiesa ed attaccare la stessa Chiesa che ho visto ridotta allo stremo. Allora apparve S. Michele e ricacciò gli spiriti malvagi nell'abisso. Poi ho visto S. Michele Arcangelo intervenire non in quel momento, ma molto più tardi, quando le persone avessero moltiplicato le loro ferventi preghiere verso l'Arcangelo ».
« Il cardinale Nasalli Rocca, a tal riguardo, testimoniò: " Leone XIII scrisse egli stesso quella preghiera. Leone ebbe veramente la visione degli spiriti infernali che si addensavano sulla Città Eterna, e da quella esperienza venne la preghiera che volle far recitare in tutta la Chiesa" ».
E un po’ triste vedere ora che proprio nel momento in cui satana è scatenato contro la Chiesa, questa preghiera venga omessa e dimenticata, se non addirittura contestata.
Forse non a caso « nel 1987 Giovanni Paolo II, in visita al santuario di San Michele Arcangelo, sul monte Gargano, ebbe a dire: “Questa lotta contro il demonio, che contraddistingue la figura dell’Arcangelo Michele, è attuale anche oggi, perché il demonio è tuttora vivo e operante nel mondo. In questa lotta, l’Arcangelo Michele è a fianco della Chiesa per difenderla contro le tentazioni del secolo, per aiutare i credenti a resistere al demonio che come leone ruggente va in giro cercando chi divorare”. E ancora San Giovanni Paolo II, nel 1994 disse a proposito di questa preghiera: « “Anche se oggi questa preghiera non viene più recitata al termine della celebrazione eucaristica, invito tutti a non dimenticarla, ma a recitarla per ottenere di essere aiutati nella battaglia contro le forze delle tenebre e contro lo spirito di questo mondo” ». Potrebbe essere l’occasione questa per imparare e recitare questa bella preghiera a difesa nostra e della Santa Chiesa.

(Stralci e spunti dal sito www.miliziadisanmichelearcangelo.org, Don Marcello Stanzione).

Tempo relativo e vita eterna

Si dice normalmente che il tempo passa velocemente, ma non è vero. Quando ero bambino, la scuola prima e le estati poi, sembravano non finire mai, i giorni erano lunghissimi e tutto era un gioco e una scoperta. Poi al Liceo gli anni mi passavano, è vero, ma lentamente: quei 5 anni mi sono sembrati un’eternità; lo sviluppo, la barba, le prime cotte, gli studi classici, i discorsi profondi e le battute sagaci,… anche adesso mi sembra che essi siano stati più lunghi degli altri. Con l’Università il tempo ha preso una piega più veloce e la laurea è arrivata in un battito di ciglia. Con il lavoro il tempo è schizzato a velocità pazzesche e ora parlo degli anni ottanta come se fosse ieri (eppure sono passati da trent’anni!). Il tempo però non è veloce, casomai è relativo. Nel suo procedere a ritmi matematici, è relativo e passa veloce in proporzione all’età. Più si va avanti con gli anni e più essi (sembra che) passino veloci.

Ma il tempo è sempre lo stesso. E’ un orologio, è una misura, nient’altro: secondi, minuti, ore,… che non sgarrano mai di un secondo. Serve a poco giudicare il tempo. E’ più utile invece considerare che il punto non è il tempo che sia veloce, ma che noi ci avviciniamo al nostro “capolinea” (secondo una definizione atea della vita) o al nostro “destino” (secondo una visione più confacente alla fede che vorrei conservare per tutta la vita). Al capolinea infatti chiudi tutto e il viaggio è finito. Arrivare a destino invece è un’altra faccenda. Il destino è infatti la destinazione verso cui siamo tutti diretti, cioè l’arrivo, il “luogo” dove dobbiamo iniziare qualcosa di nuovo. Il cristiano sa che il cammino della vita, breve o lungo che sia, conduce a una destinazione, ha una destino appunto, non è un incedere inesorabile verso il nulla. La vita ha una destinazione: la vita eterna, o in Paradiso (magari passando temporaneamente in Purgatorio) o all’Inferno. Stiamo tutti, consapevoli o meno, andando verso il nostro destino. La velocità del tempo è dunque una sensazione su cui è inutile fermarsi a dare giudizi. E’ più vantaggioso invece considerare che stiamo procedendo, piano o velocemente, verso il nostro destino. E l’arrivo sarà in un luogo bello o brutto a seconda di come avremmo vissuto e della nostra fede (e pure —diciamolo senza timore— dell’ “imprevisto”, cioè di quanto avremmo accolto e richiesto la Grazia di Dio) .

La nostra cara fede ci insegna che non siamo nati per un caso e che la nostra vita ha un senso, un motivo. Come hanno un motivo la malattia, la sofferenza, la morte, proprio come la gioia, la salute, la vita… Tutto ha un senso.

La vita ha un senso e non è un correre casuale verso il nulla. Come fosse « un giorno dopo giorno, per andare dove? Tanto alla fine cala il sipario ». Si è vero che alla fine cala il sipario, ma dietro le quinte c’è la vita vera, la vita reale… che durerà un’eternità e in cui noi tutti saremo gli attori. Si vive male non pensando mai a dove si deve arrivare. Chi sa dove andare infatti, cammina sicuro, pensa a quali vie deve percorrere, si comporta in modo tale da potervi arrivare. Chi non lo sa, va o piano o di corsa, tanto non cambia, gira spesso a vuoto, perde tempo, si ferma,... non ha una mèta e la preoccupazione è dunque quella di far passare “bene” il tempo che è pur sempre un infamia. Ma esso è ciò che ci separa dal destino.  


Non so quando giungerò a destinazione, quando « scadrà l’affitto di questo corpo idiota » (usando le parole di una vecchia canzone di De Andrè). Spero solo che in quel giorno ci sarà Gesù a braccia aperte ad aprirmi la porta, insieme a tutti quelli che sono partiti prima di me e a tutti gli altri santi. La mia vita la voglio dirigere verso questo traguardo dove vorrei che fossero diretti anche tutte le persone che conosco e che ho incontrato. Prego spesso il Signore perché mi porti fino a Lui e prego anche che mi permetta di portarGli quanta più gente possibile.
Il Pio

Vai a giocare a pallamano!


Ora non solo gli atei, i pagani, i senzadio, contestano la Chiesa, ma anche i fedeli e i "pastori". Nel gioco del calcio, per esempio, nessuno critica il fatto che il pallone non si debba prendere con le mani: è così, ma se non piace quella regola, si può andare a giocare a pallamano. Se uno vuole entrare ad esempio nel  Partito Monarchico (che non so se esiste più) non può pretendere che tutti gli iscritti si aprano agli ideali repubblicani: se sei repubblicano, ti iscrivi in un altro partito. Il discorso non fa una piega, giusto? (Lo spero, perché oggi la logica naturale spesso viene messa in discussione). Per la Chiesa, caso dunque unico, non è così. Tutti hanno il diritto di rimproverarle qualcosa, tutti possono pretendere modifiche al suo millenario Credo. Tutti vogliono entrarvi e starci, però solo secondo le proprie regole. Ragioniamo un attimo: si pretende di entrare a tutti i costi, ma è il “padrone di casa” che deve cambiare le regole. Questo discorso invece, fa o no qualche piega? Molti pretendono che il catechismo debba essere modificato. E ora non più gli atei, i pagani, eccetera, ma anche cristiani, consacrati o meno, compreso alcuni vescovi, premono perché le “regole” da sempre valide, siano ora modificate per adeguarsi al mondo (che di Chiesa e religione peraltro, non ne vuole proprio sentire).

Il concetto dunque è che oggi bisogna aprirsi al mondo moderno per essere da esso accettati. (Gesù però non ci ha detto che saremmo accettati da tutti, anzi, il contrario esatto). Ci siamo chiesti perché mai dovremmo essere accettati e simpatici al mondo? Il mondo moderno ci propone ideali più grandi, belli, vivibili, alti, di quelli della Chiesa? Se la risposta è sì, apriamoci subito, ma se la risposta è no, conserviamo e difendiamo fino alla morte il “depositum fidei” della Chiesa. Che resta dunque l’unico appiglio per vivere bene... E per salvarci l’anima (lo dico così en passant perchè pare che oggi questo fatto non si debba  nemmeno prendere in considerazione: « sennò la gente si spaventa, scappa  e non viene più in chiesa » dicono infatti alcuni preti). Ma la storia ci ricorda che quando si cancellano vecchie regole e si aprono le porte, di tutti quelli che prima urlavano per entrare, entrano pochissimi, quelli che stavano dentro, conservatori e sempre fedeli, escono delusi. Il bilancio di previsione dunque non mi pare sia entusiasmante.

Le “regole” della Chiesa non sono mai imposizioni cattive, non sono inutili e ormai superate e dunque da abolire. Basta poi con il concetto che oggi è tutto cambiato e tutto deve cambiare: l’uomo è sempre quello di sempre, fatto di anima e corpo.

Le “regole” sono per me come “consigli”. « Vuoi vivere cristianamente? Vuoi sperare di salvarti l’anima? Segui Gesù Cristo, vivi nella Sua Chiesa, segui quanto Essa ti dice e il catechismo. Ma sappi sempre che sei libero, Dio ti ha fatto liberissimo e puoi fare come vuoi, anche il peggiore criminale, e sappi anche che le porte, se vuoi tornare, sono sempre aperte, se ti converti e cambi vita. Se non vuoi tornare rischi che ti perdi e non ti ritrovi più. Per sempre. Ma sei libero anche di perderti e non tornare indietro per coerenza ».

Ma si possono dire queste cose, oggi? No, non è corretto! E allora si può rispondere senza rispetto umano (come faceva sempre il beato Pier Giorgio), « andate a quel paese: a me non importa niente di voi, ma solo andare dietro Gesù e alla Sua Chiesa? ». 
Il Pio

Satana esiste

 « Dovete sapere che Satana esiste. Egli un giorno si è presentato davanti al trono di Dio e ha chiesto il permesso di tentare la Chiesa per un certo periodo con l’intenzione di distruggerla. Dio ha permesso a Satana di mettere la Chiesa alla prova per un secolo, ma ha aggiunto: “Non la distruggerai”. Questo secolo in cui vivete è sotto il potere di Satana, ma – quando saranno realizzati i segreti che vi sono stati affidati – il suo potere verrà distrutto. Già ora egli comincia a perdere il suo potere e perciò è diventato ancora più aggressivo: distrugge i matrimoni, solleva discordie anche tra le anime consacrate, causa ossessioni, provoca omicidi. Proteggetevi dunque con il digiuno e la preghiera, soprattutto con la preghiera comunitaria. Portate addosso oggetti benedetti e poneteli anche nelle vostre case. E riprendete l’uso dell’acqua benedetta ». (Messaggio di Medjugorje del 14 aprile 1982).


Preghiera a San Michele Arcangelo 

San  Michele Arcangelo, 
difendici nella battaglia
contro le insidie e la malvagità del demonio, 
sii nostro aiuto.
Supplichevoli Ti preghiamo
che Iddio lo domini.
E tu, principe della milizia celeste,
con il potere che ti viene da Dio, 
ricaccia nell'inferno Satana e gli altri spiriti maligni,
che si aggirano per il mondo a perdizione della anime. Amen.

(Il 13 ottobre 1884, al termine della celebrazione della S.Messa, Leone XIII a seguito di una visione che ebbe, scrisse questa preghiera ordinando che venisse recitata al termine della S.Messa, in ginocchio. Nel 1964 le preghiere leoniane furono soppresse).

Da anni tutto al collasso

Da qualche parte in Italia parte della popolazione sta reagendo per evitare l’ingresso dei clandestini nelle loro zone. E’ facile urlare al razzismo e all’ignoranza; ma è meno facile pensare che quella gente sa benissimo che il problema ora sarà tutto loro e che saranno abbandonati a se stessi. Il problema esiste da anni annorum e nessuno ha mai pensato a risolverlo. Nessuno, ovviamente, di quelli che stanno in alto e hanno tolto le scale. Facciamo allora un breve riassunto. Anni fa iniziarono gli albanesi. E fu la prima invasione. Arrivarono prima con navi stracariche di gente e poi coi gommoni nella notte. Arrivarono a migliaia e migliaia. Dopo poco tempo si capì che la convivenza non era facile con questa popolazione. In alcune parti gli albanesi soppiantarono la criminalità nostrana (che non è certo tra le più buone). Nessuno li fermò. Poi arrivarono i rom. Loro potevano entrare più legittimamente dei primi, per via di una legge europea e dell’ingresso della Romania nella CE. Ne arrivarono a migliaia e migliaia. Pure coi rom nacquero subito diversi problemi di convivenza. (Uno deve anche temere a dire queste cose per non essere tacciato di razzismo e finire in tribunale. Ma questa è la realtà dei fatti e essa anche se non è mai politicamente corretta, non è razzista). Va detto però, con sincerità: i problemi non furono con tutti indistintamente, vennero in Italia anche persone buonissime e eccezionali (e ne conosciamo tante personalmente). Ora è la volta dell’Africa. Sono arrivati e continuano a arrivare in Italia a migliaia e migliaia. Da anni annorum la situazione è stata prima descritta “al limite del collasso”, ora proprio “al collasso” e “insostenibile”. Ora gli scontri con la popolazione e le reazioni di chi si sente abbandonato da uno Stato che non sa cosa fare. Ma se non sa cosa fare, se non pensa al proprio popolo, se mette le tasse e basta, che Stato è?  

Facendo i conti: tre invasioni di popoli nel giro di pochi anni. Quasi delle migrazioni, incontrollate. Io non capisco nulla di politica e di economia, ma qualcosa di questa faccenda, mi sembra che non vada poi tanto bene. Non è normale. Mi pare. In tutti questi anni (circa trenta) abbiamo sentito tante parole, dibattiti anche accesi. Pochi fatti però (in trenta anni!): e questa, dobbiamo constatarlo, di nuovo e con amarezza, è la politica italiana. Si litiga e ci si scanna su tutto, la colpa è sempre del Primo ministro a prescindere se di destra o di sinistra, tutti hanno la soluzione del problema in mano (soprattutto in TV o su Twitter), ma tutti sembrano d’accordo silenziosamente a fare meno possibile per il popolo.  

Il popolo lo sa e ha paura e vorrebbe vedere che i suoi Rappresentanti intendono fare qualcosa, sono seri, almeno li vorrebbe vedere preoccupati (magari solo per finta), invece vede che parlano parlano, pensano a altro e se ne vanno a casa per il week end, già da venerdì. I politici ormai vivono quasi tutti in un altro mondo e stanno lontanissimi dal popolo e dalle sue esigenze. Si può sperare che possa cambiare questa mentalità e questa visione del mondo? Sì, ma non per legge, non per sentenza, non per imposizione, ma solo se qualcosa cambia nel cuore degli uomini. Di tutti gli uomini.
Il Pio


Il distributismo, la terza via



Uno è portato a pensare che al mondo possano esistere solo due sistemi economici: il capitalismo e il comunismo. Sistemi in netto contrasto tra loro. Non ci sarebbe dunque una terza via. A ben vedere essa c’è ed è anche quella “consigliata” dalla Chiesa. In pochi la conoscono, ma se dopo ci pensate un attimo non sarebbe proprio da scartare…
Il distributismo è una filosofia economica politica formulata da Gilbert Keith Chesterton, padre Vincent McNabb, e Hilaire Bleooc per applicare quei principi di dottrina  sociale della Chiesa Cattolica che affondano le proprie radici nell'esperienza benedettina (ora et labora) ed espressi modernamente nella dottrina di papa Leone XII contenuta nell' Enciclica Rerum Novarum e ulteriormente sviluppati da papa Pio XI nell'enciclica Quadragesimo Anno.
Secondo il distributismo, la proprietà dei mezzi di produzione deve essere ripartita nel modo più ampio possibile fra la popolazione generale, piuttosto che essere centralizzata sotto il controllo dello Stato (nel socialismo) o di pochi privati facoltosi (nel capitalismo). Chesterton a proposito diceva «Troppo capitalismo non significa troppi capitalisti, ma troppo pochi capitalisti ».  
In sostanza, il distributismo si distingue per la sua idea di distribuzione dei beni e dei mezzi di sostentamento, prima fra tutti la proprietà della casa. Il distributismo sostiene che, mentre il socialismo non permette alle persone di possedere proprietà (che sono sotto il controllo dello Stato), e il capitalismo permette solo a pochi di possedere, il distributismo cerca di consentire che la maggior parte delle persone diventino i proprietari dei mezzi di produzione e della propria casa. Questa distribuzione non si estende a tutti i beni, ma solo alle cose necessarie per l'uomo e la sua famiglia per sopravvivere con libertà e dignità.  
Il distributismo non è dunque né il capitalismo (cioè la plutocrazia o il collettivismo di pochi privati) né il socialismo (collettivismo pubblico). Ogni cittadino può liberamente e dignitosamente costruire la sua vita in questo modo, senza dover essere “servo” di qualcuno. Se ci pensate un attimo, dirigenti, dipendenti e operai campano perché glielo permette il capitalista cioè l’imprenditore (nel capitalismo) o lo Stato (nel socialismo): se perdono il posto di lavoro, non sanno di che vivere.  

Perché allora non provare a vivere secondo un modello di vita alternativo a quello standard di oggi? Come a esempio, una comunità di famiglie, con l’autorità della famiglia e la distribuzione dei beni a seconda delle necessità.  Questo potrebbe comportare meno lussi, meno superfluo e meno sprechi o avere uno stile di vita più modesto. Ci vuole anche tanta fantasia e tanta inventiva e certamente anche molto senso pratico, per creare un lavoro che sia remunerativo e permetta la sopravvivenza di tutti.

Viviamo in tempi oscuri, ma il Signore non smette mai di operare. Ma senza la Fede non possiamo realizzare i sogni. La Fede è fondamentale. Si parte sempre dal piccolo, dal modesto, da piccole iniziative. L’alternativa a questo bellissimo modo di vivere è aspettare che le cose le facciano gli altri.
Il Pio

Persone e risorse

Anche le parole contano. Hanno il loro peso e bisogna utilizzarle secondo ciò che significano effettivamente. Un tempo, quando si studiava il latino sin dalle scuole medie e le parole si pesavano, si usava un linguaggio quasi giuridico per esprimersi. Oggi il politicamente corretto è entrato nel nostro linguaggio livellando tutto. Guai a chiamare uno spazzino così, è un operatore ecologico, oppure un handicappato così, è un diversamente abile. Restano sempre spazzini e handicappati, ma è un’altra cosa! Allora, se è così, io non voglio essere più considerato un “pelato” ma un “diversamente capellone”. Bene. La cosa però non mi conforta, in verità. Il problema infatti non è degli spazzini, nè degli handicappati (o dei pelati), a cui non gliene importa nulla delle parole. Il problema è di chi ci continua a imporre un modo di pensare che si ostina a inquadrare la realtà in riquadri ristretti e stupidi. Per esempio. Da diversi anni molte imprese hanno cambiato il nome della loro “Direzione del personale” in “Direzione delle Risorse Umane”. Benissimo. Sembra che abbiano fatto un passo in avanti nella Giustizia e nel Rispetto dei diritti umani e abbiano migliorato la loro immagine, uscita dal vecchiume da Ancien Regime. « Sei per noi una Risorsa! ». Bene. Noi dipendenti rimaniamo sempre dipendenti, con gli stessi problemi di prima e lo stesso stipendio. Ma ora siamo “Risorse”!  

Ma io preferivo che fossi ancora ritenuto una “persona” non una “Risorsa”. Non solo perché ora sono distinto sì, nettamente dalle Risorse tecniche, ma pur sempre messo nel loro stesso Capitolo di costi e ammortamento. La parola persona comprende il fatto di essere anche risorsa, ma non è vero il contrario. E quando infatti l’Azienda non mi considererà più una Risorsa, perché non rendo più come dovrei rendere, sono più lento e meno aggiornato, non sarò più nulla, non esisterò, e come un vecchio PC o una vecchia macchina per cucire, non servirò più a nulla e sarò giustamente “messo nel cassonetto differenziato” e sostituito. Preferisco essere considerato una persona tutta intera.
Il Pio

Nemmeno di fronte ai leoni




« Sono passati regni, popoli, culture, nazioni, ideologie, potenze, ma la Chiesa fondata su Cristo, 
nonostante le molte tempeste e i molti peccati nostri, rimane fedele al deposito della fede, nel servizio, perché la Chiesa 
non è dei Papi, del vescovi, dei preti e neppure dei fedeli, è soltanto di Cristo. 
Solo chi vive in Cristo promuove e difende la Chiesa con la santità della vita»...

«La chiesa delle origini era assediata dalla persecuzioni atroci dei cristiani, disumane, inspiegabili, purtroppo ancora oggi presenti in tante parti del mondo, spesso sotto gli occhi e nel silenzio di tutti… Eppure la storia ci insegna l’esempio dei credenti che hanno amato i loro persecutori e che non si vergognano del nome di Cristo e della sua croce, né di fronte ai leoni ruggenti, né davanti alle potenze di questo mondo»
(Papa Francesco, 29 giugno 2015).

Ermanno lo storpio

Si diceva prima che tutti siamo chiamati alla santità. Dunque tutti ce la possiamo fare. Il bel traguardo è la salvezza della nostra anima e di quanta più gente possibile. Non si tratta né di bravura, né di fortuna, né  di carattere, né di situazioni favorevoli e dunque “chi sì” e “chi no” a priori. Tutti siamo chiamati. Si tratta di vivere e non vivacchiare. Si tratta di avere fede in Gesù e mai staccarsi da Lui tutti i giorni, in tutti gli istanti della nostra vita. Si tratta di voler lavorare per il Regno di Dio quotidianamente, in qualunque vita, in qualunque situazione, in qualunque corpo siamo chiamati a vivere. Come siamo, come Dio ci ha fatti: se siamo così, se ci ha fatto così, un motivo valido ci sarà. Incomprensibile forse, ma c’è. Pensiamo allora a Ermanno lo storpio o il “contratto”. Nacque il 18 luglio 1013 dal conte Wolfrat di Altshausen. Fu professore a Reichenau e a trent'anni entrò in monastero. Lavorò fino agli ultimi anni di vita. La preghiera del Salve Regina che ancora si canta nelle chiese fu quasi sicuramente, composta da Ermanno di Reichenau, meglio conosciuto come Ermanno lo storpio. Lo chiamavano anche “il contratto”. Aveva gli arti come attorcigliati a impedirgli non solo di camminare normalmente ma anche di trovare pace disteso o seduto nella sedia costruita apposta per lui. Fu monaco e fine studioso. A essere in grado di scrivere ci arrivò probabilmente dopo un lungo allenamento per addomesticare le mani a rispondere alla mente. Chi descrive la sua vita non parla di un handicappato abbandonato, ma di un piccolo affidato alle amorevoli cure dei monaci e diventato presto un compagno prezioso per i religiosi. Misteriosamente in Ermanno la malattia non genera cinismo bensì un’umanità ricca, rigogliosa, coinvolgente. Così la biografia parla di un uomo «piacevole, amichevole, conversevole; sempre ridente; tollerante; gaio; sforzandosi in ogni occasione di essere galantuomo con tutti». Quello che doveva essere un peso diventa presto l’orgoglio del monastero e la sua fama arriva fino all’imperatore Enrico III e a papa Leone IX. Morì di pleurite il 24 settembre 1054 a 41 anni. Ermanno fu sepolto a Altshausen, nei possedimenti di suo padre, ma la sua tomba è oggi sconosciuta. Il suo culto fu poi confermato dalla Chiesa Cattolica nel 1863 da Papa Pio IX. Viene festeggiato, secondo il calendario dei Benedettini il 24 settembre,. « Ermanno ci dà la prova che il dolore non significa infelicità, né il piacere la felicità » (C. Martyndale, Santi, Jaca Boock).

Tutti siamo chiamati a divenire santi



La dignità dei fedeli laici ci si rivela in pienezza se consideriamo la prima e fondamentale vocazione che il Padre in Gesù Cristo per mezzo dello Spirito rivolge a ciascuno di loro: la vocazione alla santità, ossia alla perfezione della carità… 
Tutti nella Chiesa, proprio perché ne sono membri, ricevono e quindi condividono la comune vocazione alla santità. «Tutti i fedeli sono invitati e tenuti a tendere alla santità e alla perfezione del proprio stato». 

La vocazione dei fedeli laici alla santità comporta che la vita secondo lo Spirito si esprima in modo peculiare nel loro inserimento nelle realtà temporali e nella loro partecipazione alle attività terrene... E' ancora l'apostolo ad ammonirci: «Tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre»... 

«Né la cura della famiglia né gli altri impegni secolari devono essere estranei all'orientamento spirituale della vita». 

Agli occhi illuminati dalla fede si spalanca uno scenario meraviglioso: quello di tantissimi fedeli laici, uomini e donne, che proprio nella vita e nelle attività d'ogni giorno, spesso inosservati o addirittura incompresi, sconosciuti ai grandi della terra ma guardati con amore dal Padre, sono gli operai instancabili che lavorano nella vigna del Signore, sono gli artefici umili e grandi — certo per la potenza della grazia di Dio — della crescita del Regno di Dio nella storia…

(Esortazione Apostolica, Christifideles Laici di Sua Santità Giovanni Paolo II) 

Adesso so

Anni fa mi ero messo in testa di leggere la Bibbia. Era successo che avevo incontrato per la strada un Testimone di Geova. Allora ero giovanissimo e poco sapevo della Scrittura, delle questioni di fede, delle differenze... Poco conoscevo della materia, ma come per istinto sapevo che era bene restare nella Chiesa, senza sapere il perché e il per come e così navigavo a vista. Per questo sarebbe bastata una piccola “spintarella” (una ragazza carina, un amico forte…) per mandarmi fuori strada e perdere tutto. Il mio carattere infatti non è tanto forte e la mia fede debolissima, non so quale santo mi ha tenuto la mano sopra la testa fino a oggi: lo devo ringraziare per avermi conservato cattolico. E poi quanto sono importanti gli amici buoni, quelli disposti anche a trattarti male per non farti cedere, quelli che ti vengono a cercare quando ti sei perso, quelli che ti richiamano all’essenziale, anche a costo di vedersi insultati e maltrattati… quanto è impostante una compagnia di amici così… quanto sarebbe bello se tutti avessero una compagnia buona. Ma riprendiamo il discorso di prima.

Quel giovane Testimone di Geova dalla faccia simpatica mi fermò per la strada e mi disse che studiava le sacre scritture per due ore al giorno. E che da nessuna parte del Testo sacro c’era scritto che Gesù fosse Dio, quindi era una invenzione della Chiesa, (quindi: che restavo a fare in essa se è mentitrice?). 

La tattica è sempre quella di mettere prima il dubbio nel cuore delle persone e aperta una breccia, entrare facilmente. E il dubbio mi era venuto davvero e esso mi lacerava. Caso volle che quel giorno era una domenica e stavo andando a messa. E proprio in quella messa il vangelo spiegava che Gesù e il Padre erano la stessa cosa. Capì che la situazione era seria e che dovevo prepararmi per non cadere più nel dubbio. E così, con questo spirito, iniziai a leggere la Bibbia.  Non la riuscì a finire, ma non rimasi sprovveduto come prima. Non volevo più cadere. Volevo restare nella Chiesa.

Una delle parti della Bibbia che mi colpì fu quella in cui Abramo doveva uccidere il figlio Isacco e lo avrebbe fatto, senza capire, senza un perché, a malincuore, ma lo avrebbe fatto perché glielo aveva chiesto Dio. Lo avrebbe fatto di sicuro, se un Angelo del Signore all’ultimo momento non gli avesse fermato la mano. 
E quell’ Angelo gli disse « adesso so… ». Adesso, non prima. E compresi che spesso il Signore fa così con noi, ci fa passare attraverso certe strade dure e incomprensibili, che secondo noi non meritiamo di percorrere, perché vuole sapere (e farci sapere) che fede abbiamo che amore abbiamo. Dopo, al termine, se siamo restati fedeli nonostante tutto, ci dice « adesso so! ». Adesso, non prima. 

La nostra libertà significa anche questo: -come dice Peguy- ci dobbiamo conquistare da soli gli speroni da cavaliere. La nostra vita ci mette spesso dinnanzi a prove che non capiamo... Adesso, non prima.  
Il Pio

Noi, il Capitan S. e il Generale Kanzler


Uno dei fatti di cronaca che negli ultimi tempi più ci ha colpito è stato certamente quello della bella e grande nave da crociera che è affondata per aver agganciato gli scogli a seguito di una inutile manovra del suo capitan S. poi scappato lasciando praticamente allo sbando i suoi passeggeri e il suo personale. Sicuramente la vicenda di tal capitan S. ha colpito tutti e ancora oggi, a ripensare alla vicenda, riproviamo sdegno e scandalo per quel comportamento, disapprovandolo tutti unanimemente.

Tutti abbiamo in testa infatti l’immagine del capitano che abbandona per ultimo la nave che affonda, dopo aver messo tutti in salvo o che altrimenti affonda insieme a essa. Per questo ci scandalizza ancora il capitan S. 

Ma guardiamoci un po’ intorno. Quanti Capitan S. (se non peggiori) troviamo accanto a noi? Quanti medici pensano più alla carriera e ai soldi che ai propri ammalati? Quanti infermieri hanno più a cuore l’orario sindacale e il rispetto dei loro diritti, che la sofferenza che vedono attorno a loro ogni giorno? Quanti politici non fanno il loro dovere? Quanti dirigenti e funzionari pubblici non pensano minimamente allo Stato e ai propri cittadini, cercando invece solo il Potere e il tornaconto? Quanti manager abbandonano in mezzo alla strada, senza il minimo problema, dipendenti e impresa, se il budget raggiunto non è quello previsto o se non guadagnano quello che vorrebbero guadagnare? Quanti impiegati lavorano limitandosi a dare il minimo, se non il peggio di sé in ogni cosa che fanno, scansando tutto il possibile, disinteressandosi completamente dell’azienda e dei colleghi? Quanti genitori abbandonano i figli piccoli e il coniuge per andare con un altro partner? Quanti vivono ogni giorno disinteressandosi di tutto e di tutti, pensando solo al proprio comodo? Quanta gente oggi vive così? Quanti di noi al posto del capitan S., si sarebbero comportati esattamente nello stesso modo, lasciando tutti, per pensare a sé stessi? Tutti hanno nel cuore l’immagine del capitano che coraggiosamente e con posa da statua del Risorgimento affonda insieme alla propria nave. Tutti si scandalizzano ancora del capitan S. Ma molti nella propria vita si comportano ogni giorno proprio come lui.

Il fatto è che oggi il mondo insegna che il valore, l’onore, la fedeltà, il sacrificio, la dignità, l’eroismo, il fare il proprio dovere ogni giorno, l’amore per la famiglia, per la Patria, per Dio e la Chiesa, sono disvalori, fuori moda ed il seguirli una idiozia: ognuno deve pensare solo a stare tranquillo, anche a scapito dei vicini. E questi concetti gran parte di noi li ha accettati tutti e li testimonia apertamente. Però pretendiamo di vedere il capitano che affonda con la nave in posa da statua etc. etc.

E a me viene in mente invece il Generale Kanzler, comandante dell’esercito pontificio ai tempi di Pio IX, ultimo Papa re. Fedelissimo al Pontefice, cristiano esemplare e ottimo soldato, intelligente e colto, fu una delle più nobili e cavalleresche figure della vecchia Roma papale. Consacrò la propria vita alla difesa e al servizio della città. Guidò sempre con onore e coraggio le truppe pontificie fino alla Breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870 e alla resa di Roma all’esercito dei Savoia. Il 21 settembre tutto era ormai finito, l’esercito papale stava per sciogliersi definitivamente e gli stranieri accorsi a difesa del Papa stavano tornando sconfitti in patria, in questo momento triste e drammatico il Generale Kanzler volle salutare personalmente le sue truppe dicendo loro: “Soldati è giunto il momento in cui dobbiamo separarci… Roma è caduta, ma grazie al vostro valore e alla vostra fedeltà, alla vostra ammirabile unione è caduta onorevolmente… Addio cari commilitoni, ricordatevi del vostro capo il quale serberà indelebile e cara memoria di voi tutti”.    

W il Generale Kanzler allora e tutti quelli che hanno un cuore come il suo. W chi ama ancora Dio, il Papa e la Patria. Chi invece vuole essere come capitan S. si accomodi, ce ne sono già tantissimi in fila e di posti liberi ce ne sono molti. Ma poi nessuno si lamenti se un giorno si dovesse trovare da solo dentro una nave che affonda, con tutte le scialuppe di salvataggio occupate dal capitano e dal suo equipaggio.
Il Pio

Tristezza...


« Dovremmo veramente ricordare sempre che tutta la nostra tristezza, il malumore ed il disagio che riescono ad appropriarsi del tempo della nostra giornata, dipendono dal fatto che subiamo la maledizione di chi pone la sua fiducia in qualunque altra cosa che non sia quella Presenza nascosta dentro la nostra storia». 

(L. Giussani, Decisione per l'esistenza, Jaka Book, Milano 1978, p. 19).

Con quello che c'è...

"E nella famiglia – di questo siamo tutti testimoni – i miracoli si fanno con quello che c’è, con quello che siamo, con quello che uno ha a disposizione; e molte volte non è l’ideale, non è quello che sogniamo e neppure quello che “dovrebbe essere”. 

C’è un particolare che ci deve far pensare: il vino nuovo, quel vino così buono come dice il maestro di tavola alle nozze di Cana, nasce dalle giare della purificazione, vale a dire, dal luogo dove tutti avevano lasciato il loro peccato; nasce dal peggio: «dove abbondò il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5,20). 

In ciascuna delle nostre famiglie e nella famiglia comune che formiamo tutti, nulla si scarta, niente è inutile. 

(Stralcio dalla Omelia Del Santo Padre Francesco, Santa Messa per le famiglie, Parque de los Samanes, Guayaquil --Ecuador- Lunedì, 6 luglio 2015)

Delle cose moderne e delle cose vere

Anni fa per andare in vacanza in montagna si passava davanti a un grande albergo rosso. Si chiamava “Albergo Moderno”. Ogni volta che ci passavo davanti pensavo a come finisce ogni modernità. Infatti, quel palazzone, era stato “moderno”, perchè a vederlo, per quanto originariamente si fosse mostrato imponente nell’aspetto e pretenzioso nelle intenzioni, risultava ora vecchio e decrepito, con l’intonaco scolorito, le mura scrostate, le imposte chiuse con assi di legno; e quell’insegna appariva quasi come una beffa. Le parole “moderno”, “attuale” condizionano sempre i pensieri e gli ideali di tantissima gente, talvolta di intere generazioni, che non riescono a intuire che se una cosa oggi è moderna e affascinante, tra qualche anno sarà vecchia e sgradita. Caducità delle cose, si diceva in passato. L’Albergo Moderno ma ormai cadente e chiuso da anni, è l’evidenza che il tempo passa sempre e trascina tutto alla fine, dichiarando inesorabilmente vecchi o defunti, persone, ideali, concetti e cose, se essi non sono ancorati saldamente a dei punti fermi e veri. Solo le cose vere possono reggere al tempo. Non si può infatti vivere bene seguendo riferimenti mobili e temporanei e strade che finiscono nel vuoto.

Negli anni sessanta ad esempio, il famoso '68, l’ideale della modernità aveva portato in molti la “certezza” che tutto doveva cambiare e che il passato era tutto da buttare. Bob Dylan, famosissimo e bravissimo cantante americano, ad esempio, scrisse nel 1964 una canzone intitolata “The times they are a changin” cioè “i tempi stanno cambiando”. Nella penultima strofa così cantava: “Venite madri e padri da ogni parte del Paese e non criticate quello che non potete capire, i vostri figli e le vostre figlie sono al dì la dei vostri comandi, la vostra vecchia strada sta rapidamente invecchiando. Per favore andate via dalla nuova se non potete dare una mano perché i tempi stanno cambiando”. Ci sono tutti i concetti di fondo di quegli anni (“voi non capite”, “i giovani hanno capito”, “non dovete criticare”, “vietato vietare”, “i giovani sono liberi e da lasciare liberi”, “no alla vecchia strada”, “verranno tempi nuovi”...). Questa canzone fece un successo enorme.

I giovani in ogni epoca hanno criticato gli adulti e i genitori, ma si è sempre andati avanti ugualmente, avendo il passato, la tradizione, la religione, chiari dietro e il futuro, da capire stando sulle spalle di quelli di prima, davanti. In quegli anni invece, probabilmente per la prima volta nella storia del mondo, successe che gli adulti in massa si convinsero di essere in torto completo, di aver sbagliato tutto, che tutto il passato era da distruggere e da dimenticare e hanno seguito anche loro il mondo (moderno) e i tempi (che stavano cambiando). E’ forse successo qualcosa di simile anche nella Chiesa: per molti, oggi, tutto è iniziato solo dal Concilio Vaticano II (1962-1965) e non duemila anni fa e in venti altri Concili: tutto quello che fu precedente non è degno di considerazione e di tradizione (ma questo non si può dire e non lo dico).

Il tempo però è andato più lontano di quello che si pensava, senza farsi influenzare dalla modernità di quegli anni e dai “tempi” che stavano cambiando. Da allora i tempi sono cambiati altre quattro cinque volte. Resta invece il fatto che per quell’ideale di (temporanea) modernità, un’intera generazione di adulti non ha trasmesso nulla del passato ai propri figli e i giovani di allora hanno vissuto come fossero stati i primi a venire al mondo. Resta anche il fatto che gli adulti di oggi sono i figli o i nipoti di quelli che avevano capito tutto ed i cui genitori si erano fatti da parte per via dei tempi che etc. etc. Tutto questo potrebbe aiutarci a capire perchè alcune “cose” dell’epoca attuale funzionano in un certo modo. Non è obbligatorio però andare avanti così e si può anche riprovare a ricostruire da dove ci si era fermati.

“Stat Crux dum volvitur orbis” (“la Croce resta fissa mentre il mondo ruota”) è il motto dei Certosini, fondati da san Bruno. Questo potrebbe essere, anche oggi, per tutti noi un buon punto fermo in mezzi ai tempi che in continuazione cambiano e con essi le persone che hanno la fissazione di seguirli.  

Da un angolo buio...

Diversi anni fa lessi un libro che mi piacque tanto. Il protagonista era un anziano prete e mi ricordo che si era preso l’impegno di recitare quotidianamente un Pater, Ave e Gloria per le persone che quel giorno sarebbero morte. Questo -come si capisce bene- era solo un minuscolo particolare di tutto il racconto, insignificante davvero in tutto il contesto, tre righe su duecento pagine… Non mi ricordo né il titolo di quel libro, né come si chiamava quel sacerdote, né la trama del racconto,… niente, solo che mi era piaciuto e quel particolare della preghiera. D’altra parte ognuno ha le sue fisse e succede che gli si imprimono nella memoria particolari che altri magari non colgono nemmeno e capita anche gli rimangono anni e anni ficcati in un angolo buio del cervello. Così spesso funziona. E poi può capitare che riaffiorano dopo tanto tempo per qualche strano motivo.
Anni dopo quella lettura mi capitò di andare a Fatima e leggendo la storia delle apparizioni della Madonna ai tre pastorelli portoghesi, venni a sapere che fu detto loro che molte anime finiscono all’inferno perché nessuno prega per loro. La cosa mi colpì tanto e mi riaffiorò alla mente da quell’angolo recondito di cui si diceva, la storia del prete del libro famoso che recitava un Pater, Ave e Gloria, e mi dissi: “da oggi lo faccio pure io”. Da quel dì quotidianamente dico quelle tre preghiere per le anime dei peccatori che in quel giorno moriranno. Magari in questo modo ne sono riuscito a salvare qualcuna, magari una sola in tanti anni,… magari no, ma questo non dipende da me. E volevo allora dire due cose.

Pregare per i peccatori, per la gente in pericolo, come per le anime del Purgatorio è molto importante. Non lo dice più nessuno è vero, ma non per questo non si deve da fare. E così tanti non si salvano perché nessuno parla loro del peccato e dell’inferno e tanti altri perché nessuno prega per loro. E poi tante anime del Purgatorio aspettano le preghiere dei vivi per poter passare in Paradiso. Un ricordo per tutti costoro lo dovremmo avere nel nostro cuore. Se avessimo questa consapevolezza pregheremo più spesso e con maggiore responsabilità. Un grande santo prima di recitare il rosario spesso ripeteva “dai, andiamo a mandare qualche anima in Paradiso”. Tante cose possono cambiare con la preghiera. A partire da come è il nostro cuore, la nostra vita... il mondo intero.

Seconda cosa. Bisogna testimoniare la fede in ogni occasione opportuna e inopportuna. Con le parole che sappiamo dire, come sappiamo fare. Perché è vero che la faccenda finale non dipende da noi, ma il lavoro iniziale sì, questo sì. Una frase detta chissà come o dove, un nostro comportamento,... infatti, si possono ficcare inconsciamente nell’angolo buio della mente di qualcuno, e, per anni forse dimenticati, potrebbero riaffiorare e chiarire, spiegare, confortare, convertire… quella persona anche a nostra insaputa. Chissà magari una parola che abbiamo detto o scritto, chissà come o dove, una soltanto, sta lavorando nel cuore di qualcuno, chissà dove e perché, tra qualche anno lo aiuterà nella fede o lo avvicinerà di più a Gesù… Chissà che non avvenga? O che non sia avvenuto? (Me lo auguro!). Non dipende da noi l’esito, da noi dipende il considerarci strumenti nelle mani di un Altro e vivere e funzionare come tali. Da noi dipende l’inizio, non la fine, cioè l’esito. Quello però tocca tutto a noi.

E se ci ricordassimo anche che la nostra prima preoccupazione deve essere quella di salvarci l’anima, la preghiera diverrebbe la nostra prima consolazione e la nostra arma principale. Ogni giornata che abbiamo da vivere può essere l’occasione per avvicinarci di più a Gesù, in tutto e per tutto, e vivere come se fossimo sempre sulle Sue braccia.

Il Pio

Ponti e muri.

Oggi quando si parla di muri, ai cristiani 2.0, gli occhi diventano rossi per lo sdegno: «ponti e non muri vanno costruiti!». Io quando s...