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Quaresima. Non si va in paradiso in carrozza


Quaresima deriva dal latino ecclesiastico quadragäsëma, femminile sostantivato dell'aggettivo quadragäsëmus" quarantesimo" e pertanto significa propriamente "quarantesimo giorno (prima di Pasqua)". Quaranta giorni, numero simbolico, che richiama tanti episodi biblici, soprattutto il digiuno di Gesù nel deserto. La quaresima implica dunque giorni di digiuno, carità, di preghiera e di penitenza. Come era solito dire Don Bosco, “non si va in paradiso in carrozza”, come anche ha ricordato recentemente il Papa. La Quaresima incomincia, il mercoledì delle ceneri, con l’imposizione delle ceneri sul capo e con l’esortazione: “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai”. Quel pizzico di cenere è il simbolo della brevità della vita umana e di quello che resta del corpo. Vi è una seconda formula “Convertitevi e credete al Vangelo”. Conversione significa invertire la marcia, cambiare strada, o meglio ancora, passare da una vita in cui il centro sono “io” a una vita in cui il centro è Dio. La Quaresima è dunque un periodo di penitenza, anche di mortificazione, ma non fine a sé stesso, bensì finalizzato a farci risorgere con Cristo, a rinnovare la nostra identità battesimale, cioè a rinascere nuovamente 'dall’alto', dall’amore di Dio. Digiuno, preghiera ed elemosina, ecco quello che la Chiesa consiglia in questo periodo. La Chiesa infatti ci ricorda di vivere sia le sette opere di misericordia spirituali che quelle corporali. Ve le ricordo: Quelle spirituali: 1) Consigliare i dubbiosi; 2) insegnare agli erranti; 3) ammonire i peccatori; 4) consolare gli afflitti; 5) perdonare le offese; 6) sopportare pazientemente le persone moleste; 7) pregare Dio per i vivi e per i morti. Invece le sette opere di misericordia corporali sono: 1) Dar da mangiare agli affamati; 2) dar da bere agli assetati; 3) vestire gli ignudi; 4) alloggiare i pellegrini; 5) visitare gli infermi; 6) visitare i carcerati; 7) seppellire i morti. La condizione per compiere sia le sette opere di misericordia spirituali che quelle materiali deve viversi in Cristo, per Cristo e con Cristo, cioè nel nome di Cristo e vedendo lui nei fratelli, per vivere non la filantropia, ma la Carità. Quali sono le opere della carne? “Fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, magia, inimicizie, lite, gelosia, ire, ambizioni, discordie, divisioni, invidie, ubriachezze, orge e opere simili a queste: coloro che compiono tali opere non avranno in eredità il regno di Dio” (Gal 5, 21). Invece, quali sono le opere dello spirito? “Amore, gioia, pace, longanimità, bontà, benevolenza, fiducia, mitezza, padronanza di sé” (Gal 5, 22). A proposito possiamo ricordare quello che P. Pio raccomandava ai suoi figli spirituali I) di esser sobri nel cibo, nell’abbigliamento, nei consumi, nelle comodità; II) di esercitare un controllo negli sguardi e nelle conversazioni; III) di dominare gli istinti, le passioni e accettare la sofferenza e offrirla a Dio; IV) di promuovere forme di personale mortificazione e di astinenza. Ma il digiuno, la mortificazione non devono essere fini a se stessi, ma devono essere un mezzo per avvicinarci sempre di più a Gesù. Padre Pio suggeriva anche che bisognava aggiungere la preghiera intensa e prolungata, la frequenza dei sacramenti e la meditazione della sacra Scrittura, alla quale bisogna avvicinarsi, “innalzando la mente al Signore, supplicandolo che lui stesso faccia da guida alla vostra mente e si degni di parlarvi al cuore e muovere egli stesso la vostra volontà” (Ep. II, 130 = a Cerase, il 14 luglio 1914). Ricordiamoci sempre infatti che siamo “immagine e somiglianza di Dio”.

Il Pio

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