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Clericali!



Negli ultimi due o tre secoli sono stati lanciati attacchi micidiali contro la Chiesa e soprattutto contro la Fede in Gesù. Cannonate potentissime sono state scagliate contro di essa, molti muri si sono così sbriciolati e gli assalitori sono penetrati nelle vie e nelle case, indossando gli abiti tipici di quello Stato. Molti dal di dentro sono fuggiti perché non avevano coraggio di difenderLa (prima di tutto i Pastori), né capivano cosa stesse succedendo: pensavano a una novità a un giusto adeguamento della Religione alla Modernità (la Chiesa deve conservare il patrimonio della Fede per come gli è stato dato da Gesù). E poi considerate: Secolo XIX, Secolo XX, Secolo XXI… quanta modernità è passata e sparita almeno ogni venti anni? Ma fermiamoci qui. Una botta devastantissima è venuta da quegli anni che sono chiamati “il sessantotto” che ancora sono un dogma intoccabile. In quel periodo tutti avevano in mente la sicurezza che i tempi sarebbero a breve cambiati e che il passato era da buttare perché tutto sbagliato. (E così hanno buttato a mare il bambino con tutta l’acqua sporca). L’attacco in quegli anni è stato fatto sia con i super cannoni e sia con il fioretto. Nel 1965, quando già ribolliva l’aria, il cantautore Francesco Guccini scrisse la canzone “dio è morto”: il titolo proviene da una celebre frase del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche. Estrapolo un po’ di frasi. « Ho visto la gente della mia età andare via lungo le strade che non portano mai a niente cercare il sogno che conduce alla pazzia nella ricerca di qualcosa che non trovano». Fino a che non arriverà la speranza laica che migliorerà la vita, non si può trovare nulla di buono in questo mondo. La ricerca di qualcosa che non trovano: tutto è brutto, tutto è noia: non c’è nulla. Poi «Essere contro ad ingoiare la nostra stanca civiltà e un dio che è morto ai bordi delle strade, dio è morto nelle auto prese a rate, dio è morto nei miti dell'estate, dio è morto», dio è morto. Noi cristiani sappiamo che Dio ha a che fare con tutti i particolari della vita e dà senso alla vita e a tutto: anche alle auto prese a rate. «Mi han detto che questa mia generazione ormai non crede in ciò che spesso han mascherato con la fede nei miti eterni della patria o dell'eroe perchè è venuto ormai il momento di negare tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura…» questo sentivano i giovani di quegli anni in una bellissima musica e un bravissimo, stimatissimo e simpaticissimo cantante. Questo gli si insinuava nelle loro menti e metteva le radici. La canzone termina con «Ma penso che questa mia generazione è preparata a un mondo nuovo e a una speranza appena nata, ad un futuro che ha già in mano, a una rivolta senza armi, perché noi tutti ormai sappiamo che se dio muore è per tre giorni e poi risorge». Dio scritto sempre minuscolo, ma dunque arriverà un mondo nuovo e una speranza appena nata (per noi la speranza ha duemila anni e poi non mi pare che dopo cinquant’anni quella nuova sia ancora arrivata né tantomeno un mondo nuovo). Ma ognuno canta le canzoni che vuole e ognuno sente le canzoni che vuole. Però devo dire—e qui viene il dolore—che quella canzone veniva fatta ascoltare dai preti e dai vescovi, anche negli oratori delle chiese cattoliche, anche dalle trombe del campanile, forse anche…, ma spero di no. Perché? Perché dicevano che se letta in un certo modo, quella canzone è cattolica e molto utile ai giovani: tre giorni… resurrezione… speranza... Ma quanta gioventù cristiana si è persa, forse anche per questo? Alcuni dei terroristi, lo sapete, venivano dai seminari. Non gli è venuto in mente che con un titolo tratto da una frase di  Friedrich Nietzsche, cantata da uno che non ha mai detto di essere un fervente cristiano, con testo pieno di trappole pericolose, qualche problema poteva anche comportare? Clericali! 


Il Pio

Servono "uomini"





Una delle più profonde e preoccupanti crisi del nostro tempo è quella che ha colpito l'autorità (autorità deriva dal verbo latino augeo, cioè faccio crescere, accresco; tanto per capirci non è la... Polizia, l'autorità di cui parliamo, ma ad esempio un padre, un responsabile, un maestro,... ndr) nel senso che essa non ha più facile ascolto e nel senso che chi ne è investito, quando non ha un personale interesse a esercitarla, sembra demotivato o soltanto rassegnato a farlo. La crisi parte da lontano, da quando si è cominciato a verificare un solco sempre più profondo tra autorità e autorevolezza, persone cioè chiamate a ricoprire ruoli o incarichi per i quali non avevano statura morale o professionale, per cui la disciplina o l'osservanza della norma da parte dei "soggetti" non fu più convinta ma subita. Se sotto questo profilo, guardiamo al nucleo famigliare, ci accorgiamo che la superficialità e la leggerezza con cui si arriva alle nozze, segno di immaturità e di spirito di avventura anzichè di consapevolezza e di senso di personalità, determinano nei coniugi una fragilità di personalità per cui i figlioli non hanno nei genitori nè sicuro punto di riferimento , nè serenità di guida e di sostegno. i figli han bisogno di chiarezza educativa, di sintonia di decisioni, di armonia di ambiente e di vita, valori che non possono venire se non da persone motivate, convinte, ben  strutturate.(...) Si fa un gran parlare, di questi tempi (l'articolo è di febbraio del 1994, ndr), di rinnovamento della classe dirigente come se ciò si potesse fare senza "uomini", cioè gente pulita e competente, animata da vero spirito di servizio. Chi li fabbrica questi uomini, quando tutti—famiglia, scuola, associazioni e strutture che sono deputate a questo—se ne disimpegnano, dandosi obiettivi più facili e immediatamente più gratificanti? Se vogliamo essere gente seria che vuol imparare la lezione di questi fallimenti squallidi e non ritrovarseli di fronte fra un paio di decenni.. dobbiamo convincerci che ognuno di noi deve "farsi" così: autentico con se stesso e con gli altri, senza infingimenti e doppiezze, senza furberie e astuzie, papale papale, uno di quegli uomini di buona volontà che trovano grazia la notte di Natale.

(Giuseppe Filippini, "A ruota libera. Sulla Cooperazione e altro", ed. Confcooperative Lombardia, cap. "Autorità e autorevolezza", febbraio 1994, pag. 33).

Il Miracolo




«Crederei ai miracoli solo se mi dimostrassero che una gamba tagliata è ricresciuta: ma questo non è avvenuto e mai avverrà». Questa fra sentita migliaia di volte è di fatto errata, e la dimostrazione della sua falsità la troviamo sul libro di Vittorio Messori il Miracolo edizione Rizzoli, che stamattina ho ritrovato. Alla fine di luglio del 1637 Miguel Juan Pellicer, ventenne nativo di Calanda in Aragona si trova a Castellón, a circa 60 km da Valencia, dove lavora come contadino presso un suo zio. Mentre conduce un carro agricolo, cavalcando uno dei due muli che lo trainano, cade, probabilmente per un colpo di sonno, e la ruota del carro gli passa sulla gamba destra fratturandogli la tibia. Dopo aver ricevuto le prime cure a Castellón, il 3 agosto viene ricoverato all'ospedale di Valencia, dove rimane per cinque giorni; quindi decide di recarsi a Saragozza per farsi curare nell'ospedale dedicato alla Madonna del Pilar, alla quale è molto devoto.
Il viaggio, lungo trecento chilometri, dura ben cinquanta giorni; al suo arrivo i medici constatano che la gamba è ormai in avanzato stato di cancrena e non resta altro da fare che amputarla. Alla metà di ottobre due maestri chirurghi, Juan de Estanga e Diego Millaruelo, eseguono l'intervento: la gamba viene tagliata quattro dita sotto il ginocchio e sepolta, secondo l'usanza del tempo, in un apposito settore del cimitero dell'ospedale. Il moncone viene cauterizzato a fuoco.
Miguel Juan Pellicer rimane ricoverato per alcuni mesi, finché nella primavera del 1638 viene provvisto di gamba di legno e stampelle e dimesso. Per i due anni successivi si mantiene mendicando, provvisto di regolare permesso, presso il santuario del Pilar: durante questo periodo certamente lo vedono regolarmente un gran numero di cittadini di Saragozza. Periodicamente ritorna all'ospedale per farsi controllare e medicare dal dottor Estanga. Ogni sera chiede agli inservienti del santuario un po' dell'olio che arde nelle lampade sacre, e lo usa per ungere il moncone della gamba, nella convinzione di attirare così su di sé l'aiuto della Vergine.
Nei primi mesi del 1640 Pellicer, ora ventitreenne, decide di ritornare a Calanda presso i genitori, e dopo un viaggio di circa una settimana vi giunge nella seconda settimana di Quaresima (tra il 4 e l'11 marzo). Non potendo aiutare nel lavoro dei campi, riprende il "mestiere" di mendicante girando ogni giorno per i paesi circonvicini a cavallo di un asino: molte altre persone così possono constatare la sua mutilazione.
La sera del 29 marzo, alle dieci circa, Pellicer va a dormire: poiché il suo letto è occupato da un soldato di una guarnigione che quella notte sosta a Calanda, si corica su un giaciglio provvisorio allestito nella stanza dei suoi genitori. Tra le dieci e mezzo e le undici, sua madre entra nella stanza e vede due piedi spuntare dal mantello. Inizialmente pensa che il soldato e Miguel Juan si siano scambiati di posto, e chiama suo marito per chiarire il malinteso. Ma, scostando il mantello, i due coniugi esterrefatti constatano che si tratta proprio del loro figlio. Subito lo scuotono e gli urlano di svegliarsi: occorrono alcuni minuti perché Pellicer si risvegli da un sonno molto profondo e racconti di aver sognato che si trovava nel santuario del Pilar e stava ungendosi la gamba con l'olio benedetto, come molte volte aveva fatto. Tutti e tre sono subito concordi che la ricomparsa della gamba si deve certamente all'intercessione della Vergine del Pilar.

La notizia del fatto si sparge immediatamente per Calanda: la mattina seguente il giudice del paese, assistito da due chirurghi, esamina Pellicer e stende un rapporto che invia subito ai suoi superiori. Il 1º aprile,domenica delle Palme, si reca sul posto don Marco Seguer, parroco di Mazaleòn paese distante una cinquantina di chilometri, accompagnato dal notaio reale Miguel Andréu: quest'ultimo stende un rogito nel quale verbalizza la testimonianza giurata di dieci persone.
Il 25 aprile Pellicer e i suoi genitori si recano in pellegrinaggio a Saragozza, per ringraziare la Madonna del Pilar, e anche qui il giovane viene visto da numerosissime persone che lo avevano visto prima con una gamba sola: su richiesta delle autorità comunali si apre quindi un'inchiesta formale per accertare la veridicità del fatto. Il processo, presieduto dall'arcivescovo della città, si apre il 5 giugno e dura quasi un anno. Tutte le udienze sono pubbliche e non si registra alcuna voce di dissenso. Vengono verbalizzati ventiquattro testimoni, scelti come i più attendibili tra i moltissimi che hanno conosciuto Pellicer, sia a Calanda che a Saragozza.

Il 27 aprile 1641, l'arcivescovo di Saragozza emana la sentenza, con la quale riconosce ufficialmente l'autenticità del miracolo. Alla fine di quell'anno Pellicer viene invitato anche alla corte di Madrid il re Filippo IV si inginocchia davanti a lui e bacia la gamba miracolata.

Una circostanza singolare che emerge dai resoconti è che la gamba ricomparsa appariva essere la stessa gamba che era stata amputata due anni e mezzo prima. La si riconosceva infatti da alcuni graffi e cicatrici preesistenti; inoltre all'ospedale di Saragozza si scavò la fossa in cui la gamba tagliata era stata sepolta, e la si trovò vuota.

Per questo motivo si potrebbe parlare non di un miracolo ma de il Miracolo. Vittorio Messori nel libro che abbiamo citato all'inizio elenca e dettaglia i documenti dell'epoca che attesterebbero il "miracolo di Calanda". E' anche inutile dire che il libro di Messori, Il Miracolo, sia stato non poco criticato: si è partiti dal sostenere sostenere che Pellicer era un falso invalido che avrebbe tenuto la gamba ripiegata all'indietro e poi venne scoperto dal soldato quella famosa sera, fino a arrivare a un misterioso scambio di persone.

Uno può credere quello che vuole sui miracoli, può anche dimostrare che sono tutti trucchi per ingannare il popolo; qualcuno ha anche detto che più la Scienza progredisce e più i miracoli diminuiscono, con il corollario che solo la Scienza ci rende liberi. Io però sono più che convinto che più la Fede diminuisce e più i miracoli diminuiscono (l'avrebbe detto Gesù) più la Fede diminuisce è più si vive male e soprattutto sottomessi ai "nuovi liberatori".

Padre Giovanni Bruni. Era un sambenedettese.




Era nato a San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno) da Giuseppe e Maria Antonia Marconi. Genitori a dir poco esemplari… La sera in famiglia (il padre) guida la recita del rosario. Maria Antonia è stimata “come una santa” ed ogni giorno partecipa alla messa. Giacomo è l’ottavo di nove figli… Nasce l’8 agosto 1882; battezzato il giorno successivo gli viene dato il nome del nonno materno... Un giorno per uno strano ordine del sindaco portano via dalla nicchia la statua della Madonna; le suore per non estrometterla del tutto la collocano dietro una colonna in mezzo alla sala.

Giacomino commenta: “Ha fatto bene il sindaco. Così è più vicina a noi e la possiamo vedere meglio”.

In chiesa durante le funzioni “era un piacere stargli vicino”, ricorderà il sacrestano Gian Battista Massetti..

Tra i ragazzi ospitati da don Pietro, Giacomino è quello che manifesta più chiari i segni della vocazione. A dieci anni ne ha sentito l’invito durante un pellegrinaggio al santuario della Madonna di Loreto. Lui stesso più tardi ricorderà: “Mentre pregavo dinanzi all’altare mi sono inteso chiamare alla vita religiosa ed ho risposto di sì”.

Intanto guidato da don Pietro cura la preghiera e la vita di grazia con la confessione settimanale fin dai sette anni. Non solo; si fa apostolo dei suoi compagni invitando anche loro alla confessione. Lui vi si accosta compunto, preciso, devoto.

Ed uno dei confessori testimonierà: “Non mi sono mai più incontrato con un fanciullo che si confessasse come Giacomino. Se un giorno questo giovinetto riceverà l’onore degli altari vorrei essere io il primo a prostrarmi davanti all’amabile sua immagine che non si è mai cancellata dalla mia mente”.

Decide di entrare tra i missionari del Sacro Cuore.

Prega insistentemente don Pietro di aiutarlo tormentandolo con il solito ritornello: “Ma don Pietro, mi faccia entrare in religione”. Il sacerdote, sicuro della sincerità del ragazzo, va addirittura a Roma per parlare con il superiore della casa religiosa.

Quando arriva la risposta, Giacomino sente il sapore amaro di una speranza infranta; il mondo sembra crollargli addosso. Per l’accettazione viene chiesto il versamento di 500 lire, somma ragguardevole e decisamente sopra le disponibilità economiche della famiglia Bruni. Eppure è certo che quella è la sua strada. Lo indirizzano verso il seminario diocesano ... Lui desidera unicamente il convento: questa e non altra è la sua vocazione. Il passionista padre Basilio Viti, presente a San Benedetto per una predicazione, viene a sapere del fatto e taglia corto: “Datelo a noi questo ragazzo. E non si parli di soldi”. Per Giacomino l’orizzonte torna sereno ed ormai non pensa ad altro che ai Passionisti. Chiede e legge la biografia di san Paolo della Croce.

Gli altri sperano che la conoscenza della vita penitente ed austera dei Passionisti gli allontani l’idea del convento. Invece avviene proprio il contrario. Per convincere gli scettici che il suo non è un capriccio raddoppia le penitenze e comincia a vivere da passionista. “Questo figlio mi muore, piange mamma Maria Antonia; fa penitenza, dorme sulle tavole, mette le spine dentro il cuscino... Se gli dico di non farlo risponde che deve provare per vedere se riesce a diventare passionista”.

Tutti si convincono che fa sul serio e si abituano all’idea di vederlo partire. 

Viene fissata la data dell’addio… Il ragazzo scalpita e non lo si può trattenere. “Fatemi due bisacce, supplica; metteteci dentro un pezzo di pane che io me ne andrò da solo a Roma”…Parte insieme a don Pietro alle ore 22.00 del 29 maggio 1896. Mentre lo accompagnano alla stazione corre in chiesa. Trovandola chiusa si inginocchia sul gradino a pregare; bacia tre volte la porta quasi per salutare e ringraziare il Signore...

All’arrivo il giorno seguente lo accoglie il superiore generale, il beato Bernardo Silvestrelli che lo amerà sempre di particolare affetto. Il padre Bernardo vedendo quel ragazzo quattordicenne sorridente e dagli occhi vivaci, lo chiama affettuosamente “il moretto di San Benedetto”.

Nel seminario passionista di Rocca di Papa vive un impegno totale. Il rigore non lo spaventa. La preghiera è la sua gioia. Lavora per rendere più docile il carattere, più forte la volontà, più umile il comportamento.

Il maestro scriverà di lui al termine del noviziato: “Di questo ottimo giovanetto che ho diretto in tutto l’anno di noviziato posso attestare di non aver avuto altro motivo che di lodare e benedire Dio per l’esemplarissima condotta”. Compiuti i sedici anni richiesti dalle norme canoniche, emette la professione religiosa il 10 agosto 1898 a Moricone in provincia di Roma.

Riprende gli studi per prepararsi al sacerdozio. Potrebbe passare subito allo studentato filosofico-teologico; ma per uno sbaglio dei superiori vi arriva quasi un anno dopo. Lui non fa storie e non si lamenta. Dimora in varie case religiose per completare il corso scolastico: a Moricone nel 1898, a Sant’Angelo in Pontano (Macerata) nel 1899, al santuario della Madonna della Stella (Perugia) nel 1901, a Roma nel 1903… Dove era più ammirabile era nell’umiltà e nell’amore di Dio... Era in intimo, abituale raccoglimento. La preghiera fu il perno della sua vita...

Si prepara così al sacerdozio ed alla vita missionaria... Peccato quella salute così precaria e preoccupante. Giovanni è attentissimo a non chiedere dispense e particolarità. Ma il volto, sia pure sereno e dolce, parla chiaramente e vieta di illudersi.

I genitori un giorno lo vanno a trovare a Sant’Angelo in Pontano. Vedendolo sciupato manifestano tutta la loro preoccupazione. Lui assicura: “Sto bene, non mi manca nulla”.

Ed in realtà sta bene, ma solo interiormente. La tubercolosi polmonare che esploderà … in tutta la sua gravità, lo sta già uccidendo. E’ malato, ma segue a puntino la vita comune... Il 4 luglio del 1904 a Roma ha una violenta emottisi. Adagiato premurosamente sul letto ai confratelli costernati bisbiglia: “Vado a vedere la Madonna”. Viene trasferito a San Marcello (Ancona) dove il clima è più favorevole alla sua salute. Si riprende, quasi per miracolo. Nell’ottobre del 1904 ha recuperato forze sufficienti e può continuare gli studi alla Madonna della Stella.

Qui il 4 dicembre successivo è ordinato sacerdote: ha solo 22 anni e 4 mesi ed è stata necessaria una particolare dispensa del papa. Indicibile la sua gioia. 

Da quel giorno al sacrificio della messa unisce anche il sacrificio della sua vita appesa ad un filo sempre più sottile.

La messa gli diventa conforto e sostegno. Ogni tanto Giovanni sembra rifiorire e rifiorisce anche la speranza di tutti. Ma sono fugaci bagliori e niente più. Lui non si fa illusioni.

Nel giugno del 1905 dopo nuove ed abbondanti emottisi viene trasferito ancora a San Marcello. Il male diventa sempre più acuto e lui tutto accetta con disarmante serenità. A don Francesco Sciocchetti, il prete che lo ha visto bambino, scrive: “La speranza non abbandona mai i malati: questo mio desiderio di guarire però è conforme alle disposizioni di Dio su di me? In tale incertezza dopo aver sperato e pregato mi getto nelle braccia della divina Provvidenza certo che essa disporrà per il mio maggior bene”.

Dirà un testimone: “Era edificante e commovente vederlo ilare ed allegro... e perfino scherzare sulle caverne” nei suoi polmoni… 

“Sto facendo la volontà di Dio... Sto bene, tanto si soffre per il paradiso”, confessa a chi lo visita...

E’ abitualmente in preghiera rivolto alle immagini del Crocifisso e della Madonna che ha voluto di fronte al suo letto. Un giorno lo trovano che piange. Possibile? Cosa sarà mai successo? “Non piango per me, ma per il fastidio che vi arreco”, si affretta a spiegare all’infermiere. Dopo inevitabili colpi di tosse, implora il superiore: “Mi perdoni, sono di peso... Babbo mio, come farò per ricambiarla di tanta carità?”. “Preghi per me in paradiso”. “Sì, pregherò”, conclude Giovanni. “Bisogna ricevere i sacramenti”, gli dicono. “Finalmente”, risponde il malato con gli occhi innocenti e puri che brillano di festa. 

Sentendo prossima la fine chiede che gli leggano la vita di san Paolo della Croce e precisamente il capitolo che tratta dell’amore di Dio.

Così il moretto venuto dal mare, naufrago felice nell’amore di Dio, approda alla vita eterna… E’ il 12 dicembre 1905. E’ trascorso appena un anno dall’ordinazione sacerdotale. Sepolto nel locale cimitero, nel 1932 le sue spoglie sono esumate e trasferite nella chiesa delle monache passioniste di Ripatransone (Ascoli Piceno). Il 9 giugno del 1983 viene dichiarato venerabile. Dal 27 gennaio 1985 riposa nella chiesa abbaziale di San Benedetto del Tronto. Qui Giovanni, missionario come aveva sempre sognato, parla al cuore dei suoi devoti ed attende la glorificazione.


(Stralci tratti dal sito Santi e Beati – www.santiebeati.it)

Giudici e Sacerdoti che meritiamo



L'illusione che la vita sociale e quella delle istituzioni dipenda da chi ne è al vertice, crea aspettative infondate e falsi bersagli al punto da ritenere che, cambiando quelle persone, il problema sia risolto. "I popoli hanno i giudici e i sacerdoti che si meritano", dicevano gli antichi, e ciascuno ha da riflettere sulla misura della propria responsabilità, mentre ci si lamenta e si auspica il "cambiamento" (...) Il mondo che vogliamo nuovo ed umano ci mobilità tutti e ciascuno impegna al meglio, con coraggio e libertà di spirito. E' una sfida che ci investe, anche per preparare un futuro fecondo ai nostri figli.

(Giuseppe Filippini, "A ruota libera. Sulla Cooperazione e altro", ed. Confcooperative Lombardia, cap. "La difficoltà di guardarsi dentro", giugno 1993, pag. 19).

Il giallo e il rosso.






Intorno agli anni settanta mi trovavo a Roma per un giro turistico. E lì, mentre il mio amico cercava di raccapezzarsi nei meandri della piantina, girandosi ora a sinistra ora a destra, in alto e in basso, io lo seguivo con uno sguardo attento per sostenere i suoi sforzi, ma con la mente sentivo il discorso che dietro di me facevano un signore distinto e un vigile urbano. Parlavano di passaggi col giallo e col rosso e di multe. A un momento della discussione il Pizzardone (come li chiamano lì) disse al suo interlocutore, con il fare di chi è lo Stato: “Guardi che se un semaforo ha la lampadina del giallo fulminata e all’improvviso le diviene rosso, lei la multa la prende lo stesso e non gliela toglie nessuno (risatina)”. Il signore si azzittì, io non mi sono voltato, ma ho immaginato lo stesso la sua espressione, mentre proprio in quell’istante il mio amico trovò il bandolo della matassa e azzeccò la strada per andare dove dovevamo andare. Sono passati oltre quarant’anni, ma quell’episodio mi è rimasto impresso come fosse di ieri. Questo è lo Stato, questo è il pubblico. La cosa pubblica. La manutenzione dei semafori la deve fare il comune, ma se non la fa, la multa la prende il privato che poi ha già pagato anche la ditta che deve fare la manutenzione dei semafori. Quel Pizzardone poi, era un uomo del popolo, con uno stipendio da uomo del popolo, anche lui subiva tutte le ingiustizie, le tasse elevatissime, i balzelli, la burocrazia feroce e onnivora, una politica costosissima e ugualmente inutile, proprio come il popolo. Eppure per lui, lui era lo Stato e lo Stato ha sempre ragione anche quando non ce l’ha e lo Stato va difeso a prescindere. L’episodio che vi ho raccontato è proprio un’inezia, ma secondo me è proprio la stessa inezia che sta alla base di tutte le ingiustizie più grandi. La giustizia è sicuro: non ce l’avremo mai nel mondo. Anzi sarà continuamente peggio (al peggio infatti, c’è sempre un peggio ancor più peggio). Però quello che possiamo fare è pensare alla Giustizia del Cielo. E soprattutto pensare alla salvezza della nostra anima. La giustizia terrena non ci sarà mai, ripeto (abbiamo miliardi di anni di storia per dichiarare che mai si è verificata). Preoccupiamoci invece del fatto che prima o poi saremo di fronte al Tribunale di Dio, e lì la Giustizia è giusta, nel bene o nel male.


Il Pio

Avanti e indietro



Nessuno può andare "dietro" se non c'è uno "davanti".
E chi è capofila, capocordata sente l'incertezza del cammino, il freddo dell'aria pungente, il peso di chi gli si affida. Ma non può disertare, nè fermarsi: vorrebbe dire impoverirsi, spegnersi, essere un eterno insoddisfatto.
Fra l'altro senza questi uomini di silenzio, di coraggio e di fede tante energie rimarrebbero sopite e inespresse, tante esistenze si adatterebbero e si accomoderebbero, i giovani soprattutto non avrebbero stimoli e confronti. nel buoi della notte basta una lampada per orientare. E' poca cosa - sembra- una lampada, eppure è decisiva, determinante perchè chi vuole possa muoversi nella giusta direzione. E, c'è, attorno, una sete un bisogno dio orientamento forse come non mai. 

(Giuseppe Filippini, "A ruota libera. Sulla Cooperazione e altro", ed. Confcooperative Lombardia, cap. "Non ci si può tirare indietro" pag. 18).

Potere! Potere!

Il Potere è una brutta bestia nelle mani di un uomo poco saldo. Basta osservare ad esempio, come si comportano molti uomini politici e cosa ...