Etichette

Visualizzazione post con etichetta pier giorgio frassati. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pier giorgio frassati. Mostra tutti i post

“Frassati Impresa Trasporti”



«Lo prendono in giro, gli amici, lo chiamano “Frassati Impresa Trasporti” perché sempre va nelle “soffitte” degli indigenti, nelle case della periferia di Torino, che è città sì di grandi Santi, di intellettuali ma anche di tanti operai, poveri e soli. In queste case Pier Giorgio porta di tutto: cibo, vestiti, legna, carbone, mobili; per queste persone spende tutti i soldi che la famiglia gli passa, e che saranno sempre meno. Intanto si avvicina anche alla spiritualità dei Domenicani e diventa Terziario; a Berlino avrà l’occasione anche di conoscere padre Karl Sonnenschein, “il San Francesco tedesco”. Questa frequentazione lo fa interrogare sulla possibilità di diventare sacerdote, progetto che però Pier Giorgio accantona perché si rende conto di non avere la vocazione. Ma lui è felice così: diserta le occasioni mondane per la Messa e alla compagnia dei giovani rampolli borghesi predilige quella dei poveri, attraverso i quali sente saziarsi la sua sete di concretizzare il Vangelo. Sarebbe un errore, però, pensare che sia un tipo strano o isolato, tutt’altro:  tra le altre cose, un grande appassionato della montagna e dell’alpinismo».

(Tratto da http://www.santiebeati.it)

L'unica vera gioia




“Nelle mie lotte interne mi sono spesse volte domandato perché dovrei io essere triste? Dovrei soffrire, sopportare a malincuore questo sacrificio? Ho forse io perso la Fede? No, grazie a Dio, la mia Fede è ancora abbastanza salda ed allora rinforziamo, rinsaldiamo questa che è l’unica Gioia, di cui uno possa essere pago in questo mondo. Ogni sacrificio vale solo per essa”


(Lettera del beato Pier Giorgio Frassati a Isidoro Bonini tratto da Pier Giorgio Frassati - Lettere Effatà edizioni) 

Pier Giorgio. Le conversioni moderne.


Se uno pensasse al fatto che moltissimi santi hanno portato a Gesù migliaia di persone ciascuna. San Francesco Saverio. Padre Pio. Pietro e Paolo… E fino a pochi decenni fa persone spesso semplicissime, hanno fatto convertire a Gesù tantissima gente, anche con una parola, con un gesto… Perché tutto questo—a parte qualche straordinaria eccezione—oggi non avviene più? La maggior parte di noi ritiene non dovuto convertire le persone. Peggio lo vede come un disvalore. Infatti la morale "moderna" deve essere rispettosa, necessariamente multicolore, zuccherosa, “mano nella mano”,... ma così non cambia la vita a nessuno e soprattutto non cambia il mondo che dovrebbe essere, come minimo, il nostro orizzonte. Convertire poi, alla fin fine, significherebbe solo portare, con la parola, con l’esempio, con l’umanità, una persona a non porre più se stessa al centro della propria vita e misura di tutte le cose, ma a mettere Gesù Cristo al centro di se stessi e misura di tute le cose. Oggi però molti non hanno la minima intenzione né di pensare alla propria conversione, tanto meno a quella degli altri, perchè conversione puzza di vecchio e di limiti alla libertà per molti e anche per il principio che si deve rispettare ogni altra idea e religione e sarebbe un arbitrio imporre le nostre (i cristiani però, dall’anno trentatré d.C. fino a gran parte del XX secolo, non hanno mai ragionato così). Nessuno gli ha mai detto che il cristiano naturalmente deve portare a Gesù quanta più gente possibile. Sarebbe invece opportuno (e fonte di salvezza) porsi la domanda «quanta gente io ho conquistato a Gesù?». Io personalmente non sono un leone: sono timido, impacciato, lento a capire,... ma da quando ho conosciuto la vita di Pier Giorgio, quella domanda, me la pongo ogni giorno e cerco, quando posso, quando la testa non mi fa pensare solo a me, con tutti i miei limiti, di mettere una parola buona o evitare le parole cattive. Pier Giorgio Frassati aveva capito tutto. Lui era più che certo che la Fede Cattolica è l’unica Verità al mondo e se questa è la Verità, deve essere comunicata a tutti “senza rispetto umano”, senza seguire le morali zuccherose. Per questo quando andava a trovare i “suoi” poveri, oltre a portare loro i beni di prima necessità o aiutarli in ogni altro modo, faceva di tutto per convincerli a andare a messa, a mettere le loro pene nelle mani di Dio e affidarsi a Gesù. Così infatti disse alla “famosa” Tabaccaia di Corso Vercelli quando si propose di andare lei al posto suo, a portare i pacchi ai poveri, ricevendo però come risposta che a lui interessava soprattutto poter dire loro quelle cose buone. Dobbiamo ripartire da Pier Giorgio, dalla sua fede chiara e limpida, forte e stabile, semplice, se vogliamo che il cattolicesimo rifiorisca in Italia e nel mondo. Tantissime persone infatti sono state attratte dalla fede che lui metteva su tutte le cose della vita. Possiamo sicuramente imitarlo, anche coi limiti che abbiamo: dobbiamo sempre chiederci «come posso, oggi, collaborare con Dio per costruire il Suo Regno?». Stiamo vivendo una crisi religiosa spaventosa, profondissima, scriteriata: il rischio (serio) è che l’Italia cessi di essere una terra cristiana; e per di più, al contempo, di lontano all’orizzonte, si intravedono nuvole nere cariche di tempesta. Tra qualche anno probabilmente anche in Italia avverrà lo scontro con l’Islam e visto come stiamo messi, se non accade un miracolo (che però si può sempre chiedere a Chi di solito li manda) l’Italia diverrà islamica. In altri Stati già si parla di genocidio di cristiani (nel silenzio irresponsabile dei mass media occidentali). Dobbiamo allora sapere bene da che parte stare, chi siamo e di chi siamo e trarre le conseguenze. Se Pier Giorgio fosse ancora tra noi, sicuramente non smetterebbe di fare la vita da santo che ha sempre fatto e continuerebbe a convertire le persone a Gesù anche a costo della vita.

Il Pio 

Pier Giorgio. Un cattolico normale



Spesso mi chiedo come reagirebbe Pier Giorgio se vivesse ai nostri giorni. Lui è un santo contemporaneo, non tanto lontano da noi come periodo: mia nonna era più o meno sua coetanea. Eppure tra noi e lui sembrano passati no novant’anni, ma novecento. Novemila, tanto sono cambiati i tempi e le persone. Come i nostri, pure gli anni suoi erano difficili (guerra, fascismo, la fame, la povertà…) ma un minimo c’era. Tempo fa quando si concluse il convegno delle famiglie a Verona, se ne dissero di tutti i colori. Gliene hanno detto di tutti i colori! “Ultra della famiglia”, “gente che vuole far tornare indietro tutti, di 400 anni”, “la 194 non si tocca”, “il Congresso è agghiacciante”,… sempre sulle ali della democrazia e della libertà di pensiero. Eppure hanno solo detto che una famiglia è composta da un padre e una madre. Quello che ha fatto più male è che tra i detrattori c’erano cattolici praticanti. Anche importanti. “Famiglia naturale va bene, ma dobbiamo aprirci” più o meno era questo il concetto e nel gergo clericalese la parte dopo il “ma” è sempre più importante di quella prima. E laddove “apertura” significa seguire cosa vuole e fa il mondo. Pier Giorgio era attaccatissimo alla famiglia. Amava tantissimo la madre e il padre anche se loro non erano il massimo dell’affettuosità. Pare che poco prima di morire qualcuno lo sentì, vicino alla Consolata, offrire la sua vita affinchè i genitori non si separassero. Stravedeva poi per la sorella e quando si sposò e andò all’estero, ne soffrì tantissimo. Amava la nonna tant’è che ormai in preda alla poliomielite, soffrendo e faticando disperatamente andò a assisterla negli ultimi momenti. Pier Giorgio non si concepiva solo, ma in una famiglia e in una compagnia di amici. Come avrebbe reagito Pier Giorgio in questo periodo? Lui era un cattolico serio, normale sarebbe da dire, certamente poco avvezzo a seguire le vie del compromesso col mondo e del politicamente corretto. Quando il suo Circolo, il “Cesare Balbo”, nell’occasione della venuta di Mussolini a Torino, espose la bandiera in suo onore, Pier Giorgio uscì dal Circolo. Anche noi—come lui—dobbiamo prendere il coraggio che ci dà la fede e dire no a tutto ciò che è contro la fede, anche a costo di rimetterci del nostro, a costo di essere ridicolizzati e allontanati. Molti che ci hanno preceduto ci hanno rimesso addirittura la vita (e ora stanno in Paradiso). Stando così le cose, i cattolici normali saranno sempre di meno, dunque aspettiamoci di vivere in un mondo vieppiù triste e senza speranza, dove i modi di pensare sono dettati dall’alto e accettati inspiegabilmente quasi all’unanimità. Solo la fede in Gesù può essere per noi il criterio per giudicare il confine tra il bene e il male. Se Pier Giorgio avesse dovuto vivere nel mondo di oggi non si sarebbe minimamente scoraggiato, non sarebbe rimasto da parte imbronciato come l’eroe sconfitto, e forte della sua fede che lo distingueva, sarebbe uscito da tutti i circoli che si volevano aprire a un mondo senza Gesù e non avrebbe perso occasione, opportuna e inopportuna, per testimoniare la bellezza di essere cristiano. Non avrebbe perso l’occasione, anche questa volta, per amare la famiglia. Non avrebbe perso l’occasione, anche questa volta, di formare attorno a sé un compagnia di amici per fare belle gite in montagna, per pregare vicendevolmente e per dare un giudizio alle cose della vita alla luce della fede cristiana.

Il Pio

Son cose che si leggono…


Per scrivere esattamente una citazione, essendo fuori casa, mi sono messo alla sua ricerca su internet. La frase che volevo riportare era quella di Pier Giorgio Frassati (tratta da una delle sue ultime lettere) che diceva che dobbiamo «vivere e non vivacchiare» e che al di là di ogni disillusione, dobbiamo sempre ricordarci, noi cattolici che siamo «gli unici che possediamo la Verità». Ho dovuto constatare che in alcuni siti (cattolici), la seconda parte (quella sulla Verità) era omessa e era lasciata solo la prima. Eppure Pier Giorgio si capisce più per la seconda che per la prima, o meglio entrambe erano in lui un tutt’uno inscindibile. E poi Gesù diceva che Lui era Via, Verità (appunto) e Vita. E di Verità, in quanto tale, ce n’è una sola, se ce ne fossero di più non sarebbe la Verità, ma mezze verità, verità infinitesimali, e così tutto diverrebbe relativo e soggettivo, cioè proprio come funziona oggi il mondo. Vivere e non vivacchiare è un’esortazione straordinaria, che va bene a tutti, quella invece sulla Verità dà fastidio a molti. Ma si può vivere (senza vivacchiare) tutta la vita, solo se uno ha nel proprio cuore la Verità che è Gesù. Spesso ho sentito definire Pier Giorgio come un “bravo ragazzo”. Ma un bravo ragazzo non diventa beato innanzitutto, e poi di un bravo ragazzo non si continua a parlare ottant’anni oltre la sua morte, con una schiera di persone sempre più numerosa che lo segue e lo ama, che gli vuole bene, anche a migliaia di kilometri da Torino. Un bravo ragazzo è uno che segue regole morali e di educazione: tutti possono essere bravi ragazzi, anche i non cattolici, anzi questi probabilmente meglio di quelli. Pier Giorgio è quello che un giorno al suo Circolo, lanciò una sedia contro il muro, sfasciandola. Pier Giorgio è quello che, finito in Questura insieme a altri, non abbandona gli amici pur potendolo fare, essendo figlio dell’ambasciatore, resta con loro e recita il rosario per i carcerieri e il giorno dopo gira per le strade di Roma con un mozzicone di bandiera e la scritta “tricolore sfregiato per ordine del Governo". Pier Giorgio era così, impetuoso e di cuore. L’impeto era forse una dote di famiglia, ma il cuore era così per la grande fede che aveva. Pier Giorgio era cristiano in tutte le situazioni, senza rispetto umano, in ogni occasione opportuna e inopportuna: non ne faceva cadere una per avvicinare una persona a Gesù. E così un giorno scappando con un gruppo di amici dai comunisti, riesce a trovare il tempo di esortare un ragazzo che li stava aiutando, a tornare a essere cristiano come lo era un tempo. Chi segue solo le regole non vive come lui: è servo e non figlio. Noi dobbiamo essere sempre figli, perché lo siamo veramente. Si può capire meglio Pier Giorgio attraverso una lapidaria frase che su di lui scrisse Ciryl Martindale: «Forse basta dire che egli riceveva Cristo ogni mattina nella santa comunione, e che non era separato da Lui neppure un momento per tutta la giornata». Pier Giorgio non era mai separato da Gesù. Che vuol dire che metteva Gesù sopra tutte le cose, la fede illuminava ogni singolo e minimo particolare della sua giornata, le montagne, lo studio, le letture, le veglie notturne, la carità, la politica, la famiglia, le amicizie, i casi della vita, la morte…

Il Pio

Carità. Guardiamo Pier Giorgio Frassati.




Carità. Ma che cos’è la carità? «Beh—ti dicono—non è solo fare l’elemosina, anche l’elemosina, essa soprattutto è l’Amore, l’Amore al prossimo». Il catechismo di San Pio X (al numero 897) chiarisce un po’ meglio il punto e spiega che « La Carità è una virtù soprannaturale, infusa da Dio nell'anima nostra, per la quale amiamo Dio per se stesso sopra ogni cosa, e il prossimo come noi stessi per amor di Dio». Amiamo dunque il prossimo, perché amiamo Dio. E’ una conseguenza, necessaria. E’ difficile infatti amare il prossimo per tutta una vita, se non c’è Dio nel nostro cuore. Non sempre regge l’essere solidali, benefattori, buoni, buonisti, aperti,… in modo fine a se stesso:queste grandi virtù umane, per sopravvivere nel tempo, devono avere le radici su Qualcosa di solido. Da sole, alla lunga, rischiano di implodere. Il tempo cambia tutto infatti, tranne ciò che è fermo e stabile. Ma è un pensiero mio. Ora usciamo un attimo dalle definizioni che potrebbero farci rimanere nell’ambito della teoria, che in quanto tale risulta normalmente lontana dalla vita. Per capire cosa significhi carità, dobbiamo leggere un po’ della vita di Pier Giorgio Frassati che, proprio perché amava Dio faceva, quotidianamente, una carità straordinaria. La sua era una carità a 360 gradi, desta 24 ore su 24. Non aveva solo un settore in cui operava, non aveva una carità a orari fissi, non era un sindacalizzato della carità; ma il suo occhio e il suo cuore erano su tutto il mondo, su tutte le persone e su tutti i particolari. E così alla Tabaccaia di Corso Vercelli che si era dichiarata disponibile a mantenergli i pacchi per i poveri, in attesa che quelli tornassero a casa, le disse che voleva portarli lui personalmente, per poter parlare con loro e cercare di dargli speranza, invitandoli anche a andare a messa. E quando seppe che non andava a messa, la esortò a andarci. E lei ci andò. E fu un bene per lei. Oppure quei libri regalati a studenti universitari che venivano dalla campagna, probabilmente con enormi sacrifici da parte dei loro genitori. Libri che poi doveva ricomprare non senza sacrificio. Le medicine portate a chi non aveva di che procurarsele. E poi le continue visite presso le tremende soffitte torinesi, per aiutare i poveri, assistere ai malati, cercare un posto all’asilo per i bambini. E il carretto per i gelati, regalato a un povero malato di cuore che non poteva più lavorare, per permettergli di vivere del suo con dignità. Le sue scarpe regalate agli straccioni incontrati per strada, con conseguente ritorno a casa scalzo oppure con le loro ciabattaccie. E poi le Conferenze di San Vincenzo, le visite al Cottolengo. Oppure l’invito al soldatino sconosciuto che vide una mattina a messa, a portare il giorno dopo anche i suoi amici commilitoni (cosa che poi successe veramente con grande gioia di Pier Giorgio). E le parole buone dette allo sconosciuto che incontrava per la prima volta o ai suoi amici, soprattutto per renderli più buoni e vicini a Gesù. Certo anche l’elemosina si vede tra i suoi numerosi atti di carità: Pier Giorgio ne faceva tantissima. Da buon torinese teneva un libricino col rendiconto dettagliato delle spese che faceva quotidianamente e la voce “elemosina” si legge numerosissime volte (va ricordato che Pier Giorgio era ricchissimo, ma anche che i suoi genitori gli davano pochissimi soldi e solo per le spese strettamente essenziali—e facevano bene!—e quelle elemosine che faceva, erano la rinuncia agli amatissimi sigari o al tram per tornare a casa). Che dire poi dell’idea di prendere la facoltà di Ingegneria mineraria solo per poter stare a vicino ai minatori, cioè quei lavoratori che allora stavano nelle peggiori condizioni. E tantissimi altri episodi, noti o ignoti. Frassati era uno studente universitario e studiava seriamente per laurearsi, era amante della montagna, impegnato anche in politica e in tante altre faccende: non è che facesse il buono per hobby. Quello che si legge sul Catechismo di san Pio X dunque, è proprio quello che era impresso nel suo cuore. Ecco: la carità è questa, un’attenzione cristiana, costante e quotidiana (eroica, perché no?) a tutto quello che ci troviamo davanti per capire come posso aiutare concretamente quella persona che conosco o che non conosco, come la posso sostenere, confortare, come la posso portare a Gesù…? Il povero, il collega, il capo, l’amico, l’anziano, il fratello, i genitori, il tizio sul bus, il nemico, la moglie,…


Il Pio

Pier Giorgio Frassati - 14



          Giulia Merlo teneva pensione in Via Giuseppe Verdi 12 ad alcuni studenti universitari e ricorda come Pier Giorgio, pur conoscendoli appena, quando mancavano di un libro, era lui a portarlo subito in prestito, anche se non glielo avevano chiesto e diceva: «tanto in casa l'ho doppio» in modo che non sembrasse la sua elemosina. E quelli accettavano senza poter capire se egli si privasse realmente di quel volume e se gli costasse poi fatica il procurarselo di nuovo. Ma a lui non interessava questo: egli era felice che quei giovani provenienti dalla campagna, con chi sa quali sacrifici da parte dei genitori, potessero studiare.

          Quando Lea Bersezio criticava la sua decisione di farsi ingegnere minerario rispondeva «E' bello signora, andare nelle miniere mi troverò con tutti gli operai (Pier Giorgio aveva scelto la facoltà di Ingegneria Mineraria proprio per stare vicino ai minatori, cioè quei lavoratori che stavano peggio di tutti, ndr)».


          Rammento ancora benissimo un pover'uomo dal naso grosso e rosso che ci capitava sempre di vedere dal balcone di corso Siccardi 55, seduto su di una panca del viale circondato da un nuvolo di bambini sporchissimi. Ricordo che a me fece soltanto impressione quell'uomo misero e come inebetito dalla sua stessa miseria, Pier Giorgio arrivò fino al punto di fermarlo mentre andavamo a scuola (si pensi a che cosa voleva dire a quei tempi e con la nostra educazione parlare con uno sconosciuto) e di dirgli di salire a casa nostra all'ora di colazione che nostro padre gli avrebbe trovato un posto per lavorare.
(Mio Fratello Pier Giorgio, La Carità, a cura di Luciana Frassati, II edizione, SEI editrice, pagg. 69, 72, 83)

Pier Giorgio Frassati 13



Veniva (Pier Giorgio Frassati, ndr) di solito a comprare libri di alta cultura religiosa che poi finiva di regalare a persone amiche. Sapeva che il mio negozio era aperto da poco e nonostante insistessi, non voleva lo sconto. «Lo faccio a tutti» dicevo, «perché a lei no?». Ma egli non voleva perché sapeva che avevo otto figli. (Paolo Viano)

Ricordo che certe volte anche in tono canzonatorio qualcuno diceva «sai che Frassati prima di venire al Politecnico va a girare per le soffitte?». Ma di positivo poi non si sapeva nulla, perché lui non parlava di ciò che faceva. (Paolo Barla)

E Giuseppe Rossi lo conferma dicendo: «Pier Giorgio correva sempre e rammento benissimo che una delle vie da lui più battute era Via Santa Chiara, dove sorgono le case popolari».

Alle mie domande spesso rispondeva: «vado in Via Santa Chiara». E Carlo Lizier sapeva che andava a finire in qualche soffitta, ma dove andasse e cosa facesse egli da Pier Giorgio non lo seppe.

«Chi trova un amico, trova un tesoro». E egli era veramente tale. Con lui si poteva parlare liberamente, confidare qualunque cosa, tanto era comprensivo e discreto, ricorda Tina Ajmone Catt. «Frassati, dica una Ave Maria per me», «con piacere» rispondeva, «e ne dirò due». Ed era anche questa la sua carità, una carità che raddoppiava sempre l’aiuto richiesto.

(Mio Fratello Pier Giorgio - La Carità, Luciana Frassati Ed. SEI)

Pier Giorgio Frassati 12



La sua carità non gli faceva vedere altro che anime da salvare e perciò accarezzava tanto i bambini puliti come quelli disordinati, aveva la vera intelligenza che tutto a Dio riferisce e in Dio tutto vede.

Pier Giorgio era famoso per essere sempre al verde e tutti sapevamo che l’essere sempre senza soldi era una conseguenza della sua ardente carità. E’ un particolare che ricordo benissimo, perché noi amici lo aiutavamo quando capivamo che rinunciava a qualche gita per ragioni finanziarie. Allora insistevamo che venisse ugualmente e sono fiero di poter dire di averlo spesso aiutato.

(Luciana Frassati, Mio fratello Pier Giorgio, la carità, pag.24 e 32, Effatà editrice)

Pier Giorgio - La bacheca



«Ricordo Pier Giorgio per essermi trovato casualmente accanto a lui nel 1922, in una questione con altri studenti. S’era sul finire del carnevale e il circolo aveva pubblicato nella sua bacheca un avviso agli studenti del Politecnico, di raccogliersi tutti in una chiesa per un’ora di adorazione. Quel manifesto strideva fra altri dai mille colori, invitanti ai thè, veglioni, danze. A molti parve vedervi una provocazione. E decisero di stracciarlo. Ricordo Pier Giorgio ritto davanti alla bacheca con un bastone nelle mani, pronto alle difese; e attorno una folla urlante di cento studenti. Insulti, minacce, percosse non valevano a smuoverlo. Il numero però ebbe il sopravvento. La bacheca andò infranta e l’avviso bruciato. Pier Giorgio non disse parola ma il bastone roteò minaccioso nell’aria. Poi con calma raccolse quello che restava della bacheca, e in silenzio si avviò all’uscita del Politecnico»

(A. Cojazzi, Pier Giorgio Frassati. Testimonianze, SEI, Torino 1977, pp. 120-121)

Pier Giorgio e il rispetto umano



Il rispetto umano. Ora non si sa più cosa sia: è una frase che al nostro cervello non dice nulla. Si sa cosa sia il “rispetto” e cosa sia “l’umano”, ma messe insieme quelle due parole sono sterili, inspiegabili. (Ed è un brutto segno: significa che nessuno ne ha parlato più per decenni). Eppure fino a un tempo neanche troppo lontano, era molto chiaro il concetto. Il Catechismo di San Pio X—che è uscito del 1912—diceva tra l’altro proprio del rispetto umano: «35. E' utile fare il segno della Croce? E' utilissimo fare il segno della Croce spesso e devotamente, perchè è atto esterno di fede, che ravviva in noi questa virtù, vince il rispetto umano e le tentazioni, e ci ottiene grazie da Dio»; «247. Come si dà prova della fede? Si dà prova della fede confessandola e difendendola, quando occorra, senza timore e senza rispetto umano, e vivendo secondo le sue massime: “la fede senza le opere é morta” (Catechismo San Pio X)». Faccio allora degli esempi di questo atteggiamento (che definirei borghese) per farmi capire: la vergogna di fare un segno di croce prima dei pasti solo perché si è a mensa davanti ai colleghi è agire per rispetto umano, rinunciare a dire un Rosario in pullman per paura di essere visto e deriso, è agire per rispetto umano… (insomma: cosa penserà la gente di me?). Che poi esso rischia di divenire peccato, se si pensa a quello che disse Gesù “chi si vergognerà di Me e delle mie parole, di lui si vergognerà il Figlio dell’uomo, quando verrà nella gloria sua e del Padre e degli angeli santi (Lc 9,26)”. E non si può raccontare Pier Giorgio Frassati, senza parlare di come considerava quell’atteggiamento. Nel libro “Mio Fratello Pier Giorgio, La Fede”, di Luciana Frassati, (edizioni Paoline) si legge in una nota che il termine “rispetto umano” ricorre almeno quaranta volte nella varie testimonianze che la gente ha fatto su di lui. Cioè almeno quaranta persone hanno notato questo suo (invidiabile) atteggiamento: “Non aveva rispetto umano”, dice uno, “Era senza rispetto umano” annota un altro... Infatti al cuore di Pier Giorgio interessava Altro: non il rispetto e l’onore del mondo, ma il rispetto verso Dio. Un amico raccontò che tutte le volte che passava davanti a una Chiesa si bloccava e facendo quel profondo segno di croce che tanta gente ammirava: «Interrompeva di colpo il discorso, non era più con noi, senza parlare e senza arrossire come chi non ha mai conosciuto il peso del rispetto umano e può compiere ciò che gli altri fanno con una fretta non indifferente, con una calma olimpica. Egli salutava Qualcuno, non compiva un puro gesto formale (Op. cit. pag. 109). Pier Giorgio proprio non ce l’aveva questo rispetto umano. Come quando si trovò in un rifugio alpino la sera, in compagnia di uno appena conosciuto, all’improvviso interruppe il discorso e disse: «oggi è venerdì, misteri dolorosi, nel nome del…» e iniziò il rosario senza domandarsi se quel giovane montanaro fosse ateo, anglicano, musulmano o testimone di Geova. Oppure quando una volta incontrò Padre Righini in Via Pietro Micca a Torino (che si trova in una zona centrale e trafficata) e si volle far confessare in mezzo alla strada. Come quando difese la bandiera del proprio circolo dalla carica della Guardie reali, finendo in Questura. Come quando—lui figlio di una importantissima e altolocata famiglia torinese—andava in giro per tutta Torino con pacchi e pacchetti da portare ai poveri. Come quando dopo aver aiutato i ferrovieri a spalare la neve e a spostare i bagagli, si mise a sedere nel vagone, cacciò dalla tasca la corona e lentamente recitò in silenzio, davanti a tutti, l’amatissimo rosario… Maledetto rispetto umano! Quante persone hai fatto perdere? Quanti danni hai combinato? Quante tentazioni sono passate attraverso di te? Quanti dispiacere sono stati dati a Gesù? Allora noi, tutte le volte che dobbiamo fare una cosa, qualunque essa sia, piccola o grande, domandiamoci sempre «come avrebbe fatto Pier Giorgio se fosse stato oggi al posto mio?». È una domanda che ci può aiutare in tutte le occasioni. Che mi importa poi, di quello che potrebbe dire la gente di me? Mille volte meglio interessarsi a quello che Dio potrebbe dire di me.

Il Pio

«In Italia non c’è nessuno che decide»


Considerando a tavola, durante la pausa pranzo, la notizia del divieto in Germania della circolazione delle auto diesel, T. commenta triste e ormai senza speranza: «In Italia non c’è nessuno che decide». Il popolo questo lo vede chiaramente, vivendo nella realtà di tutti i giorni in cui non funziona niente, anche le cose che potrebbero funzionare semplicemente (ad esempio far pagare il biglietti a chi sale nei pullman). I politici sono così, e oggi tutto è politica perché la politica sta dappertutto, anche nelle parti più minime e lontane della società. Lo hanno nel DNA oramai il concetto: chi fa sbaglia sempre, chi non fa non sbaglia mai. E hanno “ragione” (a modo loro): se uno di loro prendesse una decisione grande, chiara, senza compromessi, di sicuro qualcuno scontenterebbe e quei voti andrebbero tutti all’avversario (quelli vivono sempre col bilancino dei voti in mano e tutto il loro fare\dire—più dire che fare—è basato proprio su come sta messo quel bilancino). Decidere è cioè follia! Così si va avanti per anni senza problemi (per loro ovviamente, poi nel frattempo arrivano il vitalizio, i rimborsi…). Eppure l’Italia è stata per secoli e secoli la terra dei santi e degli eroi: e che santi! E che eroi! Popoli grandi che hanno insegnato, la musica, la cultura, l’architettura, a quasi tutta l’Europa. E poi è una bellissima terra, ricca di tantissime cose, umane, paesaggistiche, culturali… E’ (o era?) un Paese cristiano, stupendo e non a caso, ci si mangia benissimo. Qualcuno dice che la colpa di tutto è degli italiani che sono un popolo fesso, stupido, soggiogabile. Dice. Ma così parla chi si sente in una élite. E chi si considera in una élite è sicuro di non far parte del popolo, ma di essergli superiore. Gente da guardare dall’alto in basso. Ma che cosa possono fare gli italiani se chi li governa viene deciso a tavolino dai partiti (che a loro volta sono inventati da un politico—per motivi che sa solo lui—e i cui componenti sono scelti spessissimo tra la stessa stirpe e con la stessa mentalità di cui sopra) e solo quelli si possono prendere? Ma siamo cristiani e allora pensiamo, ragioniamo da cristiani (anche se nessuno ce l’ha più insegnato) e non da atei che contano solo su se stessi e sulla scienza. Io temo che Dio—come fa spesso dall’inizio della storia per amore dei propri figli—per farci ritrovare la strada sana che abbiamo smarrito, confidando solo su noi stessi e nella forza dell’uomo (l’errore è proprio quello di considerare l’uomo come misura di tutte le cose) ci abbia fatto impaludare nelle terribili sabbie mobili da cui non si esce più e più passa il tempo e maggiormente ci si infogna, fino a affogare. Potremmo uscire fuori solo se chiediamo insistentemente, ripetutamente, fiduciosamente il Suo aiuto, con sacrifici e preghiere, anche—perché no?—per intercessione dei santi che più conosciamo: beato Pier Giorgio Frassati, San Giuda Taddeo, San Michele, San Giovanni Bosco, San Francesco Saverio, San Domenico Savio, San Giuseppe, San Benedetto da Norcia,… e pregando assolutamente anche la Madonna: Aiuto dei cristiani prega per noi. 

Il Pio

Viveva meglio di me dunque aveva ragione


«Viveva meglio di me [il beato Pier Giorgio Frassati, ndr], dunque aveva ragione. A vederlo mi pareva di intendere come era fatto un giovane cristiano sul serio per cui la Fede è la ragione stessa della vita».
 
(Don Cojazzi, Pier Giorgio Frassati, Biografia ed. Sei).

E' possibile vivere così


Ascoltare la vita del beato Pier Giorgio Frassati fa sempre bene al cuore. «E' possibile vivere così!» viene spontaneo pensare, ed è proprio vero: il cristianesimo è infatti umano e la santità possibile. Adatti perfettamente a noi e alla nostra vita.
Ecco dunque altre testimonianze della sua carità. 
Il Pio


Carlo Florio: « Gli domandavo per esempio come si facesse ad entrare lietamente in certe case dove la prima accoglienza era un tanfo nauseante. “Come fai tua vincere la repulsione?” Egli mi rispondeva: “In sostanza non dimenticare mai che anche se la casa è sordida tu ti avvicini a Cristo. Ricordati bene quello che ha detto il Signore: “Il bene che si fa ai poveri è bene fatto a me stesso” ».

Don Giovanni Barberis: « Tutti i mesi egli portava gli assistiti della Conferenza alla Confessione e il giorno dopo alla Comunione… Diceva ad alta voce e per tutti le preghiere di rito: preparazione e ringraziamento. Era commovente vedere quel giovane seguito da intere famiglie, da trenta a quaranta persone. Guardandolo la sua virtù mi pareva sempre eroica ».

Giovanni Gribaudo: « Pier Giorgio Frassati era famoso per essere sempre al verde, e tutti sapevano che l’essere sempre senza soldi era una conseguenza della sua ardente carità. Noi amici lo aiutavamo quando capivamo che rinunciava a qualche gita per ragioni finanziarie. Allora insistevamo che venisse ugualmente; e sono fiero di poter dire di averlo spesso aiutato ».

Giovanni Pilone: « A un poveretto che domandava l’elemosina domandò perché non lavorava. Rispose che non aveva più strumenti per cuocere e vendere castagne. Pier Giorgio gli comperò tutto e diede a quel povero il modo di poter lavorare ».
Giuseppe Leone: « Non posso dimenticare la volta che lo vidi tornare senza scarpe, calzando un paio di pantofole come quelle che indosso ora a 87 anni, solo perché aveva date le scarpe ad un povero ».

Tersa Vigna: « Insieme ci recavamo a visitare i lebbrosi, all'ospedale di San Lazzaro. Un giorno trovammo un giovane di vent'anni col viso deturpato dalla lebbra. Pier Giorgio rimase colpito a vedere il povero giovane dal fisico esuberante già totalmente sconfitto dal male. “Vede” mi disse “che enorme valore ha l’essere in salute come siamo noi”. E dopo un poco: “Ma anche le deformazioni di quel giovane scompariranno quando tra qualche anno raggiungerà il Paradiso. Perciò la nostra salute deve essere messa al servizio di chi non ne ha, chè altrimenti si tradirebbe il dono stesso di Dio e la sua benevolenza” ».
don Giuseppe Cargnino: « Mi ricordo benissimo come se fosse oggi stesso, un pellegrinaggio sulla vetta della Ciamarella (20 luglio 1924, in occasione del venticinquennio del collocamento lassù del quadro della Consolata di Torino: (1899-1924). A me, appena attraversato il ghiacciaio della Ciamarella, venne incontro gentile, sorridente e pieno di bontà inesprimibile qualificandosi come appartenete alla Giovane Montagna, il caro Pier Giorgio Frassati, dicendosi ben lieto di fare la mia conoscenza, e chiamandomi il favore di lasciargli poi lassù servire la Santa Messa ».

(Luciana Frassati, La Carità, SEI)

Perché non va a messa?


«Avevo un piccolo negozio di tabacchi in corso Vercelli e un giorno vidi fermarsi, proprio davanti alla vetrina, una carrozza scoperta con due giovani a cassetta. Uno di loro scese [il beato Pier Giorgio Frassati, ndr], si riempì le braccia di pacchi e pacchetti e sparì dentro un portone. Ritornò, prese altri pacchi e sparì nuovamente. Poi venne da me con un sacco di roba che non era riuscito a consegnare perché aveva trovato la porta chiusa e mi pregò di portarlo io stessa. Da quella volta, quando non gli riusciva di consegnare qualche pacco lo lasciava da me. Era un giovane che ispirava confidenza, così un giorno attaccai discorso: «Lei è vestito bene che pare un signore, eppure va in giro con questi sacchi... Cosa dirà la gente? Perché non li lascia a me che sono solo una tabaccaia? A me la gente non fa caso». «Vede – rispose lui – io sono contento se li trovo in casa. Preferisco consegnarli personalmente a loro, perché posso parlare con loro e infondere un po’ di coraggio, farli sperare che la vita cambierà, e soprattutto convincerli ad offrire a Dio le loro sofferenze e ad andare a Messa». Gli risposi dicendo che io non avrei certo potuto insistere che andassero a Messa, dal momento che non ci andavo neppure io. Sarebbe stato come se il diavolo avesse invitato a farsi eremiti. Invece di sgridarmi si limitò a chiedermi: «Perché non va a Messa?». Risposi senza scompormi che se il duro lavoro quotidiano nel negozio non bastava a meritarmi il paradiso, il Signore per me poteva anche chiudere bottega. Ma lui continuò: «Se non vuole andare a Messa per se stessa, vada almeno per il suo bambino, lei che è una buona mamma». Rimasi colpita e gli risposi che probabilmente aveva ragione. E la domenica dopo ero in chiesa. Io che non avevo mai sentito una parola bella e che ero rimasta orfana a tre anni, fui colpita dalla spiegazione del Vangelo. E così da sposata per la prima volta andai a Messa. Glielo dissi poi a quel giovane quando lo vidi e gli ripetei anche la spiegazione del Vangelo. Ebbi la sensazione che lui capisse benissimo come io non avessi bisogno del sacchetto, ma di un po’ di parole di fede. E così continuò: «Perché il Signore protegga il suo bambino bisogna che lei vada sempre in chiesa». E infatti, quando durante l’ultima guerra, mio figlio corse gravissimi pericoli lo affidai alla protezione del Signore che stese su di lui la mano e lo salvò. Per lungo tempo non seppi chi fosse il mio benefattore e forse non lo avrei mai saputo se un giorno, dopo che egli aveva lasciato il mio negozio, non fosse entrato un uomo di Pollone che mi disse: «Sa chi è uscito in questo momento dalla sua bottega?». «No, non lo conosco; so soltanto che è un giovane che porta sempre roba ai poveri». «Non sa chi è? È il figlio del Senatore Frassati». Tutti allora conoscevano a Torino i Frassati... Quel signore mi disse che anche a Pollone tutti i poveri lo aspettavano nelle loro case».

L. Frassati, La carità di Pier Giorgio Frassati, SEI Torino 1957, p. 17.

Una falsa immagine



Abituati a un’immagine della santità che s’identifica con una vita calata nello straordinario, siamo sempre alla ricerca del sensazionale nella vita dei santi, rischiando di allontanarli definitivamente dalla nostra esistenza e di considerarli esseri di un altro pianeta o quasi... Ora la vita di un santo è «eccezionale» e straordinaria soltanto nella sua appartenenza a Cristo e nella profonda esperienza del proprio limite e della propria dipendenza da lui. Il santo è colui che più acutamente e drammaticamente ha coscienza della propria miseria e di conseguenza cerca in Cristo la grazia del perdono. Leggendo le lettere di Pier Giorgio [Frassati, ndr] si rimane colpiti dall’acuta coscienza che aveva della fede che aveva incontrato: «La fede datami dal Battesimo mi suggerisce con voce sicura: “Da te solo non farai nulla, ma se Dio avrai per centro di ogni tua azione allora arriverai fino alla fine”. Ed appunto ciò vorrei poter fare, e prendere come massima il detto di sant’Agostino:“Signore, il nostro cuore non è tranquillo finché non riposa in Te”». 


(Primo S
oldi "L'Amico degli Ultimi" - Elledici)

Se avessi la disgrazia di non credere!














 



Nelle mie lotte interne mi sono spesso domandato perché dovrei io essere triste, dovrei soffrire, sopportare a malincuore questo sacrificio? Ho forse io perso la Fede? No, grazie a Dio, la mia Fede è ancora abbastanza salda ed allora rinforziamo, rinsaldiamo questa che è l’unica Gioia, di cui uno possa essere pago in questo mondo. Ogni sacrificio vale solo per essa; poi, come cattolici, noi abbiamo un Amore che supera ogni altro e che dopo quello dovuto a Dio è immensamente bello, come bella è la nostra religione, Amore che ebbe per avvocato quell’Apostolo che lo predicò giornalmente in tutte le sue lettere ai vari Fedeli. La Carità, senza di cui, dice san Paolo, ogni altra virtù non vale. Essa sì che può essere di guida e d’indirizzo per tutta una vita, per tutto un programma. Essa con la Grazia di Dio può essere la meta a cui il mio animo può attendere. Ed allora noi al primo momento siamo sgomenti, perché è un programma bello, ma duro, pieno di spine e di poche rose, ma confidiamo nella Provvidenza Divina e nella Sua Misericordia. Il Papa Pio X di santa memoria raccomandava alla Gioventù la pratica della santa Comunione, ed io non posso che ringraziare ogni momento Iddio per avermi dato genitori, maestri, amici tutti, che tutti mi hanno incanalato per la via maestra della Fede. Pensa se in questo momento in cui l’animo mio attraversa questa crisi, io avessi la disgrazia di non credere; non varrebbe nulla vivere un istante di più e la morte sola sarebbe lenimento forse ad ogni soffrire umano. Ma invece, per chi crede le controversie della vita non sono oggetto di abbattimento, ma servono di emendamento e di richiamo energico a ricalcare la via, forse momentaneamente abbandonata…

(Pier Giorgio Frassati)

(Luciana Frassati, Pier Giorgio Frassati Lettere, a Isidoro Bonini, p.313)

"Da solo non farai nulla!"




« La fede datami dal Battesimo mi suggerisce con voce sicura: ' Da te solo non farai nulla, ma se Dio avrai per centro di ogni tua azione allora arriverai fino alla fine '. Ed appunto ciò vorrei poter fare, e prendere come massima il detto di sant'Agostino: ' Signore, il nostro cuore non è tranquillo finché non riposa in Te».

(Frassati Pier Giorgio, Lettere 1906-1925, Vita e Pensiero, Milano 1995)

L’Idea

Preghiamo il Signore che illumini il buio della nostra mente e ci faccia capire la via da seguire e a cosa restare ancorati. Che sciolga i nodi che aggrovigliano le nostre idee… San Michele prega per noi. Pier Giorgio Frassati, prega per noi… 


Quello che oggi è triste da vedere non è tanto che chi ci governa pensa a altro che al bene della gente. Questo è per me di grande dolore, lo sapete, vi ho già rotto le scatole a sufficienza su questo argomento. Ma è sempre stato così, per cui a che serve intristirsi? A nulla, infatti e lasciate a me questa croce. Ma c’è di peggio. E’ ancor più triste vedere che c’è un medesimo modo di vedere tra chi scrive, fa politica, fa televisione, fa film, fa canzoni, fa insegnamento e tutto il popolo. Un modo di vedere la vita che non è umano. Non è un problema politico, ma un problema di vita. Non è un problema sociale, ma proprio di vita. Un modo intellettuale di vedere la vita che non è un modo di vivere sano, che non può essere del popolo che da sempre è sempre stato concreto e amante della concretezza. Un problema intellettuale per cui prevale l’idea sulla realtà. Conta più il pensiero di alcuni altolocati che la vita di tutti i giorni. Non voglio fare esempi. Ma se andate a fondo dell’idea “normale” di oggi, ma con sincerità e lontani da schieramenti politici e ideologici, con sincerità ribadisco, vedrete quella è una via che porta al nulla. Meglio, che porta al disastro umano, alla devastazione della normalità e della vita stessa. Al crollo della normalità per far prendere il posto a un’Idea. E quando si scrive “Idea” con la “I” maiuscola, sono sempre dolori. Per la gente normale, si capisce. Il brutto è che dalla mente degli intellettuali quell’Idea è entrata vincitrice nelle menti di tutti gli italiani in particolare e occidentali in generale. Un modo di vedere la vita che porta al suicidio della propria cultura millenaria e della Nazione. L’unico argine a questa rivoluzione intellettuale sarebbe solo il cristianesimo. Sarebbe tornare a essere un popolo cristiano, forte, indomabile, con un’identità chiara, proprio in quanto tale. Sarebbe l’avere Dio come riferimento e la Chiesa cattolica come alleata. Ma Gesù è proprio quello che l’Idea deve sostituire e la Chiesa è ciò che vuole chiudere. E così il verme solitario intellettuale sta bucando i cervelli di troppe persone. Preghiamo il Signore che illumini il buio della nostra mente e ci faccia capire la via da seguire e a cosa restare ancorati. Che sciolga i nodi che aggrovigliano le nostre idee… San Michele prega per noi. Pier Giorgio Frassati, prega per noi…
Il Pio

Che sarebbe la vita senza la fede?


...Certo la Fede è l'unica àncora di salvezza e ad essa bisogna aggrapparsi fortemente: senza di essa che sarebbe tutta la nostra vita? Nulla.


Torino, 29 gennaio 1925. - « Dura è la lotta, ma pur bisogna cercare di vincere e ritrovare la nostra piccola via di Damasco per poter marciare in essa verso quella Meta a cui tutti dobbiamo arrivare. Ancora un piccolo sforzo e poi anch'io avrò conseguito il tanto sospirato diploma, ma dopo tutto v'è un problema assai più arduo da risolvere su cui tutta la nostra responsabilità pesa gravemente. Saprò io risolvere questo grave problema? Avrò io la forza di arrivare? Certo la Fede è l'unica àncora di salvezza e ad essa bisogna aggrapparsi fortemente: senza di essa che sarebbe tutta la nostra vita? Nulla, o meglio sarebbe spesa inutilmente perché nel mondo v'è solo dolore e il dolore senza Fede è insopportabile, mentre il dolore alimentato dalla piccola fiaccola della Fede diventa cosa bella perché tempra l'animo alle lotte. Oggi nella lotta non posso che ringraziare Iddio che ha voluto nella sua Infinita Misericordia concedere al mio cuore questo dolore affinché attraverso le ardue spine io ritornassi ad una vita più interiore, più spirituale. Io ero fino a quest'età vissuto troppo materialmente ed ora bisogna che ritempri lo spirito per le future lotte perché d'ora innanzi ogni giorno, ogni ora, sarà una nuova battaglia da combattere e una nuova vittoria da conquistare. In me si dovrebbe avverare un capovolgimento spirituale ».

(Luciana Frassati, Lettere di Pier Giorgio Frassati, Ed. Queriniana)

Ascoltare e sentire.

San Paolo diceva che la fede passa attraverso l’ascolto ( Fides ex auditu ). La fede non è infatti—fatti salvi casi particolarissimi—un'...