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Servono "uomini"





Una delle più profonde e preoccupanti crisi del nostro tempo è quella che ha colpito l'autorità (autorità deriva dal verbo latino augeo, cioè faccio crescere, accresco; tanto per capirci non è la... Polizia, l'autorità di cui parliamo, ma ad esempio un padre, un responsabile, un maestro,... ndr) nel senso che essa non ha più facile ascolto e nel senso che chi ne è investito, quando non ha un personale interesse a esercitarla, sembra demotivato o soltanto rassegnato a farlo. La crisi parte da lontano, da quando si è cominciato a verificare un solco sempre più profondo tra autorità e autorevolezza, persone cioè chiamate a ricoprire ruoli o incarichi per i quali non avevano statura morale o professionale, per cui la disciplina o l'osservanza della norma da parte dei "soggetti" non fu più convinta ma subita. Se sotto questo profilo, guardiamo al nucleo famigliare, ci accorgiamo che la superficialità e la leggerezza con cui si arriva alle nozze, segno di immaturità e di spirito di avventura anzichè di consapevolezza e di senso di personalità, determinano nei coniugi una fragilità di personalità per cui i figlioli non hanno nei genitori nè sicuro punto di riferimento , nè serenità di guida e di sostegno. i figli han bisogno di chiarezza educativa, di sintonia di decisioni, di armonia di ambiente e di vita, valori che non possono venire se non da persone motivate, convinte, ben  strutturate.(...) Si fa un gran parlare, di questi tempi (l'articolo è di febbraio del 1994, ndr), di rinnovamento della classe dirigente come se ciò si potesse fare senza "uomini", cioè gente pulita e competente, animata da vero spirito di servizio. Chi li fabbrica questi uomini, quando tutti—famiglia, scuola, associazioni e strutture che sono deputate a questo—se ne disimpegnano, dandosi obiettivi più facili e immediatamente più gratificanti? Se vogliamo essere gente seria che vuol imparare la lezione di questi fallimenti squallidi e non ritrovarseli di fronte fra un paio di decenni.. dobbiamo convincerci che ognuno di noi deve "farsi" così: autentico con se stesso e con gli altri, senza infingimenti e doppiezze, senza furberie e astuzie, papale papale, uno di quegli uomini di buona volontà che trovano grazia la notte di Natale.

(Giuseppe Filippini, "A ruota libera. Sulla Cooperazione e altro", ed. Confcooperative Lombardia, cap. "Autorità e autorevolezza", febbraio 1994, pag. 33).

Pier Giorgio. Un cattolico normale



Spesso mi chiedo come reagirebbe Pier Giorgio se vivesse ai nostri giorni. Lui è un santo contemporaneo, non tanto lontano da noi come periodo: mia nonna era più o meno sua coetanea. Eppure tra noi e lui sembrano passati no novant’anni, ma novecento. Novemila, tanto sono cambiati i tempi e le persone. Come i nostri, pure gli anni suoi erano difficili (guerra, fascismo, la fame, la povertà…) ma un minimo c’era. Tempo fa quando si concluse il convegno delle famiglie a Verona, se ne dissero di tutti i colori. Gliene hanno detto di tutti i colori! “Ultra della famiglia”, “gente che vuole far tornare indietro tutti, di 400 anni”, “la 194 non si tocca”, “il Congresso è agghiacciante”,… sempre sulle ali della democrazia e della libertà di pensiero. Eppure hanno solo detto che una famiglia è composta da un padre e una madre. Quello che ha fatto più male è che tra i detrattori c’erano cattolici praticanti. Anche importanti. “Famiglia naturale va bene, ma dobbiamo aprirci” più o meno era questo il concetto e nel gergo clericalese la parte dopo il “ma” è sempre più importante di quella prima. E laddove “apertura” significa seguire cosa vuole e fa il mondo. Pier Giorgio era attaccatissimo alla famiglia. Amava tantissimo la madre e il padre anche se loro non erano il massimo dell’affettuosità. Pare che poco prima di morire qualcuno lo sentì, vicino alla Consolata, offrire la sua vita affinchè i genitori non si separassero. Stravedeva poi per la sorella e quando si sposò e andò all’estero, ne soffrì tantissimo. Amava la nonna tant’è che ormai in preda alla poliomielite, soffrendo e faticando disperatamente andò a assisterla negli ultimi momenti. Pier Giorgio non si concepiva solo, ma in una famiglia e in una compagnia di amici. Come avrebbe reagito Pier Giorgio in questo periodo? Lui era un cattolico serio, normale sarebbe da dire, certamente poco avvezzo a seguire le vie del compromesso col mondo e del politicamente corretto. Quando il suo Circolo, il “Cesare Balbo”, nell’occasione della venuta di Mussolini a Torino, espose la bandiera in suo onore, Pier Giorgio uscì dal Circolo. Anche noi—come lui—dobbiamo prendere il coraggio che ci dà la fede e dire no a tutto ciò che è contro la fede, anche a costo di rimetterci del nostro, a costo di essere ridicolizzati e allontanati. Molti che ci hanno preceduto ci hanno rimesso addirittura la vita (e ora stanno in Paradiso). Stando così le cose, i cattolici normali saranno sempre di meno, dunque aspettiamoci di vivere in un mondo vieppiù triste e senza speranza, dove i modi di pensare sono dettati dall’alto e accettati inspiegabilmente quasi all’unanimità. Solo la fede in Gesù può essere per noi il criterio per giudicare il confine tra il bene e il male. Se Pier Giorgio avesse dovuto vivere nel mondo di oggi non si sarebbe minimamente scoraggiato, non sarebbe rimasto da parte imbronciato come l’eroe sconfitto, e forte della sua fede che lo distingueva, sarebbe uscito da tutti i circoli che si volevano aprire a un mondo senza Gesù e non avrebbe perso occasione, opportuna e inopportuna, per testimoniare la bellezza di essere cristiano. Non avrebbe perso l’occasione, anche questa volta, per amare la famiglia. Non avrebbe perso l’occasione, anche questa volta, di formare attorno a sé un compagnia di amici per fare belle gite in montagna, per pregare vicendevolmente e per dare un giudizio alle cose della vita alla luce della fede cristiana.

Il Pio

Giustizia naturale


Ho sempre pensato che la “giustizia” fosse un concetto naturale, cioè qualcosa che tutti hanno dentro, che tutti capiscono. E’ vero, da sempre ci stanno gli psicopatici, quelli insensibili a qualunque cosa, gli imbecilli, quelli che non si commuoverebbero nemmeno davanti al giudizio universale, i politici che vedono la giustizia solo sotto il ristrettissimo ambito della politica, quelli che “me ne frego degli altri”, quelli che hanno fede in una religione violenta,… ma sono una parte, consistente, ma non sono tutti. Questi ci sono sempre stati e sempre ci saranno (il mondo per via del peccato originale, funziona così e funzionerà così sino alla fine). A parte che per questi, non servirebbe definire cosa sia la giustizia e cosa significhi giusto. Uno che sevizia un ragazzino, fa gridare vendetta, penso, alla maggior parte delle persone e sarà difficile trovare uno, a parte quelli anzidetti, che sostiene che seviziare un bambino è giusto. Questo senso naturale, universale, di Giustizia ce lo ha messo Dio nei nostri cuori, quando ci ha creato. Questo senso si affina principalmente in famiglia. Se facendo il cretino dentro casa rompevo un vetro o un vaso, lo schiaffone giungeva per direttissima, se facendo l’adolescente ribelle e insopportabile, non rispettavo mio padre, il ceffone, sempre per direttissima, arrivava. Cioè di fronte a una azione “cattiva” è giusta una punizione, e poi il rispetto per i genitori, per i professori… Il senso della giustizia innato nel nostro cuore si concretizza dunque in famiglia inizialmente e successivamente anche nella realtà quotidiana. Però. Oggi il senso di Dio non viene più insegnato e così la sua dottrina e il suo catechismo. E senza Dio la giustizia non sa a chi fare riferimento, non sa su chi poggiare la base. Non c’è allora nel nostro cuore la giustizia, ma diverse giustizie acefale da usare a seconda delle circostanze. Oggi poi la famiglia non esiste più e se esistesse è di fatto liquida. E così: se oggi un figlio risponde male ai genitori questi gli comprano uno iPhone, se prende un brutto voto a scuola perchè non ha studiato o una nota perché ha insultato malamente il professore, i genitori ricorrono al TAR per il voto e fanno una piazzata davanti a tutta la scuola, perché l’insegnante si è permesso di mettere la nota al figlio. Anche questo è il risultato di un mondo senza Dio (uno dei milioni di risultati che così si sono raggiunti, forse quello minore). Tutti capite allora dove ci porta questo maledetto pensiero comune. E allora bisogna cambiare strada se non vogliamo finire nel fosso, in bocca alle bestie feroci. Cambiare strada vuol dire uscire coraggiosamente da questa dove ora stiamo e tornare indietro, su quella strada in cui noi non facciamo più affidamento solo sulle nostre forze e su quelle della politica, della tecnica, della moda e della scienza, ma solo e esclusivamente su Dio.

Il Pio

Buongiorno e buonasera



Faccio un esempio, un po’ balordo, un po’ scemo. Mettiamo che io stia passeggiando da solo sull’isola pedonale piena di gioventù. Mettiamo che all’improvviso un ictus mi colpisce e finisco lungo disteso per terra, come morto. Cosa succederà? (L’esempio l’ho pensato e la risposta la do io, appunto balorda e scema). La gioventù mi si metterà intorno e inizierà a fare foto e selfie. L’ambulanza arriverà a prendermi solo nel caso straordinario in cui nel branco c’è uno che è il più intelligente di tutti e che dopo le foto e se ha ancora la batteria del cellulare carica, telefonerà al 118. E’ un’esagerazione! La realtà non è così! Però, date ipotesi e premesse—ammettiamo—è verosimile. Io non voglio dire nulla contro i giovani. Loro non c’entrano nulla. Ma contro altri sì. Perchè prima di essere giovani, quelli sono stati neonati, poi bimbi, poi bambini, poi ragazzi e infine, oggi, giovani e tra un po' anche adulti. Che significa anche che prima di essere come sono oggi, sono passati per diversi anni attraverso genitori (i più fortunati, lo so) e poi attraverso l’asilo e la scuola... Sono cinquant’anni che però tutto è contro la famiglia e la scuola come laboratori della fede e dell'educazione. Tutto è per lo sfascio di queste come anche della figura del padre, di tante cose un tempo importanti… Educazione oggi è un termine che non ha più il giusto significato: per molti significa insegnare a dire buongiorno e buonasera quando si va a casa d’altri (quando va bene) mentre altri enti hanno dichiarato la loro incompetenza in materia. Bisogna tornare a educare veramente e seriamente. Bisogna rompere questa catena maledetta, imposta coi i metodi più subdoli, da un potere cattivo vuole tutto e tutti nel modo che gli fa più comodo. Almeno occorre partire dal principio che deve essere inciso per sempre nei nostri cuori: che mio figlio o il mio studente innanzitutto, non mi appartengono: sono di Dio (non certo dello Stato!); secondariamente occorre partire dal principio che mio figlio o il mio studente si aspettano da me (oltre ai vestiti, al mangiare, alla palestra,… oppure oltre all’insegnamento della matematica o della filosofia), che io gli dia l’esempio, proprio con la mia vita di tutti i giorni, con la mia vita normale, vissuta cioè per un motivo valido, per un ideale; vogliono sapere da me se davvero vale la pena vivere in questo mondo; da me esigono (anche se non lo sanno o non lo diranno nemmeno sotto tortura) risposte chiare o il metodo per ottenere quelle risposte fondamentali della vita, che tutti hanno nel cuore. Mio figlio e il mio studente non è un insieme di cellule messe in un certo modo, uguale a tutte le altre che sono nel mondo, da riempire di cibo, cose e nozioni, ma è ragazzo unico che deve e vuole diventare un uomo vero, saldo, capace di affrontare la vita tutta intera, con tutto quello che gli capiterà, coraggiosamente e onorevolmente. Faccio un esempio. Mi raccontava mia madre, classe 1933 che un giorno è arrivata a scuola accompagnata da un ragazzo e la preside l'aveva poi presa a parte e le aveva detto che non era conveniente che una brava ragazza ecc. ecc. E quello era un fatto considerato normale, anzi giusto e mamma mica aveva inveito e proclamato l'occupazione della scuola perché aveva commesso una grave ingerenza nella vita personale di un povero studente. Che poi se insieme a genitori e ai professori si unissero in questa buona battaglia educativa, anche gli amici, il parroco, il personal trainer, il cameriere, i vicini di casa,… capite come sarebbe l’Italia? Come sarebbe il mondo intero? Capite? E la cosa non sarebbe nemmeno impossibile da fare, anzi sarebbe naturale. Anche perché un tempo molti pensavano in questo modo e l'esempio di mia mamma è una piccola conferma. E mia madre se lo ricorda dopo settanta anni come momento buono. 

Il Pio

La regola.


Cattoborghesismo: molta forma e frasi belle, ma poca sostanza. Cattolicesimo a orari sindacali e suddivisione della vita in molti settori impermeabili: fede, lavoro, famiglia, amicizia, svago, proprio dove vita è e deve essere una faccenda unica e indivisibile


In questo periodo spesso si sente la frase “anno nuovo, vita nuova!”. Se ci si pensa un attimo questo è un augurio bellissimo e carico di significato. Che bello se potessimo cambiare sempre in meglio la nostra vita, fino all’ultimo istante: ogni anno, ogni giorno, migliorare e avvicinarsi sempre più alla santità che è il motivo per cui tutti siamo stati creati. Purtroppo il più delle volte quella frase stupenda è buttata là senza pensarci: un po’ per tradizione, un po’ per scaramanzia... Come quando ci si incontra per strada e uno ti dice di fretta “come va, tutto bene?” e l’altro “sì, e tu?”, “pure” e ci si saluta e ognuno va per la sua strada. E magari dentro a entrambi c’è un macigno che da soli non si riesce a spostare e che non si riesce nemmeno a dire, perché c’è sempre fretta e non si può perdere tempo e poi ognuno sa in cuor suo che all’uno nulla interessa dell’altro. E’ la regola. E poi parlare di se stessi, di quello che ci capita, di quello che viviamo davvero, è considerata una debolezza che nessuno deve sapere. Anche questa è la regola. Una frase, quella, che allora si dice in automatico, senza speranza e senza amicizia. Il mio amico nigeriano invece che incontro il sabato davanti al bar (e che per sua fortuna non è ancora completamente immerso nel nostro modo di fare), mi ha risposto un giorno che era triste perché gli era morta la mamma quella notte e non poteva andare a casa per l’ultimo saluto. Che le voleva molto bene e che l’aveva sentita proprio un giorno prima che si ammalasse e poi morisse all’improvviso. Io sono rimasto un po’ con lui e gli ho chiesto se potevo fare qualcosa. Ha stretto le spalle e mi ha fatto un sorriso. Le volte successive mi ha aggiornato sulla situazione.
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Noi invece viviamo come se fossimo tutti soli. Anche se conosciamo centinaia di persone o siamo in mezzo a centinaia di persone. Ci conosciamo magari da anni, ma spesso non vogliamo né dire di noi, né ascoltare gli altri. Parliamo di tutto, ma mai della nostra vita. Abbiamo poi il nostro “orticello” entro cui vogliamo stare e spesso entro cui ci vogliamo chiudere e qui nessuno ci deve disturbare. Anche questa è la regola… Ma nessuno ci ha garantito che tutte queste siano regole valide.
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Questo modo di vivere anzidetto è frutto di un’ideologia oggi molto forte: il borghesismo il cui ideale più alto altro non è che quello di avere una vita tranquilla, possibilmente col posto fisso, al riparo da ogni pericolo, in cui il concetto di dolore e morte non devono entrare. Dal borghesismo poi deriva direttamente il cattoborghesismo, che accanto al cattocomunismo hanno fatto e continuano a fare danni enormi. Cattoborghesismo: molta forma e frasi belle, ma poca sostanza. Cattolicesimo a orari sindacali e suddivisione della vita in molti settori impermeabili: fede, lavoro, famiglia, amicizia, svago, proprio dove vita è e deve essere una faccenda unica e indivisibile. Vita e fede, soprattutto, un tutt’uno, contro le “vite parallele” moderne che ogni giorno viviamo. Le nostre vite parallele sono però il frutto di una menzogna, cioè che è possibile mettere d’accordo più cose tra loro completamente distanti e diverse: fede, vita, moda, ideali e mentalità moderni… Però fede cattolica e borghesismo non vanno affatto d’accordo. Perché questa non porta in Paradiso. E’ la regola.
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Anno nuovo, vita nuova, dunque. Prendiamo sul serio questa frase, come fa il mio amico nigeriano. Stacchiamoci allora dalle ossa la crosta del borghesismo e viviamo come esseri umani, cerchiamo di essere amici gli uni degli altri e non cadiamo nella menzogna delle vite parallele, ma fede e vita sia sempre per ciascuno di noi un tutt’uno inscindibile. E’ questo sicuramente un programma immenso per noi. Ma con un po’ di buona volontà, con l’aiuto degli amici veri e con l’aiuto di Nostro Signore (che se glielo chiediamo ce lo dà) la cosa si può raggiungere. E’ la regola. E questa mi sembra proprio una buona regola.

Il Pio

Il grande avventuriero


C’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moder­no: è il padre di famiglia.


C’è un so
lo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moder­no: è il padre di famiglia. Gli altri, i peggiori avventu­rieri non sono nulla, non lo sono per niente al suo confronto. Non corrono assolutamente alcun perico­lo, al suo confronto. Tutto nel mondo moderno, e so­prattutto il disprezzo, è organizzato contro lo stolto, contro l’imprudente, contro il temerario. Chi sarà tanto prode, o tanto temerario? Contro lo sregolato, contro l’audace, contro l’uomo che ha tale audacia, avere moglie e bambini, contro l’uomo che osa fondare una famiglia. Tutto è contro di lui. Tutto è sapientemente organizzato contro di lui. Tutto si rivolta e congiura contro di lui. Gli uomini, i fatti; l’accadere, la società; tutto il congegno automatico delle leggi economiche. E infine il resto. Tutto è contro il capo famiglia, contro il padre di famiglia; e di conse­guenza contro la famiglia stessa, contro la vita di fami­glia. Solo lui è letteralmente coinvolto nel mondo, nel secolo. Solo lui è letteralmente un avventuriero, corre un’avventura. Perché gli altri, al maximum, vi sono coinvolti solo con la testa, che non è niente. Lui invece ci è coinvolto con tutte le sue membra. Gli altri, al maximum, si giocano solo la loro testa, il che non è niente. Lui invece mette in gioco tutte le membra. Gli altri soffrono solo per se stessi. Ipsi. Al primo grado. Lui solo soffre per altri. Alii patitur. Al secondo, al ven­tesimo grado. Fa soffrire altri, ne è responsabile. Lui solo ha degli ostaggi, la moglie, il bambino, e la malattia e la morte possono colpirlo in tutte le sue membra. Gli altri navigano a secco di vele. Lui solo, qualunque sia la forza del vento, è obbligato a navigare a piene vele. Tutti hanno vantaggio su di lui e lui non ha vantaggio su nes­suno. Si muove continuamente con i suoi ostaggi, in lungo e in largo tra quei terribili fortunali. Le cose che accadono, i guai, la malattia, la morte, tutto ciò che accade, tutti i guai hanno vantaggio su di lui, sempre; è sempre esposto a tutto, in pieno, di fronte, perché navi­ga su una larghezza immensa. Gli altri scantonano. So­no corsari. Sono a secco di vele… Che impor­ta agli altri di guerre e rivoluzioni, guerre civili e guer­re straniere, l’avvenire di una società, ciò che accade alla città, la decadenza di tutto un popolo. Non rischia­no mai altro che la testa. Niente, meno di niente. È coinvolto dappertutto nell’avvenire del mondo… È assalito dagli scrupoli, straziato dai rimorsi, a priori, (di sapere) in che città di domani, in quale ulteriore società, in quale dissoluzione di tutta una società, in quale miserabile città, in quale deca­denza, in quale decadenza di tutto un popolo lasceran­no, consegneranno, domani, stanno per lasciare, entro qualche anno, il giorno della morte, quei bambini di cui i padri si sentono così pienamente, così assoluta­mente responsabili, di cui sono temporalmente i pieni autori. Quindi per loro nulla è indifferente. Niente di quello che succede, niente di storico è per loro indiffe­rente. Soffrono di tutto. Soffrono dappertutto… Bisogna sottolineare attentamente che la vita di famiglia è la vita più impegnata nel secolo, la vita meno conforme, la meno simpatica, la meno affine alla regola… Solo il padre di famiglia mette in gioco, rischia, impegna infinitamente di più nella destinazione del mondo, nel secolo, nella destinazione di tutto un popolo; nel futuro di una razza. Nel destino di tutto questo popolo, nell’avvenire di questa razza impegna tutto, mette tutto, la sua carne e di più; si gioca la razza, si gioca davvero il popolo, si gioca la sua discendenza. II solo padre di famiglia, il padre di famiglia da solo. Ed è un pover’uomo. che va da sé. Che si sappia. Allora tutti ci calpestano sopra… Si crede di solito che il celibe, l’uomo senza famiglia è un uomo di fortuna(e), un avven­turiero, che vive di avventure. Invece è l’uomo di fami­glia che è un avventuriero, che vive non solo alcune avventure, ma una sola, una grande, un’immensa, una totale avventura; l’avventura più terribile, la più costan­temente tragica; la cui vita stessa è un’avventura, il tes­suto stesso della vita, la trama e l’ordito, il pane quoti­diano. Ecco l’avventuriero, il vero, il reale avventuriero.

(Charles Perguy, da Véronique)

Ascoltare e sentire.

San Paolo diceva che la fede passa attraverso l’ascolto ( Fides ex auditu ). La fede non è infatti—fatti salvi casi particolarissimi—un'...