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I nuovi Braghettoni

Può essere che il problema prioritario, il più drammatico e urgente dell’Italia, che deve essere risolto subito e solo così potremmo diventare—finalmente—uno Stato civile tra gli Eletti Stati civili, sia solo quello delle unioni tra omosessuali e delle loro adozioni?


La polemica è durata diversi giorni. Qualcuno—novello Braghettone—ha messo le “braghe” alle statue in Campidoglio per non far “arrossire” il presidente iraniano in visita a Roma. Forse ha fatto peggio del così detto Braghettone di Michelangiolesca memoria, perchè questo ha solo coperto con un pudico velo, leggero leggero, le nudità solo di alcuni dei partecipanti al Giudizio Universale. L’ignoto e odierno moralizzatore ha invece  coperto 
proprio tutte le statue. Ignoto, perchè sia il Premier che il Ministro della cultura hanno detto di non sapere chi fosse stato a far mettere le “braghe” di legno alle statue. Beh si vede che è tutto sotto controllo: non dobbiamo temere nulla. A parte questo. Non mi pare che quella sia stata una questione di importanza vitale. Un po’ da fresconi, da moralisti forse, magari fatta a fin di bene. Ma basta. E’ una notizia che è apparsa in tutti i TG e in tutti i quotidiani, per giorni: mi sembra davvero esagerato. Non si può discutere per tanto tempo di un fatto del genere. Non è un fatto serio, e se questi sono gli argomenti in cui si dibatte la politica allora: povera Patria e povero popolo. E a proposito di fatti seri, urgenti e di importanza primaria, restiamo in tema. La legge sulle unioni tra omosessuali, come ormai sapete tutti, è improcrastinabile e irrinunciabile dicono da giorni quelli da Lassù. Siamo all’ultimo posto in Europa, chiriscono alcuni. «Non siamo uno Stato civile fino a che non abbiamo quella legge», tuonano altri. E con tutti i problemi che ci sono in Europa e nel Mondo, di questo argomento se ne occupa alacremente da tanto tempo sia l’Unione Europea che persino l’ONU. Ma se uno provasse a chiedere a uno di Lassù conto e spiegazione dell’urgenza e della gravità di questo problema, penso che resterà deluso: è così e non può essere diversamente, se non ci credi sei uno contro la civiltà, punto. Cioè se non pensi democraticamente come loro, sei sbagliato tu. Il 30 gennaio a Roma, al Family day, si vedrà quanta gente parteciperà per dire che non è d’accordo, cioè quanta gente sbaglia e è sbagliata, anche se temo che i giochi siano già fatti e la volontà popolare forse non avrà nessuna considerazione. Anni fa, giovanissimo studente universitario ebbi la chiarezza di cosa significasse democrazia in Italia. Il primo dei vari referendum per abolire il finanziamento pubblico ai partiti ebbe un successo clamoroso, il popolo disse in stragrande maggioranza «no, non lo vogliamo!». Cosa dissero allora i politici da Lassù? «Il popolo non ha voluto dire no al finanziamento ai partiti, esso ha voluto dire con questo referendum che ci vuole una nuova legge su questo tema, migliore cioè». E i soldi li hanno ancora, immeritatamente, alla faccia della povera gente e della volontà democratica. Restando in tema di unioni tra omosessuali e relative adozioni: siamo dunque all’ultimo posto, uno Stato incivile cioè, dicono sempre da Lassù. A parte che non è vero, tanti Stati anche europei non hanno una legislazione in materia, poi a ben vedere siamo all’ultimo posto anche per tantissimi altri motivi: la corruzione, la sicurezza, la scuola, la sanità, la natalità,… le strade. E poi abbiamo l’Islam inferocito alle porte, una migrazione incontrollata di africani (terroristi compresi), una burocrazia spaventosa, una tassazione al limite della persecuzione, imprese che chiudono e gente a spasso, criminalità altissima, le pensioni, i vitalizi, la mafia, i buchi neri dove cadono i soldi pubblici, carceri piene, briganti fatti uscire, gente sempre più povera, esodati,… può essere che il problema prioritario, il più drammatico e urgente dell’Italia, da risolvere subito e solo così potremmo diventare—finalmente—uno Stato civile tra gli Eletti Stati civili, sia solo quello delle unioni tra omosessuali e delle loro adozioni? Cari Braghettoni imbraghettate pure la realtà come fate da sempre. Però, credetemi o Voi di Lassù, ora quello non è assolutamente il problema principale dell’Italia e degli italiani. E ricordatevi, cari compatrioti di quaggiù, che c’è sempre pronta per uscire un'altra legge anch’essa di un’importanza e di un’urgenza straordinarie: quella contro l’omofobia che manderà in carcere chi pensa male degli omosessuali. E che ci farà essere uno Stato civile tra gli Stati civili. Per ora non entriamo nel merito. Ma non ci sono altre cose più importanti?
                                                                                                     Il Pio

San Benedetto da Norcia e il quotidiano

S. Benedetto da Norcia dice che ogni cosa dovrebbe essere trattata con la stessa riverenza e cura che noi diamo ai vasi sacri dell’altare. Quando parla degli arnesi del monastero dice “se qualcuno avrà trattato gli arnesi del monastero senza cura della pulizia o con negligenza, venga ripreso, se non si correggerà, subisca la sanzione prevista dalla regola”. 



Per S. Benedetto la vita quotidiana è importante, non è una cosa secondaria da sottovalutare. Nel capitolo sul cellerario dice a quest’uomo che ogni bene del monastero lo consideri allo stesso modo dei vasi sacri dell’altare, nulla ritenga trascurabile. I vasi sacri dell’altare di solito sono di argento di oro, cose preziose che vengono tenute in un luogo speciale sotto chiave, mentre gli arnesi normali del monastero si trattano più casualmente, però S. Benedetto dice che ogni cosa dovrebbe essere trattata con la stessa riverenza e cura che noi diamo ai vasi sacri dell’altare. Quando parla degli arnesi del monastero dice “se qualcuno avrà trattato gli arnesi del monastero senza cura della pulizia o con negligenza, venga ripreso, se non si correggerà, subisca la sanzione prevista dalla regola”. S. Benedetto è molto severo in questo senso, chiedendo che ogni cosa del monastero venga trattata con grande cura. Ci sono due episodi che descrivono questo stesso atteggiamento. Il primo è il racconto del Goto e del falcetto, il goto di animo umile, ma incolto chiese di entrare in monastero, in nome di Dio Benedetto lo accolse molto volentieri. Un giorno il santo gli fece dare un arnese di ferro, una cosa molto costosa per l’epoca, non si poteva andare in ferramenta e comperarne uno nuovo, questo arnese era chiamato falcetto a motivo della sua somiglianza con la falce, e lo mandò a sgomberare dai rovi un pezzo di terra, che doveva poi essere coltivato a orto. Il terreno da dissodare si stendeva proprio sulla sponda del lago di Subiaco, goto si mise a lavorare di buona lena e cercava con tutte le sue forze di sradicare il fitto roveto. Ad un tratto il ferro si sfilò dal manico e cadde nel lago in un punto in cui l’acqua era tanto profonda da non lasciare speranza di poterlo recuperare. Tutto tremante per la perdita del falcetto il goto corse dal monaco Mauro, gli raccontò del suo incidente e fece soddisfazione per la sua colpa. Il monaco Mauro si fece premura di informare il servo di Dio Benedetto, questi, udito il fatto, subito si recò sul posto, prese dalla mano del goto il manico e lo immerse nell’acqua, all’istante il ferro risalì alla superficie e rientrò nel suo manico. Benedetto riconsegnò subito lo strumento al buon goto dicendo: “ecco, lavora e non ti rattristare”. Un racconto molto bello in cui S. Gregorio vuole fare il parallelo tra S. Benedetto e il profeta Eliseo, oppure Elia non ricordo bene, che ha fatto un miracolo simile, manifesta la sua premura per gli arnesi del monastero, un falcetto era una cosa importante, non da trascurare, quindi questo miracolo sottolinea l’importanza delle cose quotidiane del monastero. C’è un altro episodio che sottolinea il valore delle cose normali del monastero. Dopo aver lasciato Roma, lui era sempre seguito dalla sua nutrice in paese vicino Subiaco passando lì vari mesi, poi ha deciso di lasciare di nascosto la nutrice e si è ritirato a Subiaco. “Lasciati dunque gli studi e presa la decisione di ritirarsi in un luogo solitario lo seguì solo la sua nutrice che gli era intensamente affezionata. Giunsero in un paese chiamato Affine e si stabilirono presso la chiesa di S. Pietro, trattenuti dall’accogliente carità di molte buone persone. Un giorno la nutrice chiese in prestito alla vicina un vaso di coccio per mondare il frumento, avendolo lasciato in un angolo del tavolo sbadatamente in un attimo esso cadde e si spezzò in due. Quando la donna rientrò in casa e si accorse dell’accaduto, cominciò a piangere desolata, poiché le si era rotto proprio l’utensile avuto in prestito. Benedetto, giovane buono e sensibile qual era, vedendo la sua nutrice in pianto si mosse a compassione, prese le due parti del vaso spezzato e si ritirò in profonda preghiera accompagnata da gran quantità di lacrime. Quando si rialzò dalla sua orazione vide il vaso talmente intatto da non poter scorgere da esso la minima traccia di rottura. Consolò poi affettuosamente la sua nutrice e le consegnò l’utensile che aveva raccolto in pezzi”. Di nuovo un miracolo che però vorrei sottolineare era per consolare la nutrice, ma si trattava di una cosa della cucina, quindi S. Benedetto ha una grande attenzione per le cose materiali di ogni giorno. Come possiamo attualizzare questo aspetto del carisma di S. Benedetto, credo che possiamo trovare nuovo valore nell’ordinario, invece la nostra società cerca stimoli sempre più straordinari, come se la vita ordinaria era noiosa. Ma la vita ordinaria ha un valore sacramentale che dobbiamo recuperare, nel senso che le cose materiali indicano una realtà spirituale, quindi il mondo materiale ci comunica qualcosa di Dio. Dobbiamo recuperare questo aspetto della vita ordinaria.

(Stralci della conferenza di Padre Cassian Folsom, San Benedetto da Norcia, una vita che cambia il mondo 1 luglio 2014)

Quello che ci abbisogna


L'orazione è una elevazione della mente a Dio per adorarlo, per ringraziarlo, e per domandargli quello che ci abbisogna


259. Abbiamo noi speranza fondata di ottenere per mezzo della orazione, gli aiuti e le grazie di cui abbiamo bisogno?
La speranza di ottenere da Dio le grazie, di cui abbiamo bisogno, è fondata nelle promesse di Dio onnipotente, misericordioso e fedelissimo, e nei meriti di Gesù Cristo.


260. In nome di chi dobbiamo domandare a Dio le grazie che ci sono necessarie?
Noi dobbiamo domandare a Dio le grazie che ci sono necessarie in nome di Gesù Cristo, come Egli medesimo ci ha insegnato e come pratica la Chiesa la quale termina sempre le sue preghiere con queste parole: per Dominum nostrum Jesum Christum, cioè: per il nostro Signore Gesù Cristo.

261. Perché dobbiamo domandare a Dio le grazie in nome di Gesù Cristo?
Noi dobbiamo domandare le grazie in nome di Gesù Cristo, perché essendo Egli il nostro mediatore, solo per mezzo di lui noi possiamo avvicinarci al trono di Dio.

262. Se l'orazione ha tanta virtù, che vuol dire che molte volte non sono esaudite le nostre preghiere?
Molte volte le nostre preghiere non sono esaudite, o perché domandiamo cose che non convengono alla nostra eterna salute, o perché non preghiamo come si deve.

263. Quali sono le cose che dobbiamo principalmente domandare a Dio?
Dobbiamo principalmente domandare a Dio la sua gloria, la nostra eterna salute e i mezzi per conseguirla.


264. Non è lecito il domandare anche beni temporali?
Si, è lecito domandare a Dio anche i beni temporali, ma sempre con la condizione che siano conformi alla sua santissima volontà, e non siano d'impedimento alla nostra eterna salute.

(Dal Catechismo Maggiore di San Pio X)

Don Bosco / 4

«Bisogna abbandonarsi nelle mani della Divina Provvidenza, che non verrà mai meno» (MB IX,703)

«Cerchiamo di lavorare molto per fare molto bene» (MB II,169)

«Chi si rimette pienamente a Dio, è impossibile che non venga esaudito» (MB X,91)

«Non fidarti troppo delle tue forze; cadde un s. Pietro» (MB X,9)

«L’insegnante più efficace é fare quello che si comanda agli altri» (Mamma Margherita) (MB V,562)

«La mia mercede l’attendo da Dio solo, giusto remuneratore delle opere buone» (MB VII,322)

«Non siamo creati per bere, e per mangiare, sibbene per amar Dio e salvar l’anima» (MB III,586,7)

«Pensare, nel comunicare, alla propria vocazione, ecco il modo di procurarsi allegrezza per tutta la vita» (MB XIV,52)

«Senza il timor di Dio la scienza diventa stoltezza» (MB X,1032)

«Fate il possibile e direi persino l’impossibile per coltivare molte vocazioni nei teneri cuori» (MB XIV,133)

«La carità non conosce diversità di razze, né distanza di luoghi» (MB XVII,237)

«Il sistema preventivo è la carità, il santo timor di Dio infuso nei cuori» (MB VI,381)

Quanto è mai bello l ‘amore congiunto alla carità» (MB XIII,149)

«Dire loro subito e chiaro senza ambagi ciò che si vuole da essi per il bene dell’anima, dà vittoria sui cuori» (MB VI,385)

«Al confessore dobbiamo aprire schiettamente la nostra coscienza ed egli saprà dirci dove il Signore ci vuole» (MB VII,832)

«Religione e ragione sono le due molle di tutto il mio sistema di educazione» (MB VII,761)

«L’invocazione a Lui più familiare era: Maria Mater gratiae, Dulcis parens clementiae, tu nos ab hoste protege, et mortis hora suscipe» (V,163)
«Per conservare la virtù della modestia rendetevi familiare l’uso delle giaculatorie» (MB VII,83)

Re e scatenamenti

Ci vuole qualcuno che è “sopra” e può dire, essendo poi ascoltato, in quanto degno di fede e di fiducia. Che richiami tutti all’onore e alla dignità. Qualcuno ben voluto dal popolo, che lo vede come uno “di famiglia”. Un Re appunto.


Politicamente parlando, io avrei un grosso difetto, imperdonabile. Sarei monarchico. E, vivendo nelle Marche, sarei dunque per la monarchia papale. Utopia, dunque; stupidaggine pertanto. Una fissazione romantica del passato, alla fine. Il fatto però è anche che ci vuole in uno Stato una figura fissa, sopra le parti, che dura nel tempo e non ha una scadenza fissa. Di cui la gente ha fiducia e vede come difesa e riferimento su tutto. A cui rivolgersi, perchè non è soggetto a un partito. Uno che può indirizzare i tre poteri (giudiziario, legislativo, esecutivo). Ci vuole una figura super partes. Sopra le parti politiche, lontano da esse e che gode la fiducia e il rispetto (realmente, sinceramente) di tutti. Non un dittatore, si capisce (non sia mai!). Assistiamo oggi allo “scatenamento” dei suddetti tre poteri. Scatenamento, per cui nessuno è legato a nulla e a nessuno. Ognuno va avanti per la strada propria, i partiti e le loro minuzie, la logica del potere e dell'opposizione, hanno un peso enorme nella gestione dello Stato e il popolo e quello che pensa spesso non conta nulla. E ci capita di vedere: leggi ad personam o che nascono già incostituzionali o che devono accontentare qualche gruppo, sentenze che hanno il sapore di ingiustizia o di agiustizia, decisioni infine che nessuno prende, lasciando tutto com’è. Ci vuole qualcuno che è “sopra” e può dire, essendo poi ascoltato, in quanto degno di fede e di fiducia. Che richiami tutti all’onore e alla dignità. Qualcuno ben voluto dal popolo, che lo vede come uno “di famiglia”. Un Re appunto. Nei Paesi in cui c’è un Re, il popolo ha un senso di Nazione molto forte e lo vedono come un riferimento. Ma c’è sempre il retro della medaglia: se capita un Re fannullone, pazzo, “macellaro” o, peggio, idiota, sono—come si dice—cavoli amari per tutti, perché lo si dovrà tenere (e mantenere) vita natural durante, senza scadenze o elezioni, con tutte le conseguenze e ripercussioni. Ma attualmente il rischio della democrazia in Italia non è minore, diverso certamente, ma non è minore. Lo “scatenamento” infatti è una cosa grave. Utopia, utopia. Lasciatemi questa utopia e perdonatemi.
Il Pio

Pier Giorgio Frassati / 10

«Viveva meglio di me, dunque
aveva ragione. A vederlo mi pareva di intendere come era
fatto un giovane cristiano sul serio, per cui la fede è la ragione
stessa della vita ».

(don Antonio Cojazzi, Pier Giorgio Frassati)

Poveri cristiani!


Il numero di cristiani perseguitati nel mondo è elevatissimo. Tanto elevato, quanto è sconosciuta questa persecuzione. Infatti per gli occidentali la religione cristiana ha rovinato il mondo e ha tutte le colpe. Dunque: ammazzati fuori e infamati dentro. Un dossier su questo argomento.

Cresce la persecuzione dei cristiani nel mondo, persino in posti dove non era così marcata nel recente passato, come in alcune regioni dell’Asia, dell’America Latina e specialmente dell’Africa Subsahariana. Si conferma anche quest’anno l’estremismo islamico come fonte principale (non l’unica) di tale persecuzione, ma assume nuove e inattese forme, come i califfati dell’IS in Siria e Iraq e di Boko Haram in Nigeria. Entrano nella top 10 altri 3 stati africani, Sudan, Eritrea e Nigeria, segno che l’Africa è sempre uno scenario centrale della persecuzione anticristiana.

La situazione dei credenti in Cristo è sempre più difficile in diversi contesti: Iraq, Somalia, India, Cina, Iran, Pakistan, Eritrea e Vietnam. Resta drammatica ma stabile in Corea del Nord e Arabia Saudita. Nel 2014, i paesi dove i cristiani hanno sperimentato maggiore violenza sono stati in questo ordine: Nigeria, Iraq, Siria, Repubblica Centrafricana, Sudan, Pakistan, Egitto, Myanmar, Messico e Kenya. Secondo le stime, 4.344 cristiani sono stati uccisi per ragioni strettamente collegate alla loro fede, mentre almeno 1.062 chiese sono state attaccate per la stessa ragione.

Secondo la lista World Watch List 2015, redatta da Open Doors, organizzazione che da anni monitora questa specifica intolleranza a livello mondiale, dei 50 paesi in graduatoria, 40 (ossia l’80%) sono in prevalenza o in totalità islamici. E dei primi 14, quelli con un voto sopra 75/100 che indica “estremo clima di persecuzione”, gli stati di religione maomettana sono 13. Gli islamici, insomma, odiano innanzitutto gli ebrei, ma disprezzano e perseguitano anche i cristiani.

I livelli assegnati sono basati su vari aspetti della libertà religiosa, nella fattispecie identificano principalmente il grado di libertà dei cristiani nel vivere apertamente la loro fede in 5 sfere della loro vita quotidiana: nel privato, in famiglia, nella comunità in cui risiedono, nella chiesa che frequentano e nella vita pubblica del paese (nazione) in cui vivono, a cui si aggiunge una sesta area che serve a misurare l’eventuale grado di violenze che subiscono.

1. North Korea: 92/100

2. Somalia: 90/100

3. Iraq: 86/100

4. Syria: 83/100

5. Afghanistan: 81/100

6. Sudan: 80/100

7. Iran: 80/100

8. Pakistan: 79/100

9. Eritrea: 79/100

10. Nigeria: 78/100

11. Maldives: 78/100

12. Arabia Saudita: 77/100

13. Libya: 76/100

14. Yemen: 76/100

15. Uzbekistan: 69/100

16. Vietnam: 68/100

17. Repubblica Centro Africana: 67/100

18. Qatar: 64/100

19. Kenya: 63/100

20. Turkmenistan: 63/100

21. India: 62/100

22. Etiopia: 61/100

23. Egitto: 61/100

24. Djibouti: 60/100

25. Myanmar: 60/100

26. Palestina (Territori): 58/100

27. Brunei: 58/100

28. Laos: 58/100

29. Cina: 57/100

30. Giordania: 56/100

31. Bhutan: 56/100

32. Comore: 56/100

33. Tanzania: 56/100

34. Algeria: 55/100

35. Colombia: 55/100

36. Tunisia: 55/100

37. Malesia: 55/100

38. Messico: 55/100

39. Oman: 55/100

40. Mali: 52/100

41. Turchia: 52/100

42. Kazakhstan: 51/100

43. Bangladesh: 51/100

44. Sri Lanka: 51/100

45. Tajikistan: 50/100

46. Azerbaijan: 50/100

47. Indonesia: 50/100

48. Mauritania: 50/100

49. Emirati Arabi Uniti: 49/100

50. Kuwait: 49/100

(dal sito www.mondoallarovescia.com)

L’Agiustizia


«Honeste vivere, alterum non ledere, unicuique suum tribuere» cioè vivere onestamente, non danneggiare gli altri, dare a ciascuno il suo». 

L'Agiustizia. Non esiste questo termine in italiano, non temete non sono così colto da conoscere parole arcane e sconosciute. Però, a braccio, inventando un po’, alfa privativo con la parola giustizia, potrebbe significare assenza di giustizia, il contrario di giustizia. Perché c’è una giustizia naturale, quella che tutti gli uomini hanno nel proprio cuore (tolti i casi disperati e estremi). Come infatti c’è il diritto naturale, c’è anche una giustizia naturale, non codificata, ma uguale alla gran parte delle persone in tutto il mondo. Un senso comune di giustizia. Che vuole che i cattivi vengano puniti, che chi governa pensi ai problemi reali del popolo, che lo Stato venga difeso, che ai posti di comando vada solo gente brava e capace, che i soldi e le risorse pubbliche non vadano sprecati, che non ci sia una persecuzione erariale, che le persone siano rispettate, che il lavoro venga fatto bene e col cuore, e tanto altro. Gli antichi romani sintetizzavano l’essenza della giustizia del diritto in tre frasi: «Honeste vivere, alterum non ledere, unicuique suum tribuere» cioè vivere onestamente, non danneggiare gli altri, dare a ciascuno il suo. Torniamo a bomba con alcuni esempi di agiustizia. Ci sono troppi carcerati? Facciamoli uscire (agiustizia), costruiamo più carceri (giustizia naturale); ci sono troppi reati? Dichiariamo impunibili i reati di piccola entità (agiustizia), aumentiamo le pene e facciamole scontare tutte (giustizia naturale); ci sono troppi clandestini? Togliamo il reato di clandestinità (agiustizia), non li facciamo entrare (giustizia naturale). Spesso infatti alla giustizia naturale, così tanto precisa, buona e chiara, si oppone caparbiamente, nella realtà di tutti i giorni—appunto—l’agiustizia plateale. L’ideologia spesso crea l’agiustizia (come sapete l’ideologia prevale sempre sulla realtà e sul proprio cuore) e così l’uomo ideologizzato dice che se un bianco o un ricco picchiano un nero o un povero è sempre male, se un nero o un povero picchiano un bianco o un ricco è sempre giusto. Se si uccide una donna è un grave femminicidio se si uccide un uomo è semplicemente un omicidio (la giustizia naturale vorrebbe invece che sia sempre un assassinio, indifferentemente). L’agiustizia non la possiamo eliminare. Perché tutti abbiamo il peccato originale e pur se abbiamo scolpito nel cuore la giustizia naturale, siamo portati a compiere e a fare l’agiustizia. Gli effetti del peccato originale si contengono coi sacramenti (eucarestia, confessione e con la messa…). Ma oggi siamo liberi e non possiamo seguire i precetti di Dio. Peggio per noi.
Il Pio

C'è del buono in questo mondo


 "C'è del buono in questo mondo, padron Frodo... è giusto combattere per questo!"


Sam: "È come nelle grandi storie, padron Frodo, quelle che contano davvero, erano piene di oscurità e pericolo, e a volte non volevi sapere il finale, perchè come poteva esserci un finale allegro, come poteva il mondo tornare com'era dopo che erano successe tante cose brutte, ma alla fine è solo una cosa passeggera, quest'ombra, anche l'oscurità deve passare, arriverà un nuovo giorno, e quando il sole splenderà sarà ancora più luminoso, quelle erano le storie che ti restavano dentro, anche se eri troppo piccolo per capire il perchè, ma credo, padron Frodo, di capire ora, adesso so, la persone di quelle storie avevano molte occasioni di tornare indietro e non l'hanno fatto... andavano avanti, perchè loro erano aggrappati a qualcosa."

Frodo:
"Noi a cosa siamo agrappati Sam?"

Sam: "C'è del buono in questo mondo, padron Frodo... è giusto combattere per questo!"

(dal film "Il Signore degli Anelli: Le due torri" di Peter Jackson)
da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/frasi-film/i/il-signore-degli-anelli-le-due-torri-(2002)/citazione-21141>

Era un tipo tranquillo


C’è un’intervista che ha sempre la stessa risposta: è quella che avviene dopo l’arresto di un terribile criminale o di un terrorista. Cosa dicono sempre e in ogni caso i vicini intervistati? «Era un tipo tranquillo».


Una faccenda che vedo ripetersi spesso è l’intervista. Prima una premessa. Io non sopporto le interviste “alla gente comune” dei telegiornali, perché si intervistano sempre le persone che hanno dentro di sè il vuoto assoluto. La vecchia che piange, l’isterica che urla, quello che non ha nulla da dire, ma dice sempre qualcosa di "saggio" e (finalmente) quello “saggio” che dice solo banalità da Bar dello Sport. Raramente ho sentito intervistare una “persona comune” con un po’ di sale in zucca (e ce ne sono tante in giro, ma forse non sono apprezzate perché non dicono cose comuni e politicamente corrette, oppure perché stanno a lavoro o hanno da fare altro quando i giornalisti girano per le strade). Segno comunque di un modo pessimo di dare le notizie e di un modo ancor peggiore di riceverle. Non sopporto nemmeno le interviste “commozione”. Quelle di questo tipo. Al povero padre della figlia assassinata brutalmente si presenta la giornalista da assalto che gli sbatte il microfono in fronte insieme al cameramen e con le domande aspettano fino a che non esca la lacrima. Alla vecchia terremotata a cui si chiede «e adesso…?». Alla mamma del terribile serial killer a cui si chiede «ma suo figlio è davvero un assassino?» (Tutto questo fa audience e dunque interessa a chi gestisce queste cose, la verità non interessa, un giudizio serio non interessa). Tutti intuite però che tipo di risposte andrebbero date in circostanze simili. Ma c’è un’intervista che è sempre uguale e ha sempre la stessa risposta: è quella che avviene dopo l’arresto di un criminale o di un terrorista. Cosa dicono sempre e in ogni caso i vicini intervistati? «Era un tipo tranquillo». Sempre questa frase, come un mantra. «Era un tipo tranquillo». Che tutti i perfidi seviziatori e omicidi 
siano poi anche tutti sempre tranquilli non mi sembra tanto normale. Si deve allora pensare che o gliela impone il giornalista d’assalto quella risposta o non siamo più in grado di capire e conoscere chi vive vicino a noi da tanto tempo e ci autogiustifichiamo dando un giudizio che è sempre corretto e sempre giusto, ma irreale (e dunque non è un giudizio) perchè è una risposta data senza valutazione della realtà, una risposta automatica dunque, come quella delle e-mail in periodo di ferie. Segno che non viviamo in questo mondo, ma da un’altra parte, chiusi e impermeabili dentro il nostro appartamento. Segno che non ci guardiamo più negli occhi. Segno che non abbiamo quel briciolo di umanità che ci fa capire l’umanità del vicino. Segni tutti comunque brutti.

Il Pio 

La porta stretta

Tutti possono entrare nella vita eterna, ma per tutti la porta è "stretta". Non ci sono privilegiati. Il passaggio alla vita eterna è aperto a tutti, ma è "stretto" perché è esigente, richiede impegno, abnegazione, mortificazione del proprio egoismo.

... Durante la sua ultima salita verso Gerusalemme, un tale gli chiede: "Signore, sono pochi quelli che si salvano?". E Gesù risponde: "Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno" (Lc 13, 23-24). Che significa questa "porta stretta"? Perché molti non riescono ad entrarvi? Si tratta forse di un passaggio riservato solo ad alcuni eletti? In effetti, questo modo di ragionare degli interlocutori di Gesù, a ben vedere è sempre attuale: è sempre in agguato la tentazione di interpretare la pratica religiosa come fonte di privilegi o di sicurezze. 

In realtà, il messaggio di Cristo va proprio in senso opposto: tutti possono entrare nella vita, ma per tutti la porta è "stretta". Non ci sono privilegiati. Il passaggio alla vita eterna è aperto a tutti, ma è "stretto" perché è esigente, richiede impegno, abnegazione, mortificazione del proprio egoismo. Ancora una volta, come nelle scorse domeniche, il Vangelo ci invita a considerare il futuro che ci attende e al quale ci dobbiamo preparare durante il nostro pellegrinaggio sulla terra. La salvezza, che Gesù ha operato con la sua morte e risurrezione, è universale. Egli è l'unico Redentore e invita tutti al banchetto della vita immortale. Ma ad un'unica e uguale condizione: quella di sforzarsi di seguirlo ed imitarlo, prendendo su di sé, come Lui ha fatto, la propria croce e dedicando la vita al servizio dei fratelli. Unica e universale, dunque, è questa condizione per entrare nella vita celeste. 

Nell'ultimo giorno - ricorda ancora Gesù nel Vangelo - non è in base a presunti privilegi che saremo giudicati, ma secondo le nostre opere. Gli "operatori di iniquità" si troveranno esclusi, mentre saranno accolti quanti avranno compiuto il bene e cercato la giustizia, a costo di sacrifici. Non basterà pertanto dichiararsi "amici" di Cristo vantando falsi meriti: "Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze" (Lc 13, 26).

La vera amicizia con Gesù si esprime nel modo di vivere: si esprime con la bontà del cuore, con l'umiltà, la mitezza e la misericordia, l'amore per la giustizia e la verità, l'impegno sincero ed onesto per la pace e la riconciliazione. Questa, potremmo dire, è la "carta d'identità" che ci qualifica come suoi autentici "amici"; questo è il "passaporto" che ci permetterà di entrare nella vita eterna.

Cari fratelli e sorelle, se vogliamo anche noi passare per la porta stretta, dobbiamo impegnarci ad essere piccoli, cioè umili di cuore come Gesù. Come Maria, sua e nostra Madre. Lei per prima, dietro il Figlio, ha percorso la via della Croce ed è stata assunta nella gloria del Cielo, come abbiamo ricordato qualche giorno fa. Il popolo cristiano la invoca quale Ianua Caeli, Porta del Cielo. Chiediamole di guidarci, nelle nostre scelte quotidiane, sulla strada che conduce alla "porta del Cielo".

(Benedetto XVI, Angelus Palazzo Apostolico, Castel Gandolfo, 26 agosto 2007)

Ponti e muri.

Oggi quando si parla di muri, ai cristiani 2.0, gli occhi diventano rossi per lo sdegno: «ponti e non muri vanno costruiti!». Io quando s...