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« Un vero soldato non combatte perché ha davanti a sé qualcosa che odia. Combatte perché ha dietro di sé qualcosa che ama »


Quanti voi hanno mai sentito parlare della Repubblica dell’Artsakh? Per chi non ne fosse a conoscenza, cercherò di spiegare in breve alcune delle principali nozioni geografiche e geopolitiche. Orecchie ben aperte… La Repubblica dell’Artsakh o Repubblica del Nagorno Karabakh è una piccola nazione la cui nascita venne ufficializzata nel gennaio del 1992. Situata nel Caucaso Meridionale, confina a sud con l’Iran, a ovest con l'Armenia, a nord e ad est con l’ Azerbaigian. 

Facciamo un po’ di chiarezza su questi due nomi: Artsakh e Nogorno Karabakh. Il termine Artsakh è il nome con cui gli armeni hanno sempre indicato questa regione (probabilmente il nome deriva dal Re Artasse I, re armeno vissuto intorno al 190 a.C.) mentre il secondo nome è di origine russa derivato dal turco.

Nel 1813 la regione entra definitivamente a far parte dei domini zaristi. 

Il censimento russo del 1823 testimonia che quella sanguinosa area di montagna, nonostante le guerre che si sono susseguite nell’arco dei secoli, sia ancora abitata per la stragrande maggioranza da armeni. Ciò a dimostrazione del fatto di come questi siano da sempre profondamente radicati e legati alle loro terre e come questo popolo, la sua cultura e la sua religione, abbiano sempre resistito alle mire espansionistiche e di conquista dell’Impero Ottomano.

Ma arriviamo ai recenti anni 90’. Nel 1921 la regione dell’Artsakh, riconosciuta inizialmente come parte dell’Armenia, viene staccata e donata all’ Azerbaigian per diretto volere di Stalin, che in questo modo spera di rafforzare le relazioni con la vicina Turchia. 

Il controllo azero verrà interrotto solo quando l’Artsakh con l’appoggio dell’Armenia, si dichiarerà indipendente diventando così Repubblica autonoma nel gennaio del 1992. Da qui ricominciarono a susseguirsi periodi di scontri alternati a fragilissimi tregue.

A seguito della Guerra del Nagorno Karabakh del 2020, buona parte del territorio della repubblica di Artsakh è finito sotto il controllo dell'Azerbaigian sia per le conquiste militari nel corso del conflitto, sia per quanto stabilito dall'accordo di cessate il fuoco nella guerra del Nagorno Karabakh del 2020. Di fatto oggi la Repubblica di Artsakh è interamente circondata dall'Azerbaigian, eccezion fatta per un piccolo “filo di terra”, uno stretto corridoio che la collega all’Armenia: il corridoio di Lacin, vigilato e controllato dalle forze russe per il mantenimento della pace. 

Dopo questo inquadramento forse noioso ma essenziale, ora arriviamo al dunque. 

La prima volta che ho sentito parlare di questo argomento è stato durante la sessione libera di Giorgio Pellei al Campo Estivo dell’anno scorso. Un racconto di guerra, di un popolo numericamente piccolo ma allo stesso tempo irriducibile, con persone piene di coraggio e pronte a lottare in qualsiasi condizione per la propria nazione, per la propria casa, per il proprio credo. Ne sono rimasto subito affascinato. Sentendo parlare di questa regione non ho potuto che ripensare ai racconti dei nostri amati Galli: l’impavido ed astuto Asterix e l’ indomabile ed amabile Obelix. In entrambi i casi ( nel caso del popolo gallo e armeno), parliamo di un piccolo manipolo di uomini  circondato ed assediato da un esercito numericamente maggiore e con un armamentario notevolmente superiore, pronto a raderli al suolo e sottometterli. Il primo pensiero che balena in testa è: perché combattere una guerra che molto probabilmente porterebbe alla morte? Una guerra già persa in partenza? Questa piccola resistenza armena ha ben chiara in mente una verità semplice ma essenziale e cioè che in questo mondo si vive e si lotta per Qualcosa che è più grande di noi. Come dice il nostro caro amico G.K.Chesterton: “Un vero soldato non combatte perché ha davanti a sé qualcosa che odia. Combatte perché ha dietro di sé qualcosa che ama"; loro lottano per difendere la propria fede cristiana, lottano per difendere la loro nazione, la loro cultura, loro lottano per la propria famiglia. In un mondo egoista e antropocentrico come il nostro, dove l’ambizione più alta è il quieto vivere e la “birretta del sabato sera”, quest’ ultimo concetto purtroppo non può che stridere nelle nostre orecchie. Ma vi dimostrerò il contrario. Spero che alla fine dell’articolo questo pensiero a dir poco stonato, se così possiamo definirlo, cominci invece a lavorare nel nostro cuore e a cambiare la nostra visione del mondo e della vita. 

Per conoscere meglio la stirpe di guerrieri che abita questa regione regione, ho intervistato Gianantonio Sanvito, al fine di farmi raccontare della sua bellissima esperienza vissuta e che ancora oggi vive con la scuola italo-armena Antonia Arslan. Gianantonio è un ex professore del Liceo Don Gnocchi di Carate Brianza e membro della fondazione “Cavallo Rosso”, (nome assegnato dallo stesso Eugenio Corti alla fondazione). Come lui stesso racconta:

-“Era un momento particolare della mia vita, avevo da poco lasciato l’insegnamento e pregavo il Signore per capire come rendermi utile e mettermi a servizio del prossimo… e guarda un po’ cosa mi è capitato! Durante un incontro nel 2019, organizzato dalla fondazione proprio nella mia ex scuola ho conosciuto Siobhan Nash Marshall (si pronuncia  Shevon), professoressa Americana fondatrice della fondazione CINF USA.

Ci ha parlato dell’Artsakh, della sua amicizia con Antonia Arslan e dell’idea di fondare una scuola (quella che oggi è la scuola italo-armena Antonia Arslan). L’obiettivo della scuola sarebbe stato quello di educare i giovani, affinché questi riescano a maturare non solo mentalmente ma anche nell’animo, imparino a prendere sul serio la loro vita e diventare uomini e donne vere. Dopo l’incontro mi sono subito offerto in aiuto alla conferenziera: “Vengo io ad aiutarvi e vediamo cosa posso fare”. Quale occasione migliore di questa? E poi dicono che la Divina Provvidenza non parli chiaramente. 

È così che è nata la nostra solidissima amicizia; un’amicizia che mi ha letteralmente aperto le porte al Destino. Io e mia moglie ci siamo subito messi in gioco. Sono stato io ad iniziare il corso di falegnameria nella scuola Antonia Arslan mentre mia moglie si è occupata del corso di sartoria. Nella scuola oltre a questi due corsi, sono presenti: un corso di  formazione alberghiera e sta per prendere il via un corso per parrucchieri. Le difficoltà nel portare avanti la scuola non sono state poche! Nel 2020 è nuovamente scoppiata la guerra per il controllo della regione. La solita armata azera aiutata dall’esercito turco di Erdogan. Durante l’offensiva azero-turca sono stati inviati droni con lo specifico obiettivo di colpire scuole ed ospedali! Le bombe “fortunatamente” sono cadute vicino alla scuola non colpendola direttamente ma distruggendo la parte costruita con prefabbricati e frantumando tutti i vetri della scuola. Poco dopo la guerra è iniziata la pandemia. Nonostante questi eventi che potrebbero sembrare vere e proprie sciagure o meglio come diremmo noi “vere e proprie sfighe”, la scuolina in un modo e nell’altro è sempre sopravvissuta e ha sempre resistito ad ogni attacco che il mondo le ha posto sul cammino. Ma dopotutto un popolo con una storia del genere, quando si mette in testa di fare qualcosa difficilmente cambia idea. Tutti questi eventi, non sono stati in grado di fermare la Arslan dal realizzare la sua impresa. Per rendere ancora di più l’idea di che pasta sono fatte queste persone, voglio raccontarti altre due esperienze vissute in Artsakh. Quando sono andato lì nel 2022, due anni dopo la guerra, non c’era un singolo segno del bombardamento, forse qualche edificio ancora da ristrutturare ma roba di poco! Questo fatto mi ha lasciato senza parole e mi ha dimostrato concretamente l’integrità e la dignità del popolo armeno! Il secondo episodio riguarda l’ospitalità che mi hanno riservato. Durante le rapide passeggiate per le vie della città di Stepanakert (capitale dell’ Artsakh), sono stato fermato a più riprese dai passanti, che nel vedermi e riconoscendo che non ero del luogo, non hanno esitato a fermarmi, a parlare e a ringraziare. Probabilmente non sapevano chi fossi ma avevamo intuito che ero lì per dar loro una mano… Sicuramente non potevo essere un turista , anche perché chi verrebbe mai a visitare un posto del genere? 

Per rendere ancor di più l’idea dell’ospitalità e della gratitudine nei miei confronti ogni giorno sono stato inviato a pranzare e cenare da famiglie differenti! Tutte felicissime e contentissime di avermi a casa, neanche fossi il papa insomma! Durante una cena hanno addirittura acceso le luci di Natale per festeggiare la cena nel miglior modo possibile! Erano grati e dunque festeggiavano. Non mi dilungherò ancora nel raccontare. Spero si sia capito quanto siano ammirevoli queste persone e che testimonianza forte ci danno con il loro lavoro e con le loro stesse vite. Non sono loro a dover essere riconoscenti nei miei confronti ma sono io ad essere grato a Dio per averli conosciuti e per permettermi di essere al servizio di persone così.”

Queste sono le parti salienti del viaggio di Sanvito in Artsakh. Non penso ci siano altre parole da aggiungere. Vi lascio solo con delle domande provocatorie che poi sono le stesse che ancora mi frullano in testa da quando mi sono messo ad indagare per questo articolo. Per cosa combattiamo ogni giorno? Cosa ci spinge ad alzarci al mattino? Quante battaglie abbiamo dato per perse prima di combatterle? Come usiamo il nostro tempo e cosa stiamo edificando nella nostra vita?

Buon lavoro Tipi Loschi!

(Giorgio Giustozzi tratto da Vivere e non Vivacchiare,  edizioni Vivere, per gentile concessione).

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