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Cattivi maestri.


 Mi è capitato di riascoltare dopo tantissimi anni, la canzone "La locomotiva" scritta dal grande cantautore  modenese Francesco Guccini nel 1972 e inserita nell'album Radici. Per quelli della mia età fu una canzone memorabile quasi epocale. Mi ricordo mia sorella liceale che con le amiche cercavano il messaggio nascosto in essa e si facevano domande profonde sul significato di certe frasi. Io l'ascoltavo continuamente e stando poi in una radio (scassatissima) la mettevo spesso, anche se era molto lunga, fuori dai tempi normali di trasmissione. Siamo negli anni settanta, un periodo non proprio tranquillo. Destra e sinistra se le davano di "santa" ragione praticamente un giorno sì e l'altro pure,  tanto per capire la situazione. Si parlava  del nuovo che sarebbe arrivato e avrebbe cambiato tutto in meglio per le classi che erano meno abbienti. Quel nuovo che però, deve ancora arrivare. La canzone racconta di un "macchinista ferroviere" che vede tutti i giorni passare per la sua stazione, un treno pieno di ricchi signori. Allora ritiene giusto vendicarsi dei torti subiti e come mosso da una "rabbia antica", salì sul "mostro che dormiva" e "cercò di mandar via la sua paura". Così prende i binari con l'intento di schiantarsi contro quel maledetto treno per fare giustizia proletaria. Il macchinista è definito un "eroe" e come tale immaginato "giovane e bello". Giuridicamente parlando questo sarebbe da definire un attentato e la canzone dunque panegirico agli attentati visto anche quante volte è stata cantata. (Ma allora non si considerò questo particolare). Attentato, come quelli che, numerosi, hanno fatto in Italia oppure quelli che fanno gli islamici: si mette una bomba,  questa nel momento di massimo afflusso esplode e si ammazzano a caso tutti: amici, nemici, buoni, cattivi, bambini e vecchi.  Il macchinista ferroviere, infatti, sapeva che non avrebbe triturato solo i perfidi nemici capitalisti spietati, ma avrebbe maciullato anche i poveri, come i suoi stessi colleghi macchinisti (i primi certamente a morire) e poi i camerieri, i cuochi, i segretari, la servitù, il capotreno,... tutti questi indiscutibilmente poveri  proletari anche loro, che erano sì, dentro al treno degli odiati ricchi, ma solo per necessità, per lavorare, per sfamare il coniuge e la prole e magari erano anche sfruttati, in attesa probabilmente anche loro, come l'attentatore, della giustizia proletaria. Il quale però non riuscì a portarla a termine perché la "macchina fu deviata in una linea morta" e qui il contro eroe morì. Sembra quasi una sfortuna a sentire la canzone, quasi un dispiacere che fosse andata così. Negli anni settanta ero un fan sfegatato di Guccini. Conoscevo moltissime sue canzoni, andavo ai suoi concerti. Discutevo dei suoi  testi come un intellettuale, con le ragazze più carine ed impegnate politicamente della classe... era infatti per tutti il mito dei miti. Però, ripensandoci, oggi, dopo tanto tempo, dopo che sono cambiate tante cose, vedendo i frutti di quel periodo, ripensando ai suoi testi, scopro per la prima volta in tutte le sue canzoni (fatta qualche eccezione) che tutto qui è triste, tutto senza speranza, tutto cupo, tutto con poca luce, tutto senza una sola certezza e qualche dissacrazione qui e là. Posso dire allora, con dispiacere, che per me non è stato un buon maestro e chissà dove starei ora se lo avessi seguito nei suoi ideali fino in fondo e se non avessi avuto la grazia di incontrare "per caso" persone che sono state per me davvero buoni maestri. Facciamo attenzione ai maestri che seguiamo. Chiunque potrebbe essere per noi un maestro. Lasciamoli perdere se almeno almeno, non vanno a messa. Sinceramente. Cordialmente. Proficuamente. Se non hanno fede, speranza e carità. 

Il Pio 

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