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Memento mori


Una delle cose che mi fanno rimanere in silenzio a pensare, è vedere le foto coi morti ammazzati degli anni settanta del secolo scorso. Mi capita talvolta di sfogliare libri dove si parla di quegli anni e vedere immagini con poliziotti, carabinieri uccisi in uno scontro a fuoco con terroristi o banditi o povera gente restata a terra a seguito dell’esplosione di una bomba o di proiettili vaganti. Le foto sono spesso in bianco e nero, perché di oltre quarant’anni fa. 

Le guardo, mi ci soffermo diverso tempo e poi immagino la loro ultima mattina, quando si sono alzati, pensando che quella sarebbe stata una giornata normale e sarebbero tornati a casa come la sera prima, come tutti gli altri giorni. Colazione, barba, pettine, ancora un po’ di sonno… «ho preso le chiavi di casa?», «Ciao, ci vediamo stasera», «dopo il lavoro devo passare da…», «oggi mi interrogano», «è tardi». Quello che ora rimane di quella loro ultima giornata è solo una foto in bianco e nero. Di quarant’anni fa. I parenti e gli amici che hanno sofferto il dolore di quella terribile giornata, la solitudine di aver perso una persona cara, nel frattempo si sono invecchiati, morti. Il mondo è andato avanti. I tempi sono cambiati. Loro invece fissi lì per sempre, in bianco e nero. Agenti della Polizia Stradale per terra dietro la loro macchina uccisi da un pazzo criminale. Carabinieri di scorta a un uomo politico, ancora dentro la macchina, uno appoggiato all’altro, crivellati di colpi da feroci terroristi. Un ragazzo lungo per terra contro il bordo del marciapiede, capitato malauguratamente in mezzo a una sparatoria, colpito in testa da una belva scatenata…
Ho detto di fatti e foto degli anni settanta, perché sono quelli in cui io ero un ragazzo e vivevo allora a Milano: non dico di averli vissuti direttamente, ma solo respirati e così mi sono rimasti dentro. Il discorso però che vorrei fare è generale. Il fatto è che tutti moriamo: c’è per tutti l’ultimo giorno che è sempre assolutamente ignoto (…salvo forse per i condannati a morte che sanno il giorno esatto in cui devono morire).

Ci dobbiamo pensare che il giorno che inizia potrebbe anche non terminare per noi. Ma se siamo pagani, non ci importa nulla di queste faccende: la morte è solo una sfiga a cui mai e poi mai ci si deve pensare, anche perché, finita questa vita, altre non ce ne sono e da essa ci proteggono i portafortuna, i gesti e le formule scaramantiche. Se invece siamo cattolici il discorso cambia. Allora ben venga il frequente ricordo dell’antichissimo monito “memento mori” (ricordati che devi morire). Con questo avvertimento ci possiamo ricordare la brevità e la vanità della vita terrena che quindi deve essere vissuta in preparazione della vera Vita, quella ultraterrena, quella bellissima in Paradiso con Dio, la Madonna e tutti i santi. Nel Medio Evo c’era qualcuno che andava in giro a ricordare a tutti quella esortazione, oggi—ovviamente—questo non si può fare più (non è da cristiani adulti e moderni!). La morte è dunque il punto d'inizio dell'esistenza più vera che ci apre le porte a una vita eterna e stupenda. Resterà certo la nostra ultima foto sbiadita su una parete. Però quella immagine non sarà l’ultima e definitiva cosa che rimane di noi.

Il Pio

Se fossimo pagani, diremmo sì.



La storia si sta facendo un po’ strana. C’è un senso di nebbia e di vuoto accanto a noi. Una sensazione che a breve capiterà qualcosa di spiacevole, per come si stanno sviluppando i fatti. Intorno a noi inoltre c’è tantissima confusione. Lo Stato, suddiviso nei suoi tre Poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) da decenni non ci dà più nessuna fiducia e garanzia. Sembra piuttosto nostro acerrimo nemico. E il futuro, messi così, non ci permette di poter sperare. Una cosa è chiara: la politica e nessun politico, non ci salverà mai.


E quelli che sono rimasti ancora cattolici, fedeli come antichi guerrieri, devono spesso vedere inermi anche gli scempi alla liturgia (io una volta ho ricevuto la santa comunione da uno che era vestito da elfo, con tanto di cappello coi sonaglini, in chiesa), scempi al catechismo (il digiuno liturgico inapplicato, comunione a chi convive senza essere sposato), scempi alla Tradizione (il rosario, preghiera delle vecchie, non si deve dire più). Eccetera, eccetera. E anche qui il futuro, messi così, non ci permette di poter sperare. Una cosa è chiara: quelli “moderni” e di “manica larga” non ci salveranno.

Sono pochi esempi, ma la situazione che stiamo vivendo come cittadini e come cattolici è (passatemi il termine) drammatica. Allora tutto è finito, non abbiamo più speranza? Sì, risponderebbero i pagani.Cioè quelli che contano solo su sé stessi ed esclusivamente sulla ragione umana, sul Fato ineluttabile, sui gesti e sui portafortuna apotropaici: loro non hanno un Dio come il Nostro, fattosi carne, morto e risorto per noi e per salvarci. Un Dio che ci vuole bene. Un Dio che può modificare significativamente anche gli eventi più certi, cambiare la realtà; un Dio che è presente nella realtà.

Noi lo abbiamo un Dio così e infatti non siamo pagani, ma cattolici, dunque possiamo tranquillamente sperare l’impossibile, se questo dovesse giovare alla nostra anima e alla nostra vita.

Il Vangelo di ieri riportava il fatto della moltiplicazione dei pani. Gesù vuole che i suoi amici gli consegnino tutti i pani che hanno. Non poteva—Lui che aveva risuscitato i morti, dato la vista ai ciechi, tirato su i paralitici—provvedere da sé a creare dalla sabbia del deserto, del pane per tutti? No, per fare il bene Lui vuole la collaborazione attiva e la fede degli uomini. Vuole che gli si dia tutto. Senza la fede, pare di capire, e senza dare tutto sino all'ultima "monetina", è difficile che intervenga o forse… è inutile. La Madonna, apparsa a Fatima, ha detto poi che bisogna recitare sempre il rosario. Allora se vogliamo sperare che il mondo cambi, o almeno l’Italia, diciamo il rosario, sempre. Se poi è possibile cerchiamo di fare opere buone da offrire a Nostro Signore, per la Sua maggior gloria.

E se invece questa nebbia e questo buio dovessero servire alla nostra conversione e alla nostra salvezza, accettiamo questo periodo con cristiana rassegnazione, non smettendo mai di recitare il rosario e di fare del bene, non restando mai un solo giorno lontani da Gesù, non seguendo mai i falsi maestri e sapendo sempre che dal buio più tetro, Dio, quando è ora genera una luce bellissima.

il Pio

«400 euro di pensione!»



Novembre prima di tutto è il mese dei morti, poi quello della Colletta Alimentare. Ogni anno vi partecipo e faccio il mio piccolo turno, sperando così di fare un po’ di bene. Il gesto della Colletta è importante perchè insegna a tutti a aiutare chi sta peggio di noi e fa pensare che se il popolo è unito nelle buone battaglie, tanti drammi si potrebbero risolvere e tante belle opere si potrebbero costruire, senza aspettare vanamente il Pubblico che non sempre arriva. Torniamo alla Colletta. Io sono tra quelli che danno i sacchetti all’entrata e così vedo e sento gran parte delle reazioni della gente. Tutte diverse. L’ultima ad esempio che mi ha colpito è quella di una ragazza alta e mora, ben vestita, accompagnata dal marito; da lontano gli diceva «io non ci credo!» e appena le ho allungato il sacchetto pronunciando la frase fatidica «oggi è la Colletta Alimentare, vuole dare qualcosa per i poveri?» quella mi aggredisce «a chi va questa roba, eh? Avanti!» io «ai poveri» quella mi guarda negli occhi con odio per qualche secondo come se fossi uno dei malandrini che si vedono a Striscia la Notizia e se ne va (senza sacchetto ovviamente). Ci sono voluti diversi secondi perché nel mio cervello le idee riprendessero a girare ordinatamente. In questi anni ho accumulato una serie di risposte alla mia domanda fatidica che vorrei raccontarvi. «L’ho fatta ieri», «la faccio domani» (n.b. la Colletta è un solo giorno), «e a me che ne viene?», «la roba la devono dare a me», «non devo comprare nulla», «i Turchi non mi hanno pagato l’affitto e ho speso un sacco di soldi», «devo comprare due cose soltanto», «dietro c’è mia moglie / marito», «non guardare la macchina con cui sono venuto, non ho un soldo», «400 euro di pensione!», «E io pago, e io pago», «non ho i soldi», «oggi no», «ora vado di fretta, poi ritorno», «ma poi ci vanno veramente ai poveri queste cose?», «preferisco portarli in parrocchia»… Va comunque detto che gran parte della gente lo prende il sacchetto (talvolta anche con un sorriso) e lo riempie. A me però resta sempre fissa nel cuore la risposta che mi diede un trentenne italiano dopo che si era fatto spiegare cosa fosse la Colletta e il significato del sacchetto che gli porgevo, «io ho perso il lavoro e sono separato, qualcosa però la do ai poveri». E la diede veramente.


Il Pio

E’ stato derubato, dunque: in prigione!

Quella che segue è un piccolo pezzo del capitolo XIX delle Avventure di Pinocchio di Carlo Collodi (Fondazione Nazionale Carlo Collodi, Pescia, 1983). E’ la situazione in cui Pinocchio è stato derubato dal Gatto e la Volpe delle sue monete e corre dal Giudice per denunciare il reato subìto e ottenere dunque giustizia. «...Preso allora dalla disperazione, tornò di corsa in città e andò difilato in tribunale, per denunziare al giudice i due malandrini, che lo avevano derubato. Il giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla: un vecchio scimmione rispettabile per la sua grave età, per la sua barba bianca e specialmente per i suoi occhiali d’oro, senza vetri, che era costretto a portare continuamente, a motivo d’una flussione d’occhi, che lo tormentava da parecchi anni. Pinocchio, alla presenza del giudice, raccontò per filo e per segno l’iniqua frode, di cui era stato vittima; dètte il nome, il cognome e i connotati dei malandrini, e finì chiedendo giustizia. Il giudice lo ascoltò con molta benignità; prese vivissima parte al racconto: s’intenerì, si commosse: e quando il burattino non ebbe più nulla da dire, allungò la mano e sonò il campanello. A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da giandarmi. Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro: Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque, e mettetelo subito in prigione. — Il burattino, sentendosi dare questa sentenza fra capo e collo, rimase di princisbecco e voleva protestare: ma i giandarmi, a scanso di perditempi inutili, gli tapparono la bocca e lo condussero in gattabuia. E lì v’ebbe a rimanere quattro mesi: quattro lunghissimi mesi: e vi sarebbe rimasto anche di più se non si fosse dato un caso fortunatissimo. Perché bisogna sapere che il giovane Imperatore che regnava nella città di Acchiappa-citrulli, avendo riportato una bella vittoria contro i suoi nemici, ordinò grandi feste pubbliche, luminarie, fuochi artificiali, corse di barberi e di velocipedi, e in segno di maggiore esultanza, volle che fossero aperte anche le carceri e mandati fuori tutti i malandrini. — Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch’io — disse Pinocchio al carceriere. — Voi no, — rispose il carceriere — perché voi non siete del bel numero... — Domando scusa; — replicò Pinocchio — sono un malandrino anch’io. — In questo caso avete mille ragioni — disse il carceriere; e levandosi il berretto rispettosamente e salutandolo, gli aprì le porte della prigione e lo lasciò scappare». Il pezzo è simpatico, però fa poco ridere perché sembra vero.E di sicuro fa pensare.

Non capisco

Leggo sul Corriere della Sera del 31 ottobre, un articolo di Gian Guido Vecchi che parla di un certo francobollo. Non un francobollo qualunque. Le Poste Vaticane infatti ricordano il giorno in cui Lutero affisse le sue 95 tesi sul portale della chiesa di Wittenberg con un bollo destinato a diventare storico. «... Il francobollo diffuso oggi, 31 ottobre, è destinato a suo modo a restare nella storia: il monaco agostiniano Martin Lutero, mentre nel 1517 affiggeva le sue 95 tesi sul portale della chiesa del castello di Wittenberg, non avrebbe forse immaginato che cinquecento anni più tardi il Vaticano gli avrebbe dedicato un’attenzione simile». Io non conosco bene la storia, ma mi pare di ricordare che Lutero era un eretico e nemmeno uno tanto leggero. Forse dedicargli un francobollo da parte proprio del Vaticano (che peraltro lo aveva dichiarato eretico per validissimi ed oggettivi motivi), qualche dubbio o qualche confusione la può dare. Continuiamo la lettura dell'articolo di Gian Guido Vecchi «"V Centenario della Riforma Protestante", si legge in cima al francobollo, sopra la raffigurazione così descritta nella presentazione ufficiale: "Ritrae in primo piano Gesù crocifisso sullo sfondo dorato e atemporale della città di Wittenberg. In atteggiamento di penitenza, inginocchiati rispettivamente a sinistra e destra della Croce, Martin Lutero sostiene la Bibbia, fonte e meta della sua dottrina, mentre Filippo Melantone, teologo e amico di Martin Lutero,uno dei maggiori protagonisti della riforma tiene in mano la Confessione di Augusta, Confessio Augustuana, la prima esposizione ufficiale dei principi del protestantesimo da lui redatta". Il Vaticano ricorda le parole della dichiarazione comune di un anno fa, quando Francesco andò in Svezia per "commemorare" la Riforma assieme ai vertici della federazione luterana mondiale: "Luterani e cattolici hanno ferito l’unità visibile della Chiesa. Differenze teologiche sono state accompagnate da pregiudizi e conflitti e la religione è stata strumentalizzata per fini politici"». Tutto bello, tutto giusto, tutto sano: con questo francobollo si farà di sicuro qualcosa di buono. Io però avrei preferito una raffigurazione cattolica. Gesù non è morto a Wittenberg, in un giorno qualsiasi (atemporale), ma a Gerusalemme in un giorno ben preciso e sotto la croce c'erano Maria Santissima e San Giovanni e non due eretici che non si sono mai pentiti pubblicamente. Cambiare la storia (la nostra fede infatti si basa su un Avvenimento, su un fatto storico) non è proprio un buon segno. E poi non capisco, non capisco, e tanti dubbi e tanta confusione mi gira dentro la testa.
Il Pio

E' possibile vivere così


Ascoltare la vita del beato Pier Giorgio Frassati fa sempre bene al cuore. «E' possibile vivere così!» viene spontaneo pensare, ed è proprio vero: il cristianesimo è infatti umano e la santità possibile. Adatti perfettamente a noi e alla nostra vita.
Ecco dunque altre testimonianze della sua carità. 
Il Pio


Carlo Florio: « Gli domandavo per esempio come si facesse ad entrare lietamente in certe case dove la prima accoglienza era un tanfo nauseante. “Come fai tua vincere la repulsione?” Egli mi rispondeva: “In sostanza non dimenticare mai che anche se la casa è sordida tu ti avvicini a Cristo. Ricordati bene quello che ha detto il Signore: “Il bene che si fa ai poveri è bene fatto a me stesso” ».

Don Giovanni Barberis: « Tutti i mesi egli portava gli assistiti della Conferenza alla Confessione e il giorno dopo alla Comunione… Diceva ad alta voce e per tutti le preghiere di rito: preparazione e ringraziamento. Era commovente vedere quel giovane seguito da intere famiglie, da trenta a quaranta persone. Guardandolo la sua virtù mi pareva sempre eroica ».

Giovanni Gribaudo: « Pier Giorgio Frassati era famoso per essere sempre al verde, e tutti sapevano che l’essere sempre senza soldi era una conseguenza della sua ardente carità. Noi amici lo aiutavamo quando capivamo che rinunciava a qualche gita per ragioni finanziarie. Allora insistevamo che venisse ugualmente; e sono fiero di poter dire di averlo spesso aiutato ».

Giovanni Pilone: « A un poveretto che domandava l’elemosina domandò perché non lavorava. Rispose che non aveva più strumenti per cuocere e vendere castagne. Pier Giorgio gli comperò tutto e diede a quel povero il modo di poter lavorare ».
Giuseppe Leone: « Non posso dimenticare la volta che lo vidi tornare senza scarpe, calzando un paio di pantofole come quelle che indosso ora a 87 anni, solo perché aveva date le scarpe ad un povero ».

Tersa Vigna: « Insieme ci recavamo a visitare i lebbrosi, all'ospedale di San Lazzaro. Un giorno trovammo un giovane di vent'anni col viso deturpato dalla lebbra. Pier Giorgio rimase colpito a vedere il povero giovane dal fisico esuberante già totalmente sconfitto dal male. “Vede” mi disse “che enorme valore ha l’essere in salute come siamo noi”. E dopo un poco: “Ma anche le deformazioni di quel giovane scompariranno quando tra qualche anno raggiungerà il Paradiso. Perciò la nostra salute deve essere messa al servizio di chi non ne ha, chè altrimenti si tradirebbe il dono stesso di Dio e la sua benevolenza” ».
don Giuseppe Cargnino: « Mi ricordo benissimo come se fosse oggi stesso, un pellegrinaggio sulla vetta della Ciamarella (20 luglio 1924, in occasione del venticinquennio del collocamento lassù del quadro della Consolata di Torino: (1899-1924). A me, appena attraversato il ghiacciaio della Ciamarella, venne incontro gentile, sorridente e pieno di bontà inesprimibile qualificandosi come appartenete alla Giovane Montagna, il caro Pier Giorgio Frassati, dicendosi ben lieto di fare la mia conoscenza, e chiamandomi il favore di lasciargli poi lassù servire la Santa Messa ».

(Luciana Frassati, La Carità, SEI)

Si mise in disparte e pregò


Testimonianza su Pier Giorgio Frassati del On. Attilio Piccioni

«Pochi giorni prima della sua morte, egli fece la scalata ad una delle più ardue vette delle nostre Alpi insieme con un gruppo di altri ardimentosi alpinisti. Giunto sulla vetta mentre gli altri si disponevano a godere il ben meritato riposo e a bearsi dello sfavillante paesaggio alpino egli si trasse qualche passo in disparte e inginocchiato, colle mani giunte e gli occhi rivolti al raggiante cielo, si mise a cantare l’Angelus. Chi mi ha narrato questo episodio fu un suo compagno nella scalata che non vive nella nostra fede, anzi la nega; ma lo narrò con tale semplicità di parole e con tale intima convinzione che, al solo ricordo, gli occhi si inumidirono».


(Luciana Frassati, La piccozza di Pier Giorgio, SEI, Torino 1995).

Perché non va a messa?


«Avevo un piccolo negozio di tabacchi in corso Vercelli e un giorno vidi fermarsi, proprio davanti alla vetrina, una carrozza scoperta con due giovani a cassetta. Uno di loro scese [il beato Pier Giorgio Frassati, ndr], si riempì le braccia di pacchi e pacchetti e sparì dentro un portone. Ritornò, prese altri pacchi e sparì nuovamente. Poi venne da me con un sacco di roba che non era riuscito a consegnare perché aveva trovato la porta chiusa e mi pregò di portarlo io stessa. Da quella volta, quando non gli riusciva di consegnare qualche pacco lo lasciava da me. Era un giovane che ispirava confidenza, così un giorno attaccai discorso: «Lei è vestito bene che pare un signore, eppure va in giro con questi sacchi... Cosa dirà la gente? Perché non li lascia a me che sono solo una tabaccaia? A me la gente non fa caso». «Vede – rispose lui – io sono contento se li trovo in casa. Preferisco consegnarli personalmente a loro, perché posso parlare con loro e infondere un po’ di coraggio, farli sperare che la vita cambierà, e soprattutto convincerli ad offrire a Dio le loro sofferenze e ad andare a Messa». Gli risposi dicendo che io non avrei certo potuto insistere che andassero a Messa, dal momento che non ci andavo neppure io. Sarebbe stato come se il diavolo avesse invitato a farsi eremiti. Invece di sgridarmi si limitò a chiedermi: «Perché non va a Messa?». Risposi senza scompormi che se il duro lavoro quotidiano nel negozio non bastava a meritarmi il paradiso, il Signore per me poteva anche chiudere bottega. Ma lui continuò: «Se non vuole andare a Messa per se stessa, vada almeno per il suo bambino, lei che è una buona mamma». Rimasi colpita e gli risposi che probabilmente aveva ragione. E la domenica dopo ero in chiesa. Io che non avevo mai sentito una parola bella e che ero rimasta orfana a tre anni, fui colpita dalla spiegazione del Vangelo. E così da sposata per la prima volta andai a Messa. Glielo dissi poi a quel giovane quando lo vidi e gli ripetei anche la spiegazione del Vangelo. Ebbi la sensazione che lui capisse benissimo come io non avessi bisogno del sacchetto, ma di un po’ di parole di fede. E così continuò: «Perché il Signore protegga il suo bambino bisogna che lei vada sempre in chiesa». E infatti, quando durante l’ultima guerra, mio figlio corse gravissimi pericoli lo affidai alla protezione del Signore che stese su di lui la mano e lo salvò. Per lungo tempo non seppi chi fosse il mio benefattore e forse non lo avrei mai saputo se un giorno, dopo che egli aveva lasciato il mio negozio, non fosse entrato un uomo di Pollone che mi disse: «Sa chi è uscito in questo momento dalla sua bottega?». «No, non lo conosco; so soltanto che è un giovane che porta sempre roba ai poveri». «Non sa chi è? È il figlio del Senatore Frassati». Tutti allora conoscevano a Torino i Frassati... Quel signore mi disse che anche a Pollone tutti i poveri lo aspettavano nelle loro case».

L. Frassati, La carità di Pier Giorgio Frassati, SEI Torino 1957, p. 17.

«Quando il Figlio dell’uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla terra?» (Lc 18, 8)


Victor Hugo aveva profetizzato: «Questo secolo è stato grande (XIX, ndr), il prossimo secolo sarà felice». Solov’ëv (1853 – 1900, ndr) invece non si lascia incantare da quel candore laicistico e anzi preannunzia con preveggente lucidità tutti i malanni che poi si sono avverati. (…) Nell’ultima pubblicazione – I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo, opera compiuta la domenica di Pasqua del 1900 – è impressionante rilevare la chiarezza con cui Solov’ëv prevede che il secolo XX sarà «l’epoca delle ultime grandi guerre, delle discordie intestine e delle rivoluzioni». Dopo di che – egli dice – tutto sarà pronto perché perda di significato «la vecchia struttura in nazioni separate e quasi ovunque scompaiano gli ultimi resti delle antiche istituzioni monarchiche». Si arriverà così alla «Unione degli Stati Uniti d’Europa». Soprattutto è stupefacente la perspicacia con cui descrive la grande crisi che colpirà il cristianesimo negli ultimi decenni del Novecento. Egli la raffigura nella icona dell’Anticristo, personaggio affascinante che riuscirà a influenzare e a condizionare un po’ tutti. In lui, come è qui presentato, non è difficile ravvisare l’emblema, quasi l’ipostatizzazione, della religiosità confusa e ambigua di questi nostri anni: egli – dice Solov’ëv – sarà un «convinto spiritualista», un ammirevole filantropo, un pacifista impegnato e solerte, un vegetariano osservante, un animalista determinato e attivo. Sarà, tra l’altro, anche un esperto esegeta: la sua cultura biblica gli propizierà addirittura una laurea «honoris causa» della facoltà di Tubinga. Soprattutto, si dimostrerà un eccellente ecumenista, capace di dialogare «con parole piene di dolcezza, saggezza ed eloquenza». Nei confronti di Cristo non avrà «un’ostilità di principio»; anzi ne apprezzerà l’altissimo insegnamento. Ma non potrà sopportarne – e perciò la censurerà – la sua assoluta «unicità»; e dunque non si rassegnerà ad ammettere e a proclamare che egli sia risorto e oggi vivo. Si delinea qui, come si vede, e viene criticato, un cristianesimo dei «valori», delle «aperture» e del «dialogo», dove pare che resti poco posto alla persona del Figlio di Dio crocifisso per noi e risorto, e all’evento salvifico. Abbiamo di che riflettere. La militanza di fede ridotta ad azione umanitaria e genericamente culturale; il messaggio evangelico identificato nel confronto irenico con tutte le filosofie e con tutte le religioni; la Chiesa di Dio scambiata per un’organizzazione di promozione sociale: siamo sicuri che Solov’ëv non abbia davvero previsto ciò che è effettivamente avvenuto, e che non sia proprio questa oggi l’insidia più pericolosa per la «nazione santa» redenta dal sangue di Cristo? È un interrogativo inquietante e non dovrebbe essere eluso (...).

(Stralci dall’articolo “L’Anticristo, una persona perbene. La lezione (inascoltata) del grande Solov’ëv spiegata da Biffi”. Card. Giacomo Biffi, Tempi Agosto 2015)



Alcuni pensieri sparsi, in una mattina passata a casa in malattia


A casa in malattia, mi sono riletto un po’ di vicende del beato Pier Giorgio Frassati (1901 – 1925). Lui era un cattolico sincero e profondo e non c’è stato nessun giorno della sua breve vita—hanno scritto di lui—lontano da Gesù. Non ha realizzato nessuna opera straordinaria, ma straordinario è stato il suo quotidiano e dovunque passasse, lasciava la bella traccia di un giovane che voleva tanto bene a Gesù e che amava seguire alla lettera il Vangelo. Sto anche rileggendo per la miliardesima volta i racconti di “Don Camillo e Peppone” di Giovannino Guareschi (1908 – 1968), sono racconti che mi piacciono da morire: sono anni che li rileggo e non mi stanco mai. Certo, questi ultimi sono racconti di fantasia e quelle invece sono vicende veramente accadute. Quelle di Frassati avvengono perlopiù in Piemonte negli anni ‘20 del secolo scorso, quelli di don Camillo e Peppone nell’Emilia, più o meno, degli anni ’40 e ’50. Leggere queste vicende e questi racconti fa sempre bene al nostro cuore e invoglia a seguire Gesù. Comunque. Quello che ogni volta leggo tra queste righe è l’esistenza, in quei tempi non molto lontani dai nostri, di un popolo fortemente cristiano che oggi non vedo più (e questo mi intristisce il cuore). A un certo momento in Italia, improvvisamente, si è cancellato tutto il passato di fede e non è stato più tramandato ai giovani. Giovani che è vero dal ’68 in poi dovevano distruggere tutta la società, cambiare, rivoluzionare coi loro “vietato vietare” fino agli anni di piombo. Ma molti sacerdoti sono andati, loro, dietro ai giovani e è nata la confusione sulla base del drammatico concetto che la Chiesa deve aprirsi ai tempi nuovi. Tempi nuovi che dopo pochi anni diventano però inesorabilmente decrepiti. Infatti, come tutte le mode, il ’68 è finito e, abbandonato l’Eskimo, sono arrivati, negli anni ’80, i “paninari” in Monclear e Timberland e al posto degli Hippie sono arrivati gli Yuppies che però non avevano alcuna intenzione di faticare per cambiare il mondo. Poi finita la moda dei paninari è arrivata quella della movida, dei cellulari all’ultima moda (anche ai bambini di sei anni) e tutti in rete. Ma già era tutto fluido e così si va avanti fino a oggi. Si è anche cancellata la “poesia”—come la definiva Guareschi—della nostra bella fede. E non si è guadagnato nulla in cambio: anzi si è perso tutto. E tutto è divenuto insipido e così non piace a nessuno. Poi senti da anni le lamentele che i ragazzi non vanno a catechismo, che le famiglie non vanno a messa, che dopo la cresima scappano tutti,…: la soluzione è dunque annacquare sempre di più il brodo (come si continua a fare) oppure renderlo molto più consistente e salato, cioè come esso è veramente (come invece non si vuole fare per principio)? Le mezze misure sono belle, politicamente corrette, ma non attirano nessuno. L’uomo da sempre è attratto dalle cose assolute, ferme e dal coraggio. Quanta gente ancora si perderà? Quanta gente perderà o non riceverà la fede? Ma soprattutto come faremo a riportare la fede in Italia? Con le nostre forze non ce la faremo di sicuro. Chiediamo al beato Pier Giorgio Frassati che tanto a cuore aveva la salvezza delle anime della gente che incontrava, senza alcun rispetto umano e che tanto bene voleva a Gesù, alla Madonna e alla Chiesa, di intercedere per noi perché il Signore abbia pietà e misericordia di noi e ridoni per Sua grazia una fede forte a tutto il nostro popolo.
Il Pio

Il nostro Angelo custode

Pinacoteca Nazionale Ferrara
Un argomento che mostra l'eccellenza dell'uomo, è certamente l'aver un Angelo per custode. Creato che ebbe Iddio il cielo, la terra e tutte le cose, che nel cielo e nella terra si contengono, lasciò che seguissero da per sè stesse il corso delle leggi loro naturali secondo l'ordine della quotidiana provvidenza, che le conserva. Dell'uomo non fu così. Oltre d'averlo arricchito di nobili facoltà sì spirituali, come corporali, costituito a presiedere a tutte le altre creature, volle, che un celeste spirito ne prendesse la cura per modo, che fin dal primo istante, che egli compare al mondo, l'assista di notte e di giorno, l'accompagni ne' viaggi lungo le strade, lo difenda da' pericoli tanto dell'anima che del corpo, l'avvisi di ciò che è male, perchè lo fugga, gli suggerisca ciò che è bene, perchè lo segua; grande dignità dell'uomo, grande bontà di Dio, incalzante dovere per noi a corrispondervi! Per animare pertanto i fedeli a mantener viva divozione verso questi beati spiriti, che dall'ineffabile provvidenza sono destinati a noi per custodi, i Romani Pontefici già concedettero molte Indulgenze alle preghiere che in onor de' medesimi si recitano, ed alle compagnie a loro venerazione istituite.


(San Giovanni Bosco, Il Divoto dell'Angelo Custode, Introduzione, Torino 1845
Tipografia Paravia e Comp. Con permissione)

E’ il primo di tutti



E’ il primo dei dieci Comandamenti. «Non avrai altro Dio fuori di me». Del Dio di Gesù, e poi di San Pietro e San Paolo, fino al bambino nato oggi; del Dio Uno e Trino. Del Nostro Dio. Anche Suo figlio lo ribadisce con estrema chiarezza (era Dio Lui stesso). «"Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?". Gli rispose: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti" (Mt.22, 36-40)». In un periodo in cui non sentiamo altro che parlare di Dialogo e Aperture con tutte le altre Religioni (e purtroppo anche col mondo!), come il prius della nostra fede in questo momento, mi vengono sempre in mente quei due punti fermi, essenziali e irrinunciabili, della nostra fede. “Non avrai altro Dio fuori di me” e “amerai il Signore tuo Dio…”. Unico Dio, Tuo Dio. Schiere di Santi e di Martiri avevano questa chiarezza, ogni giorno, nel loro cuore. Molti di loro sono morti in maniera tremenda pur di non dichiarare il contrario. No, non si può dire, non si può far pensare al popolo che ogni religione è uguale all'altra e che è tutto uguale: che senso avrebbe la venuta di Gesù, la sua morte in croce e resurrezione, se tutto deve rimanere come prima? E poi lasciamo perdere i discorsi sapienti e giusti, tipo «ma se una nasce nella più profonda e sperduta foresta africana non può essere cattolico e quindi come la mettiamo…?». Quindi Gesù ce l’ha detto duemila anni fa che le Sue parole non sono comprese dai sapienti e dagli intelligenti, dunque stiamo attenti a quello che essi dicono perché non capiscono per la loro voluta testardaggine, vanità e presunzione e fanno discorsi saggi e evoluti, solo per affermare la loro superiore intelligenza, amano solo se stessi e la loro sapienza, non certamente Dio o il prossimo: non li ascoltiamo, anche se attizzano la nostra mente. Perché mai gente importante come San Francesco Saverio è andata in missione fino alla sua morte e insieme a lui, fino a oggi, migliaia e migliaia di missionari hanno seguito la sua stessa strada? Per far conoscere a quella povera gente il vero e unico Dio, a costo della propria vita; poi ognuno di quelli farà quello che vuole: li potranno sgozzare o li potranno ascoltare e seguire. Gesù ci ha chiesto infatti di portare a tutti la Buona Novella. Perchè c’è un solo Dio: quello che Gesù ha spiegato a tutti, essendo Lui stesso quel Dio, e per non lasciarci da soli dopo la Sua morte ci ha inviato lo Spirito Santo perché avessimo la grazia per fare quello che Lui vuole. E dunque solo questo Dio, Uno ed Trino, dobbiamo pregare, amare, seguire, solo per Lui dobbiamo vivere e morire.

Il Pio


Tira a campare

Negli anni settanta, mi piaceva tanto una canzone. In particolare una strofa di questa. Il titolo della canzone era “Tira a campare” di Edoardo Bennato, scritta nel 1974 (Album “I Buoni e i Cattivi”). La strofa che mi aveva colpito, allora giovinotto in jeans e barbetta spelacchiata, era “Io a volte straniero in queste strade dove non funziona niente…”. Una frase in effetti di passaggio, non una poesia… col messaggio che allora doveva essere dentro una canzone per non essere definita con spregio “commerciale”. Oggi è un’altra cosa, ma prima le canzoni si definivano “impegnate” e contenevano il messaggio scritte col solo fine elevare i giovani e non per essere vendute (!), o “commerciali” e erano sciape, non contenevano nulla, scritte solo per essere vendute. I giovani volevano quelle impegnate; allora era così i giovani erano tutti “impegnati”. Oggi è un’altra cosa, però oggi le commerciali di ieri sarebbero le canzoni impegnate. La canzone “Tira a campare” ha un testo stupendo, ma a me si è ficcata nella testa quella frase. Come sempre: misteri della psiche. Le prime volte che la sentivo immaginavo l’autore in giro per la sua bella città, tutta rovinata, con le luci spente, triste… “dove non funziona niente”. Facciamo un salto di oltre quarant'anni e quella frase mi ritorna in mente più forte e chiara che mai. Non sembra adatta—precisa—al nostro periodo? Peggio che nel 1974. Un collega mi ha detto “ieri ero a Roma, al centro, e mi sembrava di essere io uno straniero, tutti neri”. Un altro mi dice che a Roma tantissimi salgono sui bus senza biglietto, se qualcuno prova a proclamarsi controllore e esigere di vedere il biglietto rischia di essere fatto a pezzi col machete o se gli va bene, solo malmenato, “è il risultato della cultura dell’accoglienza, dialogo, apertura…”. Interviene un terzo “a Amsterdam salgono tre davanti e tre dietro con la divisa, anfibi e manganello, massicci e muscolosi: pagano tutti”. Se questo fosse fatto a Roma le accuse di nazifascismo fioccherebbero subito sul capo del Sindaco fino all'usciere, il caso arriverebbe in Parlamento e tutte le trasmissioni intelligenti ne parlerebbero. Ma gli altri Stati d’Europa fanno così. Noi invece non possiamo e così il bilancio dell’azienda di trasporti romana sta messo malissimo. E così, per questo e altri casi, tutti soggetti a politica e a politici (questo è il nostro vero problema), anche la nostra bella patria rischia il fallimento. E poi: ma perché la gente non deve pagare il biglietto? “Io a volte straniero in queste strade dove non funziona niente…”. Anche noi giriamo in un’Italia dove non funziona niente. Se una cosa va bene è merito solo della persona che stranamente, per caso, è umana e brava. Qualcosa potrebbe cambiare se i cristiani riprendessero a creare opere buone nella realtà, oppure almeno fossero presenti e fattivi in tutti i luoghi in cui si trovano, senza paura, senza desiderio di essere del mondo e uguali a tutti gli altri. (Gli altri avrebbero bisogno di essere come noi!). Ma come si fa? E’ in corso una strenua e tremenda protestantizzazione della chiesa da parte di molti cardinali e vescovi che segue una strenua e tremenda scristianizzazione operata negli ultimi sessant'anni. Allora tiriamo a campare: non cambierà nulla. «Tira a campare, non capirai, pure io che son dottore che ho fatto l'università, sì dico: tira a campare, è meglio qua, qua almeno, bene o male c'è ancora un po’ d'umanità...». E questa umanità c’è perchè l’Italia per secoli è stata profondamente cristiana. L’unica cosa che ancora funziona e che è buona nel nostro Paese è la fede cristiana. Vigiliamo saldi in questa fede perché non vada smarrita altrimenti: «Tira a campare, non cambierà, tutto passa, bene o male, ma per noi non cambierà…».
Il Pio

Tanto non viene nessuno /2


Per capire come ragionano alcuni cattolici tipici, vi racconto un episodio. Tanti anni fa i Movimenti e le Associazioni cattoliche della mia zona furono invitate a un incontro con un Monsignore. A presenziare quella domenica eravamo tantissimi, tanta gente che voleva bene al nostro Vescovo e alla Chiesa: un numero che gli organizzatori non aveva nemmeno previsto (il concetto di base per molti è infatti “tanto non viene nessuno” e con questo spirito si fanno anche oggi gran parte delle cose). Una situazione simile avvenne a Parigi, nel 1997, alla Giornata Mondiale della Gioventù con Giovanni Paolo II: gli organizzatori Franzosi, con la loro solita puzza al naso, avevano previsto con certezza granitica, la metà delle persone che poi vennero realmente e così l’organizzazione perfetta e quadrata di tutta quella faccenda, si sfaldò miseramente nel tardo pomeriggio, quando arrivò altra tantissima gioventù che voleva bene a Giovanni Paolo II e alla Chiesa (io c’ero e la notte abbiamo dovuto dormire come se giocassimo a Tetris). Torniamo all’incontro domenicale. Dovete sapere che molti Monsignori italiani vedono Movimenti e Associazioni come il fumo negli occhi (se non peggio) per motivi che però sanno solo loro e li vedrebbero volentieri cancellati dalla storia. Non potendo cancellarli dalla storia (anche perchè qualcuno importante ha detto che sono un'invenzione, cioè "un dono dello Spirito Santo" e una "speranza per la Chiesa Universale"), laddove si insediano, fanno di tutto per non farli muovere. Bene, secondo un criterio logico, perfettamente ragionevole, ma solo a una certa parte del clero, quella volta a parlare a tutti i Movimenti e Associazioni della zona, accorsi in massa con tanto ardore e amore, fu chiamato proprio uno di questi che per due ore spiegò come Movimenti e Associazioni, cioè noi tutti lì presenti, nella Chiesa contassimo davvero poco o niente, perché è la parrocchia che fa ed è tutto e che comunque ci eravamo solo in via temporanea (oggi sì, domani no). Io pensavo di essere sulla trasmissione Scherzi a parte e guardavo i miei colleghi che però vedevo tranquilli. Il peggio però, doveva ancora venire. Nei giorni successivi, in sede di Consulta, tutti hanno detto che quell’incontro era stato fantastico e il Monsignore ci aveva detto cose straordinarie, quasi una pietra miliare nella nostra storia. E ci aveva detto chiaramente che non contavamo nulla e che eravamo temporanei. Ecco siamo così.
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Italia sanza nocchiere

«Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello». Questo che avrete letto è una strofa tratta dalla Divina Commedia. E è proprio Dante che dice tutto questo nel VI Canto del Purgatorio. Si capisce cosa vuole dire. Parla dell’Italia, della sua Italia del 1300. Serva e senza un timoniere (nocchiere), cioè priva di un vero governo, asservita agli interessi di Signori senza onore e senza dignità, in balia degli eventi, luogo di sofferenza e tristezza, non più padrona di ampi territori (Provincie), ma postribolo. Era il 1300. Oggi è il 2017. E’ cambiato qualcosa? Non sembra scritta ieri quella frase? L’Italia è la patria dei santi, degli inventori e degli eroi (e di questo dobbiamo essere fieri) forse lo deve scontare in questo modo tremendo (una sorta di… contrappasso). Ora, pensate davvero che la nuova legge elettorale possa darci un nocchiero coraggioso e capace che ci faccia uscire dalla tempesta? La nuova legge probabilmente uscirà. La vecchia gente invece rimarrà tutta la stessa o si farà sostituire da altri uguali in tutto e per tutto. E’ resterà tutto come sempre, dal 1300 e forse prima: un bordello.
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Progressisti e tradizionalisti

Progressisti da un lato e tradizionalisti dall’altro. Ecco i due schieramenti che abbiamo dentro la Chiesa. Il gruppo dei progressisti (quelli per il Concilio Vaticano III che cambierà tutto, per il buonismo e la misericordia senza mai la giustizia, con al primo posto l’adeguiamoci ai tempi moderni, mai nessuna regola e nessun punto di riferimento fisso e inamovibile, ma tutto sia lasciato alla libera volontà e discrezione personali) sono in numero molto molto più alto degli altri. I Tradizionalisti (quelli fermi al Concilio di Trento, fedelissimi alla Chiesa, al catechismo, alla dottrina, al rosario quotidiano e veglie notturne, tutto senza infingimenti, senza annacquamenti, puro e crudo,…) sono invece pochi e sempre di meno. Riconosci i primi perché quando parlano non rimane niente nel cuore di chi ascolta, formule vuote, esempi aridi, ma al termine tutti sono d’accordo; i secondi invece hanno parole appassionate e infuocate per Gesù che “tagliano”, ma al termine, dei pochi che li vanno a sentire, molti se ne vanno arrabbiati dopo averli insultati, chi resta però ha nel cuore un gradino in più per avvicinarsi a Gesù e restare con Lui. Si deve anche considerare che tra qualche decennio la moda e i tempi moderni saranno altri, diversi da quelli di oggi (e di ieri) e i progressisti dovranno mutare le loro considerazioni per adeguarsi e essere in linea col mondo; i tradizionalisti saranno sempre come allora, come S. Ignazio, come S. Teresa, come S. Gennaro, come S. Francesco Saverio, come il beato Pier Giorgio… come S. Pietro. O come santa Bertilla Boscardin, che conobbe quasi soltanto il catechismo che leggeva e rileggeva continuamente: lo trovarono nella tasca della sua veste dopo la morte: era tutto consumato. Lei, così, è però divenuta una grande santa. Depositum custodi! Custodisci il deposito della fede lasciatoci da Cristo: ecco cosa deve fare un cristiano: “custodire” quello che gli è stato lasciato in deposito dai suoi nonni e dai nonni dei suoi nonni, fino a arrivare a San Paolo e San Pietro e tramite loro, a Gesù, senza modificare, alterare, senza adeguarlo alla luce dei tempi sempre e da sempre instabili e mutevoli. Anche io sono un tradizionalista e voglio (vorrei, per grazia di Dio) morire così.
Il Pio

Custodisci il deposito della fede.

Da formule che sembravano aride, una fiammante santità
«Stiamo uniti nell’insegnare le stesse cose: non opinioni più o meno rispettabili, ma ciò che il Magistero della Chiesa propone... Il criterio del catechizzare è dunque il depositum custodi (custodisci il deposito della fede, ndr) di san Paolo, non l’altro, talora usato: “Che cosa piace? che cosa è oggi alla moda? che cosa mi farà apparire aggiornato e brillante?”... Con il Papa, esorto a non nutrire troppi pregiudizi contro l’uso sapiente e moderato sia delle formule che della memorizzazione. D’accordo, sapere a memoria non è sapere... Tuttavia una formula capita e ricordata a memoria è come un attaccapanni al quale, nonostante il passare degli anni, restano appese le cognizioni religiose più importanti. Certe formule di chimica e di algebra, alcuni articoli fondamentali del codice, perché esigono precisione, sono appresi a memoria al liceo e all’università. Ora, c’è codice più impegnativo delle verità religiose e dei precetti morali? Sono aride, si dice, le formule. Anche il cerino sembra arido ma, strofinato, si fa fiamma. Qui nel Veneto, noi abbiamo il caso di santa Bertilla Boscardin, che conobbe quasi soltanto il catechismo a formule. Gliel’aveva dato il parroco, quand’era fanciulla; se l’è portato in convento; lo leggeva e rileggeva continuamente; lo trovarono nella tasca della sua veste dopo la morte. Era quasi consunto, ma la santa da quelle formule, che sembravano aride, aveva saputo far scaturire una fiammante santità».
(Albino Luciani, futuro Papa Giovanni Paolo I, Omelia ai catechisti, Venezia, 29 ottobre 1977)

L’amore alla Tradizione


«Lo studio e la lettura devota (che non è studio) della Bibbia non occorre raccomandarli oggi: per fortuna, l’uno e l’altra sono entrati nei cuori dopo il Concilio. Vi raccomando invece l’amore alla Tradizione: non siate di coloro che, abbagliati e accecati, più che illuminati, da qualche lampo, pensano che ora soltanto è nato il sole e vogliono tutto rovesciare e cambiare». 

(Albino Luciani, futuro papa, Giovanni Paolo I, "Inizio d’anno del seminario, Venezia, 20 settembre 1977")

Il catechismo

«Messo da parte il catechismo non saprete che mezzi adoperare per fare buoni piccoli e grandi. Tirerete in campo la “dignità umana”? I piccoli non capiscono che cosa sia, i grandi se ne infischiano. Metterete avanti “l’imperativo categorico”? Peggio che peggio... Si dice che anche la filosofia e la scienza sono capaci di far buoni e nobili gli uomini. Ma non c’è neppure confronto col catechismo, che insegna in breve la sapienza di tutte le biblioteche, risolve i problemi di tutte le filosofie e soddisfa alle ricerche più penose e difficili dello spirito umano».

(Papa Giovanni Paolo I, Albino Luciani, Catechetica in briciole, 1949 catechismo)

Ora non mangiano più i bambini!



Sul sito del quotidiano Il Manifesto (ilmanifesto.it) sulla cui prima pagina campeggia orgogliosa l'evidente dicitura «quotidiano comunista», si vede la copertina del libro di Papa Francesco dal titolo «Terra Casa Lavoro—Discorsi ai movimenti popolari» (ed. Il Manifesto) e si legge chiaro «in edicola dal 5 ottobre con Il Manifesto».

Domenica 1 ottobre, sulla 4^ facciata de La Domenica (XXVI Domenica Del Tempo Ordinario – 2017), il foglietto per seguire meglio la Santa Messa, si leggeva di Lutero, il capo dei Protestanti, sotto il titolo «cattolici e protestanti a confronto in cammino verso la riconciliazione».

E’ uscito il nuovo libro di Papa Francesco dal titolo «Imparare a Imparare—riflessione sui temi dell’educazione» (ed. Marcianum Press). La prefazione è stata curata da Valeria Fedeli, Ministra dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, ex CGIL e ora del PD e, dicono alcuni, con simpatie per l’educazione gender nelle scuole.

Su Avvenire (www.avvenire.it) il così detto quotidiano dei Vescovi (perché formalmente è tale), il numero del 1 ottobre annuncia anche qui con orgoglio che ogni domenica la vignetta sarà eseguita da Sergio Staino, sotto la rubrica «Hello Jesus». Costui, creatore di Bobo, se dicente marxista leninista, per quarant’anni ha fatto le vignette per l’Unità (altro notissimo quotidiano comunista). Interviene a aiutare con i suoi ideali il quotidiano Cattolico, nella sua qualità di non credente (ovviamente).(In cuor suo dopo tanta militanza, vorrà costruire o distruggere la Chiesa?).  

Probabilmente non ci sono più vignettisti credenti; probabilmente non ci sono più santi cattolici da mettere in quarta pagina dei foglietti della messa; probabilmente non ci sono più scrittori o educatori cattolici per le prefazioni ai libri sull’educazione; probabilmente non  ci sono più nemmeno editori cattolici... forse non ci sono più credenti, oggi… E allora si capirebbe tutto. ma ancora non è così e qualcuno c'è ancora. E temo che queste quattro notizie che ho riportato—avvenute nel giro di pochissimi giorni—abbiano creato nei cuori di moltissimi fedeli semplici fortissimi dubbi. E la domanda «allora: dove devo andare? Chi devo seguire?» e ultimamente: a chi giova tutto ciò?


Il Pio 

«Fai la persona normale!»


Oggi se uno avesse la malaugurata idea di dire a un altro «fai la persona normale!» sarebbe immediatamente preso, se gli va bene, a male parole: razzista, omofobo, fascista, medievale,… Oggi la parola “normale” è infatti, un disvalore, anzi un termine che non deve esistere più, che non si deve dire più. Chi è normale? Chi sono io per dire chi non è normale? (Un tempo avevamo tutti riferimenti chiari, ma oggi non si possono più dire). Questo è il succo del discorso. Ma la rivoluzione si fa anche con le parole, diceva qualcuno. Decenni di livellamento perpetrato dal pensiero unico e di omologazione ai precetti universali del Nuovo Mondo, hanno portato anche a questa situazione. E così siamo arrivati al punto che uno (anche se fosse un famoso medico ginecologo con tantissima esperienza) non può più permettersi di dire pubblicamente che i bambini nascono o maschi o femmine. Eppure, perlomeno sotto il profilo strettamente medico, un bambino o nasce maschio o nasce femmina. Non voglio andare oltre sull’argomento. Ognuno gestisca le proprie parole e i propri pensieri come meglio la coscienza gli propone di fare, ricordando però che tra i cristiani ci sono stati fior di martiri che si sono fatti ammazzare o hanno lottato tutta la vita, perché certi concetti non fossero modificati neanche in minima parte, neanche di una virgola (o di uno iota, se preferite). Il fatto che non si nasca più o maschi o femmine, come un tempo, ha comportato tutta una serie di faccende in materia educativa che “fanno venire i capelli ricci a un calvo (parafrasando Giovannino Guareschi). Per le questioni futili possiamo tranquillamente contrattare col mondo (senza mai essere del mondo, o andare dietro al mondo). Comunque, dietro tutta questa vicenda, a lume di naso, mi verrebbe da pensare che ci sia un’unica regia che vuole realizzare davvero un nuovo ordine mondiale (sentite le parole dei leader degli Stati, vedete le cose "strane" che accadono,...) ordine diverso da quello in cui l’uomo ha vissuto fino a qualche anno fa, iniziando col togliere tutti i paletti e tutti i punti fermi che sono stati i riferimenti per migliaia di generazioni di persone. Stiamo allora attenti: non è gente buona questa, non lo fa per noi, quello che sta facendo. Restiamo sempre attaccati a Gesù e alla Dottrina della Chiesa e ai sacerdoti “sani”. Facendo attenzione però, che anche all’interno della Chiesa—lo dico con tantissima amarezza nel cuore—sono entrati lupi famelici e mercenari giacobini che non vogliono portare il gregge al pascolo, ma vogliono distruggere tutto, per realizzare quel nuovo ordine. Anche dal di dentro, dunque. Resta sempre vero il non praevalebunt di Gesù (che cioè le porte degli inferi non prevarranno mai sulla Chiesa): e questo significa sicuramente che nulla, neanche il porco di satana e le sue schiere dannate, abbatteranno mai la Chiesa di Dio, ma—purtroppo—non significa che il fumo di satana non possa entrare da "qualche fessura" nella stessa (come disse Paolo VI) avvelenando e contaminando i cuori e i cervelli di molti, facendo dunque danni spaventosi in materia di anime e di vita sociale che si propagano in via esponenziale. Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) scriveva all’inizio del XX secolo quella che allora era una sua saggia intuizione, ma che ora si rivela invece drammatica realtà in tutta la sua gravità: «Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate» (“Eretici” ed. Lindau). Spero davvero di no. Ma temo che dovremo prima o poi sguainare la spada per difendere la Verità e la nostra Fede. Ma se resteremo saldi nella fede ci salveremo. Salveremo la nostra anima.

Il Pio



Siamo un popolo diviso


Il problema è che siamo un popolo diviso. Diviso dalla politica che ha creato e crea solo problemi e danni. E divisioni. Purtroppo. Tutti i nostri ragionamenti e le nostre idee infatti, sono filtrati solo alla luce dell’ideologia politica (di sinistra, di destra, di centro...). Che in quanto tale, è becera e puzza di morto. Quelli che stanno in alto ci sembrano divisi da questioni importantissime e per quelle litigano, discutono, lavorano, fanno battaglie sociali, s’impegnano, urlano, si sacrificano..., ma è solo apparenza (fumo): quelli di fatto sono tutti uguali: del popolo non gliene interessa nulla (se non quando vota) e appena possono si ancorano come le zecche al Potere per non staccarsene più. (Non tutti si capisce!). E noi, qui da basso, povero popolo illuso, ci scanniamo per le loro stesse idee che però, quelli, non hanno nessuna intenzione a portarle alla conclusione, come hanno fatto finora;e come ricompensa alla nostra dedizione, alla nostra fedeltà, alle nostre tasse, al nostro voto, al rispetto dei patti e dunque al rispetto integrale—da parte nostra—del Contratto sociale (all’origine e alla base della società moderna c’è—ci sarebbe—infatti, un Contratto tra governati e governanti, tra politica e popolo che implica obblighi precisi per ambedue le parti. Il potere politico si fonda su questo Contratto sociale e non su una consacrazione divina. Entrambe le parti devono rispettare i patti: anche quelli lassù) e come ricompensa, non otteniamo nulla, se non una maggiore divisione, una maggiore tassazione, oltre a maggiori angherie e vessazioni da parte della nostra controparte contrattuale. E un popolo diviso è un popolo morto, e un popolo morto chiunque può dominarlo come meglio crede e fargli fare quello che vuole. In questa situazione possono passare come vere e innovative (Moderne! Progresso!) le idee più contorte e strampalate e ci sarà chi tra il popolo, lotterà strenuamente per portarle avanti e chi per non farle passare (divisione). Se invece avessimo tutti una base in comune sarebbe più difficile che questo possa accadere. Se fossimo tutti cristiani ardenti e coraggiosi, ci interesserebbe più seguire l’Idea (concreta) di Gesù che quella (apparente) dei politici. Ci interesserebbe più l’amicizia (vera) con Gesù che quella (falsa) con i politici. Ci interesserebbe più la salvezza della nostra anima e l’amore verso il prossimo che le parole vuote e le promesse mai mantenute. Ci interesserebbe una vita normale e un Paese normale. Un popolo cristiano è un popolo vivo e indomito. E infine vado, a memoria, chi divide è spesso il diavolo.

Il Pio

Se tuo padre avesse fatto come te...




Padre Pio vedeva il matrimonio come sacramento per la santificazione dei coniugi. La sua formula era questa: «Quando ti sei sposato Dio ha deciso quanti figli ti deve dare». La «sua famiglia» era quella numerosa, quella benedetta nella Bibbia. Rifiutare, a ragion veduta, di collaborare con Dio, non è cristiano.

I coniugi che si sono affidati alla guida del suo confessionale hanno vissuto il sacramento con fede e soddisfazione. Padre Pio ha donato alla Chiesa una lunga serie di famiglie numerose, proprio quando la famiglia andava incontro alla sua peggiore crisi, con la denatalità e poi con le separazioni, il libero amore, la convivenza, i matrimoni civili e il divorzio che egli considerava «la creazione di Dio distrutta». Infatti Dio crea la vita attraverso i coniugi, che, separandosi, distruggono il progetto creativo stabilito per loro. «Il divorzio è la strada dritta per l'inferno».

Nel 1947 a Emanuele Bufradeci, sessantenne, che confessa di avere volontariamente evitato altri figli, dopo il terzo, Padre Pio dice: «Se tuo padre avesse fatto come te, tu non saresti al mondo, perché tu sei il decimo dei figli». Lo vedeva per la prima volta.

Come oggi.


Athanasius Schneider, Vescovo ausiliare dell’Arcidiocesi di Astana, in Kazakistan ha sostenuto che “l’attuale situazione di crisi senza precedenti della Chiesa è paragonabile con la crisi generale del IV secolo, quando l’arianesimo aveva contaminato la stragrande maggioranza dell’episcopato, assumendo una posizione dominante nella vita della Chiesa”. Celebre infatti è la frase di san Girolamo che descriveva quei tempi: «E il mondo, sgomento, si ritrovò ariano». In quel periodo (così come oggi) la Verità cattolica rischiava davvero di scomparire. Tantissimi furono quelli che abbracciarono l’arianesimo fra cui non pochi vescovi e cardinali che per primi, seminavano la confusione e sviamento fra i fedeli (come oggi). E i danni furono devastanti. Se il cristianesimo però non scomparve fu solo per merito di un altro Atanasio, un santo della chiesa cattolica e di pochissimi altri. L’epoca in cui visse sant’Atanasio fu di grande crisi della ortodossia, cioè della Dottrina autentica (come oggi). Siamo intorno al 360. Egli era vescovo di Alessandria d’Egitto. Per 46 anni rimase praticamente da solo a difendere la purezza della Dottrina e la sopravvivenza della Fede autentica in Gesù Cristo. Fu vescovo per ben 46 anni, dunque, ma furono 46 anni durissimi, 46 anni di lotta contro l’eresia ariana e contro gli ariani. Questi rifiutavano ciò che il Concilio di Nicea aveva detto e cioè che Gesù era della stessa sostanza del Padre (homoousius). Gli ariani infatti propagandarono la necessità di sostituire il termine stabilito dal Concilio di Nicea, homoousion, con il termine homoiousion. Differenza di una sola lettera, ma che cambiava tutto. Infatti, il primo termine (homoousion) significa “della stessa sostanza”, il secondo termine (homoiousion) significa “simile in essenza”. Una lettera soltanto, però la differenza è evidente. Ma l’eresia è così. Avviene proprio come in un bivio: all’inizio le due strade sono vicine, ma più si cammina e più esse si allontanano fino a che dall’una non si vede più l’altra. Così l’eresia: la differenza sembra un piccolo dettaglio all’inizio, ma col tempo diventa davvero un’altra religione e non seguiamo più Dio, Uno e Trino nella fede Cattolica, ma un’altra cosa. Di qui l’importanza di restare sempre sulla vera dottrina e nella vera Chiesa. Ai tempi di Atanasio invece, molti vescovi si lasciarono convincere da quel compromesso terminologico, che era cedimento sulla Dottrina (come avviene oggi, su altre questioni), sant’Atanasio tenne fermo, resistette come un leone. Subì l’esilio per almeno cinque volte, ma non cedette. E non le mandava a dire: «Volete essere figli della luce, ma non rinunciate ad essere figli del mondo. Dovreste credere alla penitenza, ma voi credete alla felicità dei tempi nuovi. Dovreste parlare della Grazia, ma voi preferite parlare del progresso umano. Dovreste annunciare Dio, ma preferite predicare l’uomo e l’umanità. Portate il nome di Cristo, ma sarebbe più giusto se portaste il nome di Pilato. Siete la grande corruzione, perché state nel mezzo. Volete stare nel mezzo tra la luce e il mondo. Siete maestri del compromesso e marciate col mondo. Io vi dico: fareste meglio ad andarvene col mondo ed abbandonare il Maestro, il cui regno non è di questo mondo». Anche oggi ascoltiamo e vediamo tante “cose” che puzzano di eresia e il popolo di Dio immerso dentro un mare di nebbia, in cui non vede nulla. D’altra parte il demonio che è un porco, usa noiosamente da duemila anni sempre gli stessi mezzi, e ha ragione, perché noi ci cadiamo sempre. Da duemila anni! “Figli del mondo”, “tempi nuovi”, “progresso (progressismo)”, “uomo e umanità”, ... Stiamo attenti e ricordiamo le parole del cardinale Schneider. E “restiamo saldi nella fede”. Quella vera. Nella sua celebre Vita di Antonio, S. Atanasio riporta un suo insegnamento: «[...] i demoni sono astuti e pronti a ricorrere ad ogni inganno e ad assumere altre sembianze. Spesso fingono di cantare i salmi senza farsi vedere e citano le parole della Scrittura. [...]. A volte assumono sembianze di monaci, fingono di parlare come uomini di fede per trarci in inganno mediante un aspetto simile al nostro e poi trascinano dove vogliono le vittime dei loro inganni».

Il Pio

Senza pentimento e senza problemi.


Nella città in cui abito ci sarebbe stato un tentativo di violenza carnale su di una donna. Mai una cosa del genere si era mai sentita qui e ha fatto venire i brividi a tutti. Badate. Io non abito in una metropoli come Nuova Delhi, ma in un paese di circa 45 mila abitanti. Va anche detto a onor del vero, che tutti i giornali dicono che chi voleva abusare di questa signora era un uomo di colore. E ora partono tutti i meccanismi mentali: «anche gli italiani lo fanno; gli stupri avvengono più in famiglia che fuori di essa» oppure «ammazziamoli tutti; sono tutti assassini». Però con queste idee rimaniamo sempre a metà del guado e mai riusciremo a capire la realtà. Voglio dire che, come tanti altri, il tema immigrazione e immigrati infuoca subito la discussione. Perché è urgente, attuale. Solo però che abbiamo il malvezzo di giudicare questo problema (come tanti altri) alla luce della politica e del politico di riferimento. Per cui se siamo di sinistra il presupposto è “povero = buono; immigrato = povero; immigrato = buono” a prescindere, e se quello fosse per caso cattivo, è colpa nostra e comunque noi italiani siamo sicuramente peggio e non abbiamo dialogato; da qui tutti i corollari derivati e chi non la pensa così è razzista (e oggi essere accusati di razzismo è peggio che essere accusati di fascismo o peggio). Se siamo di destra invece, il problema si risolve anch’esso a prescindere: “immigrato = assassino/stupratore; immigrato = da ammazzare o da mandare a casa” oppure “immigrati=reati = malattie = sporcizia”. E anche da qui tutti i corollari derivati con il vanto di essere definiti razzisti. Tra gli italiani—ripeto—la situazione è di massima tensione su questo argomento, le reazioni (al momento) verbali nei dibattiti spessissimo sono davvero esagerate. E la cosa non promette nulla di buono, purtroppo. Ma il problema immigrazione esiste concretamente e non si può risolvere con quei due estremismi. Ed è cieco chi non lo vede. L’ingresso di così tanta gente straniera, tanto diversa da noi, con una religione che talvolta porta di per sé a estremismi molto pericolosi, che comunque non vuole assolutamente integrarsi con noi, che non ci vede come loro amici, piuttosto come nemici e gente da sfruttare, qualche problema l’ha in effetti portato e lo porterà (certo, questo non in via generale, si capisce). Ma in vero più ciechi siamo noi che continuiamo a leggere la realtà e a esprimere giudizi solo e esclusivamente sulla base della politica e dei politici che sono e sono stati proprio la causa del problema. Il problema infatti l’hanno creato i nostri governanti degli ultimi trent’anni, dunque tutti quelli dell’arco costituzionale (né solo la destra, né solo la sinistra). I motivi ci sono perché siamo arrivati a questa situazione drammatica, ma io non li conosco, forse li intuisco. Ma di sicuro questi che stanno in alto (o saranno in alto) il problema non lo risolveranno mai, chiunque essi siano. A loro dell’Italia non imposta nulla. Quelli non sono italiani e dell’Italia non gliene importa nulla, tantomeno del popolo. Quelli sono solo politici che è una razza umana a parte, pericolosissima (fatte le necessarie e debite eccezioni). E nonostante questo, quelli hanno un seguito larghissimo e questo è anche un problema irrisolvibile. Io spero di no: ma ho paura che questa migrazione in Italia di intere popolazioni in così breve tempo, qualche problema grave lo porterà prima o poi e sono davvero preoccupato. Ma lo subiremo solo noi povero popolo, non quelli che l’hanno causato che vivono tutto il giorno senza pentimento e senza problemi. Noi povero popolo andiamo avanti, giorno per giorno e cerchiamo di restare cattolici, pur in un mondo, come quello di oggi, in cui anche i Pastori di anime ci confondono e ci fanno deviare.
Il Pio

Madre Teresa, venti anni dalla morte





Non se ne parla tanto,ma tra pochi giorni ricorrerà un altro ventennale dalla morte di un personaggio anch'esso assai famoso. Anche allora, quando è morta, venti anni fa, se ne è parlato davvero poco, perchè una Principessa inglese era morta qualche giorno prima e c'era tanto, ma tanto da dire per giorni e giorni. 


Il 5 settembre del 1997 moriva  Madre Teresa di Calcutta. 

Sono albanese di sangue, indiana di cittadinanza. Per quel che attiene alla mia fede, sono una suora cattolica. Secondo la mia vocazione, appartengo al mondo. Ma per quanto riguarda il mio cuore, appartengo interamente al Cuore di Gesù”. Di conformazione minuta, ma di fede salda quanto la roccia, a Madre Teresa di Calcutta fu affidata la missione di proclamare l’amore assetato di Gesù per l’umanità, specialmente per i più poveri tra i poveri. “Dio ama ancora il mondo e manda me e te affinché siamo il suo amore e la sua compassione verso i poveri”. Era un’anima piena della luce di Cristo, infiammata di amore per Lui e con un solo, ardente desiderio: “saziare la Sua sete di amore e per le anime”.Meno di due anni dopo la sua morte, a causa della diffusa fama di santità e delle grazie ottenute per sua intercessione, il Papa Giovanni Paolo II permise l’apertura della Causa di Canonizzazione. Il 20 dicembre 2002 approvò i decreti sulle sue virtù eroiche e sui miracoli.È stata beatificata da san Giovanni Paolo II il 19 ottobre 2003 ed infine canonizzata da Papa Francesco domenica 4 settembre 2016.

Tanto basterebbe anche oggi

Questa estate sono stato (finalmente) in Terra Santa. Era da quando io e mia moglie ci siamo sposati che ci volevamo andare, ma non ci è stata mai occasione (per certi versi, quasi come nel cartone animato “Up”). Invece questa estate siamo potuti andare. In sé e per sé, là i posti non sono belli, Roma è miliardi di volte superiore. Ma lì vedi luoghi dove è stato Gesù e i suoi amici (dove è nato, dove ha atteso gli apostoli, dove ha arrostito il pesce, dove è morto,…) e la faccenda assume tutta un’altra dimensione. E il cuore ti batte, come quando ti innamori…

Girando da diversi anni in ambienti clericali, più volte ho sentito la discussione del seguente problema. Chi fa catechismo o guida un gruppo, deve essere formato. Dunque: chi forma i catechisti? E chi forma i formatori dei catechisti? E chi, i formatori dei formatori dei catechisti? E chi, i formatori, dei formatori, dei formatori dei catechisti?... Il problema è infinito e così non si risolverà mai. Spesso infatti pensiamo che dobbiamo risolvere tutte le cose da noi, con le sole nostre forze. Eppure abbiamo tanti esempi contrari: duemila anni di testimonianze, esperienze, tradizioni, chiarimenti,… a cui però non vogliamo più attingere, pensando che il “nuovo” che avanza è sicuramente meglio del “vecchio” che non è in linea coi tempi di oggi. Ma il nuovo è proprio quello che crea i problemi infiniti, che ci fa credere che tutto deve essere elaborato da noi… E ci fa dimenticare al tempo stesso che noi dobbiamo essere nel mondo, ma non del mondo.

Pensavo a queste cose infatti, quando siamo andati a Cesarea. Qui gli Atti degli Apostoli (At. 11, 1-48) riportano l’episodio in cui Pietro incontra Cornelio, “un centurione della Coorte italica”. Dopo quell’incontro Cornelio viene battezzato. Pensiamo un attimo a questo episodio. Cornelio era un centurione, cioè uno che governava e teneva sull’attenti cento soldatacci (che non erano certo crocerossine), era anche di elevata cultura perché proveniva dalla famiglia Cornelia, dunque una persona a cui di certo non gli si mangiava facilmente la pappa in testa. Una persona cioè, che non era semplice ingannare o raggirare.

Pietro, da parte sua, era un semplice pescatore, un po’ straccione, probabilmente di scarsissima eloquenza, di bassa cultura, era anche quello che di fronte a una servetta pettegola, aveva rinnegato il suo migliore amico, Gesù, prima che il gallo cantasse in quella drammatica notte. Fra Cornelio e Pietro chi doveva cedere, sarebbe dovuto essere quest’ultimo, se ci limitiamo a ragionare da uomini di mondo, alla luce del “nuovo” di cui sopra. Invece è avvenuto il contrario. Il prode Cornelio, dopo l’incontro con Pietro, si converte e viene battezzato, rinunciando a quello che fino ad allora aveva considerato vero. E di casi simili nella storia della Chiesa ce ne sono a iosa.

I martiri e i testimoni della fede, fino a poco tempo fa, non aspettavano le linee guida per fare i cristiani. Non aspettavano che si riunissero Commissioni e uscissero documenti. Quelli conoscevano il catechismo (e lo conoscevano bene, perché gli veniva insegnato tutto, senza annacquamenti, ricami e tagli). Sapevano cosa fosse il peccato e il male. Sapevano cosa fosse la Tradizione cattolica. Avevano famiglie cattoliche che pregavano insieme e che avevano a cuore la loro educazione. E intorno a loro, pur in mezzo a guerre, violenze, malattie, cattiverie, ignoranza, fame e povertà (come oggi), il mondo era semplicemente cristiano. E tanto gli bastava. E tanto bastava davvero. E tanto basterebbe anche oggi. Se avessimo fede quanto un granello di senape.

Posizione e libertà


«C'è una differenza tra me e voi. Voi credete che il popolo di Scozia esista per garantirvi una posizione. Io dico che voi esistete come nobili per assicurare al popolo la libertà. E io farò di tutto per fargliela avere!» (William Wallace, nel film Breaveheart, Mel Gibson)

Trovatene una santa!


Il signor Carlo Z. aveva incontrato Padre Pio fin da giovane. Innamoratosi poi di una ragazza, in confessione così si confida col Padre: «Padre, ho una ragazza... ma non va troppo in chiesa». Risposta: «Lasciala!». «Padre, io le voglio bene». «Lasciala! Per il tuo bene». «Ma Padre, lei lo sa cosa vuol dire voler bene a una persona?». «Figliolo, amor con amor si paga. Non è male volersi bene, anzi è Gesù che ce lo insegna. Trovatene una santa che ce ne sta ancora». «Se me la mandate voi, Padre». Va a casa e decide ad ascoltare Padre Pio. Dopo un po' di tempo viene a conoscere una ragazza veramente 
praticante.


(Tratto da http://www.sanpiodapietrelcina.org/comandamenti/06.htm, il Sesto Comandamento, Non commettere atti impuri)

Erano forse degli illusi? Gente fuori dal tempo?


Dal 28 luglio all'11 agosto 1480 i Turchi del Pascià Acmet assediarono la città di Otranto. Entrati con forza nella città, raccolsero gli 813 uomini superstiti. Per dodici terribili giorni Otranto venne bombardata sia da terra che da mare, fino a quando i mori riuscirono a penetrare all’interno abbattendo una porta secondaria delle mura. Massacrarono tutti coloro che trovarono per le strade e anche nelle case, facendo poi irruzione nella cattedrale. L’Arcivescovo, Stefano Pendinelli, stava celebrando il Sacrificio Eucaristico: sacerdoti, frati e molti del popolo furono massacrati mentre pregavano. L’anziano presule, con gli abiti pontificali e la croce in mano, fu ucciso con un colpo di scimitarra che gli staccò di netto il capo. Era l’11 di agosto. Le donne furono ridotte in schiavitù, alcune anche violentate, mentre i circa ottocento uomini superstiti, dai quindici anni in su, furono imprigionati. Tre giorni dopo, incatenati e seminudi, a gruppi di cinquanta furono condotti sul Colle della Minerva. Per aver salva la vita, fu chiesto loro, ripetutamente, di abiurare la fede cristiana; venti di loro riscattarono la libertà pagando trecento ducati a testa. Un anziano cimatore di panni, Antonio Pezzulla, esortò i compagni a difendere il proprio credo. «Noi crediamo in Gesù Cristo, Figlio di Dio; e per Gesù Cristo, siamo pronti a morire!», disse. E subito dopo, tutti gli altri, esortandosi a vicenda, confermarono: «Moriamo per Gesù Cristo, tutti; moriamo volentieri, per non rinnegare la sua santa fede!». Antonio fu il primo ad essere decapitato: venne quindi detto “Primaldo”. Il suo corpo, senza testa, rimase in piedi fino all’esecuzione dell’ultimo concittadino. Profondamente scosso, il carnefice Bernabei si convertì e fu impalato poco distante. Gli ottocento cittadini di Otranto dopo aver difeso con tutti i mezzi la sopravvivenza, la dignità e la libertà della loro città e delle loro case, seppero anche difendere, in maniera sublime, il tesoro della fede che avevano ricevuto dal battesimo. «Erano forse degli illusi, degli uomini fuori del loro tempo? No, carissimi giovani! Quelli erano uomini, uomini autentici, forti, decisi, coerenti, ben radicati nella loro storia; erano uomini, che amavano intensamente la loro città; erano fortemente legati alle loro famiglie; tra di loro c’erano dei giovani, come voi, e desideravano, come voi, la gioia, la felicità, l’amore; sognavano un onesto e sicuro lavoro, un santo focolare, una vita serena e tranquilla nella comunità civile e religiosa! fecero, con lucidità e con fermezza, la loro scelta per Cristo! (stralcio del Discorso in occasione della visita pastorale ad Otranto di Giovanni Paolo II ai Giovani di Otranto (Lecce), 5 ottobre 1980)». Le reliquie dei Martiri dal 1711 sono custodite nella Cappella dei Martiri nella Cattedrale di Otranto.

Il Pio


Altro ci preoccupa



Un altro terribile attentato. Morti e feriti. Islamici contro infedeli (cioè noi per intenderci, perché noi “cristiani”—anche se ora siamo divenuti pagani—siamo pur sempre cani infedeli, degni della peggior fine). C’è infatti una differenza. Loro continuano a fare quello che sin dall’inizio hanno sempre fatto. Noi in soli sessant’anni abbiamo dimenticato (meglio rinnegato) tutto il nostro passato e abbiamo trasformato una Fede concreta come quella cattolica in qualcosa di sdolcinato, con la ferma convinzione che tutti sono buoni, soprattutto se sono poveri e in cui ogni religione è buona e porta alla pace. Loro continuano a ammazzare gente innocente e così diventano santi martiri. Noi continuiamo a non capire e a interpretare col dogma del buonismo questi fatti. Se invece fossimo tutti rimasti cristiani, forse, in parte avremmo quanto meno avuto più chiarezza e qualcosa, forse, sarebbe andata diversamente. Sicuramente al posto dei romantici minuti di silenzio e dei commoventi gessetti colorati (inutilità delle inutilità!) avremmo tirato fuori la corona del rosario delle nostre nonne defunte, in disuso da decenni e rimasta nel cassetto dopo la loro morte, e iniziato a pregare. Il santo rosario: quella preghiera che più di una volta ci ha salvato da questi violenti. A che servono quelle frasi che i grandi dicono sempre in queste occasioni: “non ci fermeranno” o “continueremo a vivere come sempre”? Sono belle, “coraggiose”. Certo, sicuramente continueremo a vivere come sempre… fino a che non ci spiaccicheranno sotto le ruote o ci taglieranno la gola. Ma è la seconda parte però che ci preoccupa, non la prima. 

Il Pio



Ponti e muri.

Oggi quando si parla di muri, ai cristiani 2.0, gli occhi diventano rossi per lo sdegno: «ponti e non muri vanno costruiti!». Io quando s...