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Non ci guardiamo più in faccia

Non ci guardiamo più in faccia

Due cose si ripetono abbastanza spesso sui giornali o in TV, quando avvengono certi fatti di cronaca. O meglio, più che certi fatti di cronaca, quello che si ripete sono le reazioni a seguito di alcuni fatti di cronaca. Quando avviene un omicidio tremendo e spietato, tutti i vicini di casa dicono sempre dell’omicida (quasi a unisono): «era un tipo tranquillo». Tranquillo, certo. Di fronte a uno stesso omicidio i parenti della vittima invece dicono con rabbia e odio (anche dopo tanti anni dall’omicidio) «vogliamo giustizia!». Giustizia. Si possono allora pensare due cose: o quelle frasi gliele impone la giornalista d’assalto perché così il programma fa audience (e lei carriera), considerato infatti che quelle due frasi si ripetono uguali uguali da tantissimi anni. Ma se fosse davvero così, potremmo capire come funziona il giornalismo e cosa i giornalisti pensano di tutti noi (e non dovremmo essere tranquilli, ma chiedere davvero giustizia). Se invece quelle frasi fossero davvero dette con convinzione e consapevolezza, si devono pensare due cose. Che sia davvero un tipo tranquillo uno che compia un assassinio spietato e efferato, mi verrebbe da pensare a lungo. Probabilmente invece la verità è che non ci guardiamo più in faccia e oltre al buongiorno e buonasera (e così è già tanto) non andiamo. Perché questo è proprio il modo in cui viviamo davvero: non ci aiutiamo, non ci sosteniamo, non ci capiamo, le famiglie sono sole in mezzo a centinaia di persone indifferenti, ognuno blindato dentro al proprio appartamento, non sappiamo nulla di quello che abita nella porta accanto, di quello che ha, di come vive, di come vivono i figli, la moglie…: l’importante però è che «dopo una certa ora non si faccia rumore perché io vado a dormire». E prima di tutto: «mi faccio i fatti miei». E così quando uno “esplode” si dice «ma era un tipo tranquillo», «come può essere successo?». Ma queste sono solo frasi fatte, perché non sappiamo veramente che tipo era quello là. Probabilmente costui non era tranquillo per niente e se magari lo si guardava un po’ sulla faccia, si ascoltava quello che diceva, gli si faceva qualche domanda in attesa dell’ascensore, qualche dubbio poteva venire fuori (e forse—forse—si poteva aiutare). In merito poi alla richiesta rabbiosa di giustizia. A me personalmente se avessi un parente o un amico morto ucciso, verrebbe da pensare «sarà morto in grazia di Dio? Dove sarà ora?». E mi verrebbe da pregare per la sua anima e chiederei preghiere a tutti. La giustizia mi interessa certamente, deve essere fatta giustizia! ma non sarà una sentenza di un uomo con la toga nera (del tutto indifferente al mio dolore e che svolge il suo lavoro secondo una procedura) a ridare la vita al mio parente o al mio amico con tutto il bagaglio di ricordi e di sentimenti che restano qui. Può essere pure che la giustizia non trionfi mai e potrebbe anche accadere che dopo venti anni si dovrà ricominciare nuovamente il processo. Magari nel frattempo ci saremo anche invecchiati, malati, morti. Ma mai nessuno ridarà la vita al nostro amico o parente. E ci sono due tipi di giustizia quella dell’uomo e quella di Dio. La prima la conosciamo. La seconda non mancherà mai. Aspettiamo quest’ultima e preghiamo sempre per le anime dei defunti e dei peccatori. Ogni giorno.

Il Pio

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