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Soffro per quello che vi attende!


Cari figli, 
avanti senza paura. Chi cammina con il Signore mai sperimenterà il peso della sconfitta. Piegate le vostre ginocchia in preghiera. Tempi difficili verranno per gli uomini e le donne di fede. La verità sarà abbandonata e in molti luoghi ciò che è falso sarà abbracciato. Soffro per quello che vi attende. Difendete Gesù e il Suo Vangelo. Il seme del male è stato piantato e le sue radici si diffonderanno e contamineranno molti dei Miei poveri figli. Amate e difendete la verità. Cercate forze nella preghiera sincera, nella fedeltà al Vero Magistero e nell’Eucaristia. Fatevi coraggio e assumete il vostro vero ruolo di cristiani. Io vi amo e sarò sempre vicino a voi. Questo è il messaggio che oggi vi trasmetto nel nome della Santissima Trinità. Grazie per avermi permesso di riunirvi qui ancora una volta. Vi benedico, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Rimanete nella pace.

(4.656 Messaggio della Madonna di Anguera, trasmesso il 26/06/2018 tratto da https://www.apelosurgentes.com.br/it-it/)

Profondamente scosso



«Dal 28 luglio all’11 agosto 1480 i turchi comandati da Gedik Achmet Pascià assediarono la città di Otranto, in Puglia. Il 12 agosto, l’esercito turco entrò con forza nella città. Massacrarono tutti coloro che trovarono per le strade e anche nelle case, facendo poi irruzione nella cattedrale. L’Arcivescovo, Stefano Pendinelli, stava celebrando il Sacrificio Eucaristico: sacerdoti, frati e molti del popolo furono massacrati mentre pregavano. L’anziano presule, con gli abiti pontificali e la croce in mano, fu ucciso con un colpo di scimitarra che gli staccò di netto il capo. La testa del presule venne portata per le strade come trofeo. Ahmet Pascià ebbe poi a fare della casa di Dio la stalla per i suoi cavalli, secondo il volere del suo sultano il quale sognava di fare la stessa cosa anche con San Pietro a Roma. Le donne furono ridotte in schiavitù, alcune anche violentate, mentre i circa ottocento uomini superstiti, dai quindici anni in su, furono imprigionati. Tre giorni dopo, incatenati e seminudi, a gruppi di cinquanta, partendo dai pressi dell’odierna cappella della Madonna del Passo, furono condotti sul Colle della Minerva. Il capo musulmano offrì loro salva la vita se avessero consentito di passare all’islam. Dopo essersi guardati in faccia l’un l’altro, rispose per tutti loro il sarto Antonio Pezzulla, detto Primaldo, e disse che non avevano alcuna intenzione di rinnegare Cristo. Venti di loro riscattarono la libertà pagando trecento ducati a testa. L’anziano cimatore di panni esortò i compagni a difendere il proprio credo e fu il primo ad essere decapitato; le cronache raccontano che il corpo senza testa di Antonio si drizzò in piedi e così restò fino al termine della strage, cioè fino all’esecuzione dell’ultimo amico e concittadino, ad onta degli sforzi dei Turchi per piegarlo, venne quindi detto “Primaldo”. Profondamente scosso, il carnefice Berlebey si convertì al cristianesimo e fu impalato poco distante (stralci da www.santiebeati.it)». La storia dei martiri di Otranto l’avevo scritta in un precedente post. La ripropongo per mettere in evidenza proprio il turco Berlebey, di cui si parla pochissimo: il caso è liquidato in due righe. Ma deve far pensare. I martiri di Otranto sono morti tutti per la difesa della fede, massacrati in odio alla fede: più di ottocento erano e nessuno è scappato, nessuno si è piegato per paura, nessuno ha abiurato per convenienza. Paura ce ne sarà stata tanta di sicuro in tutti loro, non è facile morire in quel modo, ma più forte di essa è stata la fede e l’esempio di tanti precedenti martiri cristiani e la buona probabilità di finire quel giorno stesso, come il Buon Ladrone, in Paradiso con Gesù e la Madonna. Morirono uno a uno, osservando il corpo del loro amico Primaldo, in piedi senza testa fermo fino all’ultimo di loro. Una storia di coraggio e di fede che non può che farci commuovere e incoraggiare a persistere sulla strada di Gesù. Ma Berlebey era turco, un musulmano accanito, per di più un carnefice probabilmente per meriti acquisiti, cioè un tipo che aveva un fitto "pelo sulla stomaco” e a sgozzare 1.000 persone non gli faceva nulla, a tagliare la testa a 800 persone non gli faceva scendere la pressione nemmeno di un millimetro. Uno peggio di tutti gli altri. Uno che aveva la coscienza sempre afona. Quelli di Otranto erano per lui solamente dei cani infedeli, nemici giurati, da uccidere tutti. Lui aveva vinto la battaglia e dunque aveva ragione: aveva un dio più forte di quello degli straccioni di pugliesi. Questa era la regola che gli avevano insegnato sin da piccolo e che era sempre stata vera. Probabilmente però, questa regola non fu per lui tanto solida e soddisfacente di fronte alla realtà: infatti fu “profondamente scosso” da ciò che stava succedendo e si convertì al cristianesimo, ben sapendo cosa gli avrebbero fatto i suoi “amici”, Pascià in testa. Fu impalato: un supplizio terribile (che però si fa pure oggi) un palo aguzzo fisso per terra, si mette il condannato seduto sulla punta fino a che la punta non entra e sale piano piano fino agli organi vitali e poi uscire dalla bocca, dal collo, dalla schiena. Lo sapeva bene che lo aspettava questo, ma non tornò indietro. Era troppo grande e vero quello che stava vedendo. E rimase cristiano anche se per pochi minuti. Anche lui martire, dunque. Riscattato per pochi minuti come il Buon Ladrone.E resta fermo anche per noi gente del XXI secolo, il mandato di provare a “scuotere profondamente” tutte le persone che incontriamo, sperando che non ci debba toccare proprio la sorte del povero Berlebey. Ma il destino è nelle mani di Dio, non nelle nostre.

Il Pio

Non permettete che i nemici vincano!


Cari figli, il Mio Gesù ha bisogno della vostra testimonianza pubblica e coraggiosa. Imitate Giovanni Battista nell’amore e nella difesa della verità. Non temete. Chi è con il Signore nulla deve temere. Camminate verso un futuro dove i traditori della fede causeranno grande confusione nella Casa di Dio. Proclamate la verità e non permettete che i nemici di Dio vincano. Molti uomini e donne di fede saranno giudicati e condannati, ma, come Giovanni Battista, non tiratevi indietro. Ad esempio del Battista, Dio al primo posto. Coloro che amano e difendono la verità avranno grandi perdite, ma avranno il Cielo come ricompensa per essere stati fedeli fino alla fine. Piegate le vostre ginocchia in preghiera. La vittoria di Dio verrà. Restate con Gesù e difendete gli insegnamenti del Vero Magistero della Sua Chiesa. Sono vostra Madre e vi amo. DateMi le vostre mani e Io vi condurrò sempre a Colui che è la vostra Via, Verità e Vita. Avanti nella difesa della verità. Questo è il messaggio che oggi vi trasmetto nel nome della Santissima Trinità. Grazie per avermi permesso di riunirvi qui ancora una volta. Vi benedico, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Rimanete nella pace. 

(4655 messaggio della Madonna di Anguera, 23/6/2018, tratto dal sito internet http://www.apelosurgentes.com.br)

Ideologia: tanto peggio per la realtà.


L’ ideologia non è l’ideale. L’ideale non entra nella ideologia (e viceversa). Non c’entra proprio, cioè si scontrano questi due elementi. L’unico punto in comune è che entrambi possono cambiare la vita (solitamente l’uno in bene o l’altra in male). Uno può morire sia per l’ideale che per l’ideologia. Il punto però in cui essi si scontrano massimamente è la realtà. Perché l’uomo che ha un ideale, parte dalla realtà, e in essa vuole camminare verso quell’ideale e in questa realtà lo desidera raggiungere. «Parsifal, Parsifal devi lottare, devi cercare dov'è il Punto Fermo tra le onde del mare e questa isola c'è,… Parsifal, Parsifal non ti fermare e lascia sempre che sia la Voce unica dell'Ideale ad indicarti la via» cantava Claudio Chieffo nella Canzone dell’Ideale (1985). L’Ideale per un cristiano ad esempio, è Gesù cioè “il Punto Fermo tra le onde del mare” e quel punto dobbiamo fissare per orientarci e camminare diritti. Ci stanno—è vero—tantissimi altri ideali, la Patria, la Moda, il Lavoro… ma è difficile che queste tipologie riescano a dare anche quell’indirizzo giusto che ci orienta nella realtà, che ci fa capire la realtà e vivere in essa. L’ideologia invece ha un pessimo rapporto con la realtà: parafrasando un noto filosofo, se la realtà contraddice l’ideologia, tanto peggio per la realtà. Per capire la potenza di fuoco che ha l’ideologia in mano ai potenti, pensate all’anticlericalismo, al nazismo, al comunismo, al fascismo, (quanti danni hanno fatto!) oppure alle numerosissime ideologie di oggi che però non si possono menzionare, perchè ci stiamo ancora dentro fino al collo e la democrazia costituzionalmente sancita, non dà alcuna garanzia e protezione verso di esse (sennò non sarebbero tali). E inserirei nelle ideologie (con dolore) anche il cattocomunismo, il cristianesimo veteroprogressista (buonismo zuccherato, democrazia nella Chiesa, nessun rispetto per l’Autorità, liturgia libera, ognun per sè) perché non ha niente a che fare con la realtà del cristianesimo. L’ideologia è tremenda e non riusciremo mai a togliercela di dosso: fa parte del mondo, proprio come il peccato originale. E meno saremo cristiani e più le ideologie attecchiranno e prenderanno il sopravvento sulla realtà, si stratificheranno su di essa: e purtroppo esse si stratificheranno anche nel nostro cuore e nel nostro cervello fino a che ideologia e realtà per noi saranno la stessa identica cosa (con le conseguenze che si possono immaginare). Poi esse passeranno, magari dopo un ventennio, magari dopo un secolo, magari dopo due, ma tranquilli ne arriveranno altre peggiori delle prime. E senza l’Ideale di Parsifal (Gesù, il punto fermo tra le onde del mare) noi continueremo a girare dietro di esse, perdendoci probabilmente tutta la vita e forse anche l’anima.

Il Pio

Padre Pio. “Se il demonio strepita è un buon segno!”



Noi siamo facili a chiedere, ma non a ringraziare.

Se lo stare in piedi dipendesse da noi, non vi resteremmo un solo istante.

Il “perché” ha rovinato il mondo.


Dio sa mescolare il dolce con l’amaro e converte in premio eterno le pene transitorie della vita.

Nella vita spirituale più si corre e meno si sente la fatica.

Il miglior conforto è quello che viene dalla preghiera.

La preghiera deve essere insistente. L’insistenza denota fede.

La preghiera è la migliore arma che abbiamo; è una chiave che apre il cuore di Dio.

Devi parlare a Gesù anche col cuore, oltre che col labbro; anzi, in certi contingenti, devi parlargli soltanto col cuore.

Distacchiamoci dal mondo in cui tutto è follia e vanità.

Se il demonio fa strepito è ottimo segno. Ciò che atterrisce è la sua pace.
È il caso che fa l’eroe, ma è il valore di tutti i giorni che fa il giusto.

L’umiltà e la carità vanno di pari passo. L’una glorifica e l’altra santifica. 
L’umiltà e la purezza dei costumi sono ali che elevano fino a Dio e quasi divinizzano. 

La carità è il metro con il quale il Signore ci giudicherà tutti.
Accetta ogni dolore e incomprensione per amore di Gesù.

Gli anni si sono susseguiti senza che noi ci domandassimo come li avevamo impiegati.

Perché il male nel mondo? Sta bene a sentire… C’è una mamma che sta ricamando. Il suo figliuolo, seduto su uno sgabelletto basso, vede il lavoro di lei; ma alla rovescia. Vede i nodi del ricamo, i fili confusi… E dice: “Mamma si può sapere che fai? È così poco chiaro il tuo lavoro?”! Allora la mamma abbassa il telaio, e mostra la parte buona del lavoro. Ogni colore è al suo posto e la varietà dei fili si compone nell’armonia del disegno. Ecco, noi vediamo il rovescio del ricamo. Siamo seduti sullo sgabello basso.

Abbandoniamoci come bambini nelle braccia della Mamma Celeste.

Siamo devoti alla Madonna e saremo sempre salvi da ogni pericolo.

Prega e spera; non agitarti.
L’agitazione non giova a nulla. Iddio è misericordioso e ascolterà la tua preghiera.

Il demonio ha un’unica porta per entrare nell’animo nostro: la volontà; delle porte segrete non ve ne sono. Nessun peccato è tale, se non è stato commesso con la volontà. Quando non c’entra la volontà, non c’entra il peccato, ma debolezza umana.

L’uomo potrà sfuggire alla giustizia umana ma non a quella divina.

Tieniti sempre stretto alla croce, perché essa non opprime; se il suo peso fa vacillare, la sua potenza solleva.

Disprezza le tentazioni ed abbraccia le tribolazioni.


(Alcune belle frasi dette da Padre Pio da Pietrelcina, trovate su https://www.padrepiodapietrelcina.com/it/frasi-piu-belle-padre-pio/)

Lo sport non è un fine, ma un mezzo



…Lontano dal vero è tanto chi rimprovera alla Chiesa di non curarsi dei corpi e della cultura fisica, quanto chi vorrebbe restringere la sua competenza e la sua azione alle cose «puramente religiose», «esclusivamente spirituali». Come se il corpo, creatura di Dio al pari dell'anima, alla quale è unito, non dovesse avere la sua parte nell'omaggio da rendere al Creatore!... Che anzi egli (S. Paolo, ndr) ne discorre spesso esplicitamente: parla delle corse, delle lotte non con espressioni di critica o di biasimo, ma da conoscitore che ne eleva e ne nobilita cristianamente il concetto. Poiché infine cosa è lo «sport» se non una delle forme della educazione del corpo? Ora questa educazione è in stretto rapporto con la morale. Come dunque potrebbe la Chiesa disinteressarsene?… Ed è ben naturale, poiché questo (il materialismo, ndr) vede e non conosce del corpo che la carne materiale, il cui vigore e la cui bellezza nascono e fioriscono per poi presto appassire e morire, come l'erba del campo che finisce nella cenere e nel fango. Assai diversa è la concezione cristiana… Non Iddio ha fatto mortale il corpo umano, bensì il peccato; ma se per causa del peccato il corpo, tratto dalla polvere, deve un giorno ritornare in polvere, da questa tuttavia il Signore lo trarrà nuovamente per richiamarlo alla vita. Anche ridotti in polvere, la Chiesa rispetta e onora i corpi, morti per poi risorgere. Ma a visione anche più alta ci conduce l'Apostolo Paolo: «Non sapete voi—egli dice—che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi, che vi è stato dato da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Poiché siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo» (1 Cor. 6,19-20). Glorificate Dio nel vostro corpo, tempio dello Spirito Santo! … Ora qual è, in primo luogo, l'ufficio e lo scopo dello «sport», sanamente e cristianamente inteso, se non appunto di coltivare la dignità e l'armonia del corpo umano, di sviluppare la salute, il vigore, l'agilità e la grazia?... Lo «sport» è un efficace antidoto contro la mollezza e la vita comoda, sveglia il senso dell'ordine ed educa all'esame, alla padronanza di sé, al disprezzo del pericolo senza millanteria né pusillanimità. Voi vedete così come esso oltrepassa già la sola robustezza fisica, per condurre alla forza e alla grandezza morale... Come potremmo Noi in questa occasione non ricordare l'esempio del Nostro grande Predecessore Pio XI, che fu anche un Maestro dello «sport» alpino? Rileggete il racconto, così impressionante nella sua calma semplicità, di quella notte passata tutta intera, dopo un'ardua ascensione di venti ore, sopra una stretta sporgenza di roccia del Monte Rosa, a 4600 metri di altezza sul livello del mare, con un freddo glaciale, in piedi, senza poter fare un passo in nessun senso, senza potersi lasciar vincere un solo istante dal sonno, ma nel centro di quel grandiosissimo fra i più grandiosi teatri alpini, dinanzi a quella imponentissima rivelazione della onnipotenza e della maestà di Dio. Quale resistenza fisica, quale tenacia morale un tal contegno suppone! E quale preparazione quelle ardite imprese dovettero essere per lui a portare il suo coraggio intrepido nell'adempimento dei formidabili doveri che lo attendevano, nella soluzione dei problemi apparentemente inestricabili, davanti ai quali egli si sarebbe dovuto trovare un giorno come Capo della Chiesa! Affaticare sanamente il corpo per riposare la mente e disporla a nuovi lavori, affinare i sensi per acquistare una maggiore intensità di penetrazione delle facoltà intellettuali, esercitare i muscoli e abituarsi allo sforzo per temprare il carattere e formarsi una volontà forte ed elastica come l'acciaio: tale era l'idea che il sacerdote alpinista si era fatta dello «sport». Come questa idea è dunque lontana dal grossolano materialismo, per il quale il corpo è tutto l'uomo!.. Così inteso, lo «sport» non è un fine, ma un mezzo; come tale, deve essere e rimanere ordinato al fine, il quale consiste nella formazione ed educazione perfetta ed equilibrata di tutto l'uomo, cui lo «sport» è di aiuto per l'adempimento pronto e gioioso del dovere, sia nella vita del lavoro, che in quello della famiglia.

(Tratti del Discorso Di Sua Santità Pio XII agli Sportivi Italiani. Solennità di Pentecoste, 20 maggio 1945, da www.vatican.va)

  


Perché l’Italia deve diventare islamica / 3


Il fatto è anche che siamo deboli. Abbiamo una fede debole. Per debole intendo che la fede non ha nulla a che fare con la vita di tutti i giorni, con tutti i particolari della vita. Con il fidanzamento e il matrimonio ad esempio, con il lavoro anche, con le amicizie, con lo sport e—perchè no?—coi soldi, con il tempo libero... La nostra è una fede che, se va bene, ci fa andare a messa annoiati e distratti (e in ritardo), appena appena la domenica. Ma non ci aiuta a giudicare la vita, tutta la vita, le nostre scelte quelle importanti e come quelle non importanti, l’educazione dei nostri figli, la scelta dell’autovettura... Questa è una fede debole. Non tocca niente, non cambia niente, non dà mai frutti. Una fede debole che per farla cadere basta una piccolissima spallata. Figuriamoci altro! Eppure la fede in Gesù ci fa vivere lieti (anche se non tranquilli) anche nella bufera o con le spallate più violente e ci farà anche salvare l’anima, probabilmente. Una fede debole però non serve a nulla. E questa fede è così da più o meno 50-60 anni, prima non era così. Eppure il cuore dell’uomo desidera l’assoluto, il tutto, il giusto, ma il borghesismo—che è un nemico potentissimo della ragione e della vita normale—annebbia questo desiderio e lo fa aspirare a qualcosa di molto più basso. Così accadrà che quando la pressione islamica sarà forte, moltissimi—è probabile—cederanno, passeranno il “confine”, anche perché non gli è stato dato nulla, perché non hanno avuto genitori che pregavano insieme e coniugavano la fede con la vita, perché non hanno mai visto laici e sacerdoti contenti e profondamente cristiani, perché nessuno gli ha mai detto che la ragione non è contraria alla fede (anzi!) e che la fede cattolica c’entra con la vita, proprio quella fede cattolica che—guarda caso—ha da secoli una marea di nemici spietati che diffondono con ogni mezzo, perfide bugie intese poi come verità oggettiva da moltissimi… Non glielo hanno mai detto, non lo hanno mai visto tutto questo. Allora quando vedranno gente più forte e sicura, con idee chiare e principi fermi, gli andranno dietro. E quanti ne saranno! Quanti se ne perderanno! (Che fine faranno i rimanenti non lo so). So solo che se ricominciamo a fare come fecero i primi apostoli in un mondo profondamente pagano (più o meno come quello attuale) e creare nuove comunità di persone cattoliche che pregheranno insieme, daranno colore e porteranno frutto nel mondo, qualcosa di buono succederà. Poi accadrà quello che deve accadere. Qualcosa di buono che Nostro Signore potrà utilizzare per i Suoi fini. 

Il Pio 

Perché l’Italia deve diventare islamica / 2.


«Ero forestiero…» ti dicono per farti sentire in colpa. I cattocomunisti. «Ero forestiero e mi avete accolto (Matteo 25, 35)» aveva infatti detto Gesù, con questo e altri esempi, per far capire qual’era il senso del cristianesimo. «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». Qualunque cosa si fa al prossimo, si fa a Gesù. Ce lo ricordava anche Pier Giorgio Frassati. Ma io non me la sento di dire che la situazione che stiamo vivendo da anni in Italia, sia proprio quella che pensava (e che pensa) Gesù quando disse quella frase. E’ vero che nessuno può sapere cosa pensa Nostro Signore (tanto meno un pezzente come me). E’ vero anche che il vangelo va sempre letto sine glossa, senza interpretazioni e così deve essere. Ma ho paura che il “forestiero” del vangelo non è in questa migrazione di popoli, in questo esodo che avviene in direzione unicamente dell’Italia e pianificato a tavolino dai potenti del mondo, per scopi che col bene del popolo hanno poco a che fare (anzi!). Tra questi scopi, penso che non sia l’ultimo quello di segare via il cristianesimo alla radice, unico fattore di contrasto contro il male (anche il loro). E per ottenere questo è utilissimo mettere molto vicini—gomito a gomito—(cosa mai avvenuta nei secoli scorsi) le due grandi religioni monoteiste (una sempre forte e potente e l’altra in crisi, fiacca e disorientata). Milioni dall'una e dall'altra parte. Immaginate l'effetto tra qualche anno? Gesù ha detto anche «io vi mando come pecore in mezzo ai lupi, siate semplici come colombe e astuti come serpenti (Mt 10, 16)», nel senso che non dobbiamo essere per forza dei fessacchiotti, sempre col sorriso stampato sulla bocca, portando a dogma di fede e a principio di vita un buonismo zuccheroso (che però non è il cristianesimo), ma dobbiamo invece guardare la realtà per come essa è davvero, stare cioè coi piedi per terra, sapere che esiste da sempre il peccato originale e che ce l'hanno tutti e di sapere che può capitare un giorno—all'improvviso—di trovarci come pecore in mezzo ai lupi. E questi ci mangiano davvero. I lupi, intendevo. 
Il Pio

Perché l’Italia deve diventare islamica.



Passando in macchina davanti a una scuola, mentre uscivano i ragazzi, C. disse tra il serio e il faceto «poveri ragazzi, tra un po’ saranno tutti in mano ai musulmani». Gli altri hanno riso. Forse senza andare troppo a fondo della faccenda, C.—che non è né un fervente cattolico (anzi), né un teologo—aveva individuato un problema che non è affatto remoto. Non è stata la sua una questione di razzismo. Questa parola oggi è troppo abusata e serve solo per far tacere il proprio avversario politico, ma niente più (non gliene importa niente a tutti loro). Non è questione di razzismo, è questione di osservare bene la realtà dei fatti, sapere come funzionano da secoli certi meccanismi religiosi e politici. E’ questione di numero e anche di religione molto radicata e poco radicata. E’ una questione di vedere cosa avviene nei Paesi in cui i cristiani sono la minoranza (nel silenzio omertoso dell’Occidente). In Italia come nel resto di Europa, la fede cristiana e la chiesa si stanno sgretolando, quasi sfaldando. I nostri Prìncipi ci confondono continuamente. I nostri capi non ci dicono nulla che abbia a che fare con la fede e la vita. Loro ballano durante la celebrazione eucaristica, fanno vedere “simboli”, fanno “gesti”, cantano, ma niente dottrina per saziare un popolo quasi completamente ignorante in materia religiosa, ma—a loro insaputa—tanto affamato di Gesù. Qualche secolo fa nessuno (di qualunque tipologia politica, mettendo da parte gli odi e le rivalità) avrebbe minimamente pensato di permettere questa invasione (voluta da qualcuno, ormai lo sappiamo tutti, per interessi contro il popolo). Qualche secolo fa gli uomini avevano infatti una fede chiara e che c’entrava con la vita. Oggi abbiamo in pochi una fede all’acqua di rose, inutile. Quanti si perderanno nei prossimi anni? Chi se ne prenderà la responsabilità? Quelli, nel frattempo, tra un gesto e un simbolo, faranno di noi poltiglia quando vorranno. Il titolo di questo post non è una domanda è l’inizio di una spiegazione che avete appena letto (sempre se avete avuto il coraggio di leggerla tutta) che con tanta presunzione, ma anche tanto amore per la Fede e la Chiesa, ho provato a fare nella sola unica speranza, di toccare i cuori dei lettori per accendere in loro una passione per la Fede e la Chiesa .

Il Pio

Una cosa normale


Negli ultimi anni mi è capitato spesso di andare a trovare i morti. Cioè, nelle camere ardenti degli ospedali, delle cliniche, degli ospizi... Io vado soprattutto per “salutare” il defunto, per dire una preghiera per la sua anima, ma anche per salutare i suoi parenti e amici, anche perchè penso faccia loro piacere in questo momento. Mi avvicino alla bara cercando di non fare rumore e dopo aver abbracciato i presenti e fatto loro coraggio con voce bassissima, inizio le mie preghiere silenziose. Preghiere che però non sempre riesco a dire bene per il gran putiferio che regna intorno. E’ vero che quaggiù ci sono rimaste solo le ossa e la carne prive di vita e l’anima del defunto è ormai lontana nel luogo che Dio gli ha riconosciuto. Ma non è lo stesso bello assistere a gente che parla a altissima voce di fatti quotidiani, bambini che corrono, mamme che urlano, saluti strepitanti, risate, gente che arriva e se ne va come fosse sul marciapiede. Qualcuno sta seduto triste con lo sguardo nel vuoto e nessuno gli sta vicino oppure—quando va bene—uno arriva e gli dice con voce profonda e annuendo col capo «sta meglio ora» e se ne va. E io mi intristisco per tutto questo poco rispetto, per questa ignorante inconsapevolezza di dove si sta: non ho visto mai corone del rosario, non ho mai sentito preghiere,… come fosse un giorno normale. E proprio così diceva nel 1968 Enzo Iannaccci nella famosissima canzone “Vengo anch’io, no tu no”: «Si potrebbe andare tutti quanti al tuo funerale … per vedere se la gente poi piange davvero e scoprire che è per tutti una cosa normale e vedere di nascosto l'effetto che fa». L’effetto—per me—è quello che vi ho raccontato qui sopra, per voi non lo so. Ma stare alla presenza di un defunto—anche se la sua anima è ormai lontana, ripeto—non può essere una cosa normale. Ci ricorda, come diceva Pier Giorgio Frassati, che anche noi un giorno saremo là dentro e probabilmente accadrà anche per noi che mentre l'anima nostra starà davanti al tribunale di Dio a rendicontare tutta la vita, quaggiù per tutti sarà un giorno normale e chi parlerà di come si fanno i cannelloni e chi invece della nuova autovettura, mentre i figli schiamazzano e le mamme urlano. E noi saremo destinati all’inferno. Al purgatorio. O al paradiso (io vorrei andare proprio qui più per grazia che per meriti). Ogni defunto, o meglio la sua anima lontana, può essere aiutata proprio dalle nostre preghiere. Non è dunque una cosa normale.

Il Pio

Come se tutto dipendesse dagli uomini...


Di vecchia gnosi si tratta

«“Teologia nuova?”. Ben venga! A volte, però, ci si illude: non di nuova teologia si tratta, ma di vecchia gnosi. Riemerge, infatti, spesso, la mentalità presuntuosa degli antichi gnostici: “Noi diamo spiegazioni a livello di altissima scienza; noi ce le mangiamo le povere, viete e superate spiegazioni del Magistero!”. Ritorna anche il metodo della gnosi: prendere cioè i temi ed i termini della fede cattolica, ma solo parzialmente, arrogandosi il diritto di setacciarli e selezionarli, di intenderli a modo proprio, di mescolarli a ideologie estranee e di fondare l’adesione alla fede non più sull’autorità divina, ma su motivi umani; per esempio, su questa o quella opzione filosofica, sul combaciare di un dato tema con determinate scelte politiche abbracciate in antecedenza».

(Omelia di Papa Giovanni Paolo I su Cristo liberatore, Venezia, 7 marzo 1973)

Quietismo e pelagianesimo

«...Non ho nessun desiderio di fare l’eresiologo; a volte, tuttavia, è forte in me la tentazione di segnalare tracce di quietismo e di semiquietismo, di pelagianesimo e di semipelagianesimo in scritti e discorsi, che o descrivono il lavoro pastorale come tutto dipendesse dagli uomini o dalle tecniche sociologiche, o parlano di noi poveri uomini come non avessimo più nulla a che vedere con il peccato».

(Invito Papa Giovanni Paolo I al clero per gli esercizi spirituali, Venezia, 5 agosto 1974).

Pier Giorgio Frassati. Il bene fatto ai poveri è fatto a Gesù.


«Frequentavo le Conferenze di San Vincenzo più per tradizione di famiglia che per convinzione, Pier Giorgio deve averlo capito, tanto che proprio lui mi insegnò a fare la carità. È vero che non gli nascondevo nulla delle mie perplessità. Una volta gli domandai come si facesse ad entrare lietamente in certe case, dove la prima accoglienza era un tanfo nauseante. “Come fai tu a vincere la repulsione?”. “Non dimenticare mai—mi rispose—che se anche la casa è sordida tu ti avvicini a Cristo. Ricordati bene quello che ha detto il Signore: Il bene fatto ai poveri è bene fatto a Me stesso. Intorno all’infermo, al miserabile, intorno al disgraziato, io vedo una luce particolare, una luce che non abbiamo noi”»... «Ricordo una discussione a questo proposito nel cortile dell’Arcivescovado, discussione che finì con la mia domanda: «Non credi che ci sia un po’ di utopia in questo tuo ideale di vita?» Per tutta risposta mi diede un pugno sulla spalla con un «Ma di!» e uno sguardo che non ammetteva repliche»

(Luciana Frassati, La carità di Pier Giorgio Frassati, SEI, Torino 1957. Testimonianza di Carlo Florio)

Siamo XX o 20?




Siamo XX o 20?
Vedete la foto di questo blog? E’ una targa che indica il nome della Via di oggi e quello che aveva prima la città dove abito. Oggi si chiama Via XX Settembre per ricordare il 20 settembre 1870 giorno cui l’esercito piemontese sfondò una parte delle mura Aureliane e conquistò Roma e l’Italia—dissero tronfi i vincitori (la storia la scrivono sempre costoro)—«divenne finalmente una». Ma siamo sicuri che il popolo voleva questa conquista? Siamo sicuri che il popolo voleva l’Italia unificata? Sulle targhe il 20 è scritto XX, negli antichi numeri romani, per ricordare i fasti della Roma antica e pagana, finalmente dunque, un ritorno a quei tempi, liberi dalla superstizione del papa e dei preti che fino a allora avevano tenuti tutti nelle tenebre (sempre a detta dei vincitori, ovviamente). E ogni 20 settembre la massoneria festeggia. Peppone diceva a don Camillo «la rivoluzione si fa anche con le parole». La rivoluzione, allora si fa anche cambiando il nome alle Vie. In tutte le città italiane, infatti, da Nord a Sud dalla metropoli al paesino di montagna c’è sempre una Via XX Settembre, una Piazza Garibaldi, un Corso Mazzini… Costoro sono i padri della Patria—giustamente—e meritano tanto, ma andate un po’ a leggere che vita hanno fatto e come si sono comportati davvero quei padri della Patria, per meritare nel nostro Paese tanta importanza e tanto onore. Andate anche a leggere come i Savoia, calpestando ogni minimo diritto internazionale, hanno invaso lo Stato del Vaticano. Ma restano sempre i padri della Patria e il XX settembre per diversi anni è stata anche Festa Nazionale e pare ci sia un disegno di legge per ripristinarla. L’Italia è stata unificata anche col nome delle Vie. Ma più che unificazione questa mi pare una omologazione forzata, quasi da dittatura. Sulla strade della neonata nuova nazione Italiana dovevano splendere solo i loro nomi. Ma prima nel mio comune, quella strada si chiamava Via Dei Pescivendoli, che aveva molta più poesia e bellezza di uno statale Via XX Settembre. Era un nome pitturato coi colori pastello, che ricordava la vita di quel tratto di strada cittadino e tutti sapevano il perchè del nome, contro una data grigia e burocratica uguale in ogni comune di Italia (i comuni italiana erano tutti diversi dall’altro, ognuno aveva una sua tradizione e una sua storia). Un tempo l’Italia, o meglio i vari stati che la componevano, erano sì divisi dai confini, ma erano unificati dalla fede cristiana. Questo li rendeva un popolo unito anche se sotto bandiere differenti. Col 20 settembre proprio questo legame hanno voluto tranciare quelli là e fatto di tutto per eliminarlo definitivamente. E la battaglia continua duramente anche oggi su altri fronti, ma le mura sono ormai abbattute, molti hanno tradito e altri si sono estraniati dalla buona battaglia e—purtroppo—i nemici li troviamo al nostro fianco come alleati, pronti però quando meno ce l'aspettiamo, a pugnalarci alle spalle. Maria aiuto dei cristiani, prega per noi.


Il Pio

Non ci guardiamo più in faccia

Non ci guardiamo più in faccia

Due cose si ripetono abbastanza spesso sui giornali o in TV, quando avvengono certi fatti di cronaca. O meglio, più che certi fatti di cronaca, quello che si ripete sono le reazioni a seguito di alcuni fatti di cronaca. Quando avviene un omicidio tremendo e spietato, tutti i vicini di casa dicono sempre dell’omicida (quasi a unisono): «era un tipo tranquillo». Tranquillo, certo. Di fronte a uno stesso omicidio i parenti della vittima invece dicono con rabbia e odio (anche dopo tanti anni dall’omicidio) «vogliamo giustizia!». Giustizia. Si possono allora pensare due cose: o quelle frasi gliele impone la giornalista d’assalto perché così il programma fa audience (e lei carriera), considerato infatti che quelle due frasi si ripetono uguali uguali da tantissimi anni. Ma se fosse davvero così, potremmo capire come funziona il giornalismo e cosa i giornalisti pensano di tutti noi (e non dovremmo essere tranquilli, ma chiedere davvero giustizia). Se invece quelle frasi fossero davvero dette con convinzione e consapevolezza, si devono pensare due cose. Che sia davvero un tipo tranquillo uno che compia un assassinio spietato e efferato, mi verrebbe da pensare a lungo. Probabilmente invece la verità è che non ci guardiamo più in faccia e oltre al buongiorno e buonasera (e così è già tanto) non andiamo. Perché questo è proprio il modo in cui viviamo davvero: non ci aiutiamo, non ci sosteniamo, non ci capiamo, le famiglie sono sole in mezzo a centinaia di persone indifferenti, ognuno blindato dentro al proprio appartamento, non sappiamo nulla di quello che abita nella porta accanto, di quello che ha, di come vive, di come vivono i figli, la moglie…: l’importante però è che «dopo una certa ora non si faccia rumore perché io vado a dormire». E prima di tutto: «mi faccio i fatti miei». E così quando uno “esplode” si dice «ma era un tipo tranquillo», «come può essere successo?». Ma queste sono solo frasi fatte, perché non sappiamo veramente che tipo era quello là. Probabilmente costui non era tranquillo per niente e se magari lo si guardava un po’ sulla faccia, si ascoltava quello che diceva, gli si faceva qualche domanda in attesa dell’ascensore, qualche dubbio poteva venire fuori (e forse—forse—si poteva aiutare). In merito poi alla richiesta rabbiosa di giustizia. A me personalmente se avessi un parente o un amico morto ucciso, verrebbe da pensare «sarà morto in grazia di Dio? Dove sarà ora?». E mi verrebbe da pregare per la sua anima e chiederei preghiere a tutti. La giustizia mi interessa certamente, deve essere fatta giustizia! ma non sarà una sentenza di un uomo con la toga nera (del tutto indifferente al mio dolore e che svolge il suo lavoro secondo una procedura) a ridare la vita al mio parente o al mio amico con tutto il bagaglio di ricordi e di sentimenti che restano qui. Può essere pure che la giustizia non trionfi mai e potrebbe anche accadere che dopo venti anni si dovrà ricominciare nuovamente il processo. Magari nel frattempo ci saremo anche invecchiati, malati, morti. Ma mai nessuno ridarà la vita al nostro amico o parente. E ci sono due tipi di giustizia quella dell’uomo e quella di Dio. La prima la conosciamo. La seconda non mancherà mai. Aspettiamo quest’ultima e preghiamo sempre per le anime dei defunti e dei peccatori. Ogni giorno.

Il Pio

E’ la somma che fa il totale \ 2

E’ la somma che fa il totale \ 2 
Ora speriamo in questo Governo. Ma è sempre così, a ogni giro di boa. Ci dimentichiamo del passato. Anni fa quando nel 2008 il Governo dell’on. Prodi cessò e salì al Governo l’on. Berlusconi, pareva—scrisse qualcuno—di essere usciti da un incubo (ricordate “i bamboccioni”, “le tasse sono bellissime”? “Il tesoretto”?). Poi le cose non andarono come si voleva anche con il “salvatore” della Patria. E riandò un Governo della parte opposta a questo. E le cose peggiorarono amaramente. Poi governò a lungo chi non era stato eletto. Speriamo ora, speriamo tutti che finalmente questi nuovi Ministri sappiano fare del bene all’Italia: ma del bene proprio, a lungo, definitivo, non qualcosa di attaccaticcio che dura poco, ma che sul momento, gli fa fare figura. Non so perché in Italia avvengano sempre cose strane, anomale. Cose tristissime, non funziona mai nulla. Ma chi siamo e cosa abbiamo fatto di male? Con un occhio alla storia dell’Italia, con tutta l'esperienza maturata, non dovremmo essere molto fiduciosi, su questo argomento dovremo ormai avere tutti l’animo disilluso. In una trasmissione ci fu un dialogo anni fa tra due noti politici di idee ovviamente opposte (o meglio di partiti opposti, perchè le idee possono cambiare facilmente in base a come la pensa il capo) che mi rimase impresso: «sono in aumento le violenze sulle donne da parte dei immigrati» disse l’uno. «Ma il numero delle violenze domestiche sulle donne è ancora più alto di quello» rispose urlando l’altro. Il discorso finì lì: ognuno di loro aveva avuto la sua visibilità e il ritorno di voto, ma chi ha risolto di loro due il problema della violenza sulle povere donne che stanno a casa o fuori in città? Chi dei due ci ha poi pensato? Ed resta sempre fermo il principio di Totò «è la somma che fa il totale», infatti il problema da combattere è la violenza alle donne a tutto tondo sia da parte degli stranieri e sia dentro le mura di casa. Ciascuno dei due crimini è di per sé terribile, ma la loro somma è quanto meno drammatica. Ecco speriamo che questi nuovi ministri non ragionino così. Non facciano bei cavalli di battaglia sui quali però non salire mai per combattere la buona battaglia a favore della Patria e per la libertà del loro popolo. E io penso sempre: speriamo, va bene, speriamo, ma non diamo mai troppa fiducia alle persone ancorchè abbiamo un curriculum esagerato (il peccato originale ce l'hanno tutti, ma non tutti sanno di averlo e come si dovrebbe contrastare). Diamo invece tutta la fede a Gesù, alla Madonna e ai santi, che sanno cambiare i cuori di pietra in cuori di carne e ci possono veramente aiutare.E poi diveniamo cristiani che portano frutti buoni dentro la società.
Il Pio

Prega chi è realista

Abituati a un’immagine della santità che s’identifica con una vita calata nello straordinario, siamo sempre alla ricerca del sensazionale nella vita dei santi, rischiando di allontanarli definitivamente dalla nostra esistenza e di considerarli esseri di un altro pianeta o quasi... Ora la vita di un santo è «eccezionale» e straordinaria soltanto nella sua appartenenza a Cristo e nella profonda esperienza del proprio limite e della propria dipendenza da lui. Il santo è colui che più acutamente e drammaticamente ha coscienza della propria miseria e di conseguenza cerca in Cristo la grazia del perdono. Leggendo le lettere di Pier Giorgio si rimane colpiti dall’acuta coscienza che aveva della fede che aveva incontrato: «La fede datami dal Battesimo mi suggerisce con voce sicura: “Da te solo non farai nulla, ma se Dio avrai per centro di ogni tua azione allora arriverai fino alla fine”. Ed appunto ciò vorrei poter fare, e prendere come massima il detto di sant’Agostino: “Signore, il nostro cuore non è tranquillo finché non riposa in Te”». E in una lettera ad un amico: «Ti raccomando di pregare molto per me, perché ne ho assolutamente bisogno, per avere da Dio la grazia di condurre a buon porto i miei progetti». Altrove ancora: «Solo le preghiere possono ottenere da Dio il miglioramento desiderato». Sono richieste di preghiere tutt’altro che formali, che sgorgano direttamente dalla tremenda serietà, dalla «radicalità» del suo impegno cristiano. Prega chi è realista, chi ha compreso che proprio la preghiera è l’atto più fondamentale dell’umana consapevolezza, prega chi considera più seriamente la propria esperienza umana. 

(Tratto da Pier Giorgio Frassati, l’Amico degli ultimi, Primo Soldi, Elledici, pagg. 51-52)

Apri la bocca; mo' vi ti caco!


Come il demonio in forma di Crocifisso apparve più volte a frate Ruffino, dicendogli che perdea il bene che facea, però ch'egli non era degli eletti di vita eterna. Di che santo Francesco per rivelazione di Dio il seppe, e fece riconoscere a frate Ruffino il suo errore e ch'egli avea creduto.

Frate Ruffino, uno de' più nobili uomini d'Ascesi, compagno di santo Francesco, uomo di grande santità, fu uno tempo fortissimamente combattuto e tentato nell'anima dallo demonio della  predestinazione, di che egli stava tutto malinconioso e tristo; imperò che l'demonio gli metteva pure in cuore ch'egli era dannato, e non era delli predestinati a vita eterna, e che sì perdeva ciò ch'egli faceva nell'Ordine. E durando questa tentazione più e più dì ed egli per vergogna non rivelandolo a santo Francesco, nientedimeno egli non lasciava l'orazioni e le astinenze usate; di che il nimico gli cominciò aggiugnere tristizia sopra tristizia; oltra alla battaglia dentro, di fuori combattendolo anche con false apparizioni
Onde una volta gli apparve in forma di Crocifisso e dissegli: “O frate Ruffino, perché t'affliggi in penitenza e in orazione, con ciò sia cosa che tu non sia delli predestinati a vita eterna? E credimi, che io so ciò io ho eletto e predestinato, e non credere al figliuolo di Pietro Bernardoni, s'egli ti dicesse il contrario, e anche non lo domandare di cotesta materia, però che né egli né altri il sa, se non io che sono figliuolo di Dio; e però credimi per certo che tu se' del numero delli dannati; e 'l figliuolo di Pietro Bernardoni, tuo padre, e anche il padre suo sono dannati, e chiunque il seguita è ingannato”. E dette queste parole, frate Ruffino comincia a essere sì ottenebrato dal principe delle tenebre, che già perdeva ogni fede e amore ch'egli avea avuto a santo Francesco, e non si curava di dirgliene nulla. Ma quello ch'al padre santo non disse frate Ruffino, rivelò lo Spirito Santo. Onde veggendo in ispirito santo Francesco tanto pericolo del detto frate, mandò frate Masseo per lui, al quale frate Ruffino rispuose rimbrottando: “Che ho io a fare con frate Francesco?”. E allora frate Masseo tutto ripieno di sapienza divina, conoscendo la fallanza del dimonio, disse: “O frate Ruffino, non sai tu che frate Francesco è come uno agnolo di Dio, il quale ha illuminate tante anime nel mondo e dal quale noi abbiamo avuto la grazia di Dio? Ond'io voglio ch'a ogni partito tu venga con meco a lui, imperò ch'io ti veggio chiaramente esser ingannato dal dimonio”. E detto questo, frate Ruffino si mosse e andò a santo Francesco. E veggendolo dalla lunga santo Francesco venire, cominciò a gridare: “O frate Ruffino cattivello, a cui hai tu creduto?”. E giugnendo a lui frate Ruffino, egli sì gli disse per ordine tutta la tentazione ch'egli avea avuta dal demonio dentro e di fuori, e mostrandogli chiaramente che colui che gli era apparito era il demonio e non Cristo, e che per nessuno modo ei dovea acconsentire alle suggestioni: “ma quando il demonio ti dicesse più: Tu se' dannato, si gli rispondi: Apri la bocca; mo' vi ti caco. E questo ti sia segnale, ch'egli è il demonio e non Cristo, ché dato tu gli arai tale risposta,immantanente fuggirà. Anche a questo cotale dovevi tu ancora conoscere ch'egli era il demonio, imperò che t'indurò il cuore a ogni bene; la qual cosa è proprio suo ufficio: ma Cristo benedetto non indura mai il cuore dell'uomo fedele, anzi l'ammorbida secondo che dice per la bocca del profeta: lo vi torrò il cuore di pietra e darovvi il cuore di carne”. Allora frate Ruffino, veggendo che frate Francesco gli diceva per ordine tutt'l modo della sua tentazione, compunto per le sue parole, cominciò a lagrimare fortissimamente e adorare santo Francesco e umilemente riconoscere la colpa sua in avergli celato la sua tentazione. E così rimase tutto consolato e confortato per gli ammonimenti del padre santo e tutto mutato in meglio. Poi finalmente gli disse santo Francesco: “Va' figliuolo, e confessati e non lasciare lo studio della orazione usata, e sappi per certo che questa tentazione ti sarà grande utilità e consolazione, e in breve il proverai”.Tornasi frate Ruffino alla cella sua nella selva, e standosi con molte lagrime in orazione, eccoti venire il nemico in persona di Cristo, secondo l'apparenza di fuori, e dicegli: “O frate Ruffino, non t'ho io detto che tu non gli creda al figliuolo di Pietro Bernardoni, e che tu non ti affatichi in lagrime e in orazioni, però che tu se' dannato? Che ti giova affligerti mentre tu se' vivo, e poi quando tu morrai sarai dannato?”. E subitamente frate Ruffino risponde: “Apri la bocca; mo' vi ti caco”. Di che il demonio isdegnato, immantanente si partì con tanta tempesta e commozione di pietre di monte Subasio ch'era in alto, che per grande spazio bastò il rovinio delle pietre che caddono giuso; ed era sì grande il percuotere che faceano insieme nel rotolare, che sfavillavano fuoco orribile per la valle; e al romore terribile ch'elle faceano, santo Francesco con li compagni con grande ammirazione uscirono fuori del luogo a vedere che novità fosse quella; e ancora vi si vede quella ruina grandissima di pietre. Allora frate Ruffino manifestamente s'avvide che colui era stato il demonio, il quale l'avea ingannato. E tornato a santo Francesco anche da capo, si gitta in terra e riconosce la colpa sua. Santo Francesco il riconforta con dolci parole e mandanelo tutto consolato alla cella Nella quale standos'egli in orazione divotissimamente, Cristo benedetto gli apparve, e tutta l'anima sua gli riscaldò del divino amore, e disse: “Bene facesti, figliuolo che credesti a frate
Francesco, però che colui che ti aveva contristato era il demonio. ma io sono Cristo tuo maestro, e per rendertene ben certo io ti do questo segnale, che mentre che tu viverai, non sentirai mai tristizia veruna né malinconia”. E detto questo, si partì Cristo, lasciandolo con tanta allegrezza e dolcezza di
spirito ed allevazione di mente, che 'l di e la notte era assorto e ratto in Dio
E d'allora innanzi fu sì confermato in grazia e in sicurtà della sua salute, che tutto diventò mutato in altro uomo, e sarebbesi stato il dì e la notte in orazione a contemplare le cose divine s'altri l'avesse lasciato stare. Onde dicea santo Francesco di lui, che frate Ruffino era in questa vita canonizzato da Cristo, e che, fuori che dinanzi da lui, egli non dubiterebbe di dire santo Ruffino,benché fusse ancora vivo in terra.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

(dai Fioretti di San Francesco di Assisi, Capitolo 29)

Ponti e muri.

Oggi quando si parla di muri, ai cristiani 2.0, gli occhi diventano rossi per lo sdegno: «ponti e non muri vanno costruiti!». Io quando s...