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Diritti laici.

 


Ieri sera stavo accompagnando a casa un collega. A un bel momento mi comincia a dire che tra amici, colleghi e conoscenti solo lui e un'altro erano ancora sposati con la moglie originaria. Gli altri: chi conviveva e aveva un figlio, dopo cinque anni lei lo lascia e si sposa con un altro e ci fa due figli, dopo tre anni si stanca e va a convivere con un altro. Nel frattempo il primo figlio si era affezionato al secondo patrigno come del padre naturale, mentre col terzo non ci si prende per niente. Naturmente la ramificazione famigliare continua dall'altro partner fino a raggiungere un albero genealogico pari a quello di un principe. Le altre situazioni erano tutte più o meno la fotocopia di questa, variava il numero dei partner, la loro nazionalità, il numero dei figli, la loro simpatia ai vari patrigni e fratellastri e il modo in cui formalizzare l'unione. Naturalmente c'era anche chi dopo quattro o cinque convivenze/matrimoni tornava dal soggetto capofila. Nulla da eccepire naturalmente, sono diritti soggettivi, diritti laici, come tali, incomprimibili. Non tirerò fuori un pistolotto moralistico.  Sotto il profilo cristiano c'è sempre il libero arbitrio: Dio chiede una cosa, ma tutti sono liberi di non farla e di fare il contrario (certo,  pagandone le conseguenze, ma tanto non crediamo in Lui, cosa ci importa?). Dunque tutto a norma. Un piccolo pensiero va solo a figli sballottati da una parte all'altra, senza figure solide, senza esempi e una educazione costante: che tipo di adulti saranno? Saranno stabili o vivranno come nelle sabbie mobili? Una domanda finale, ma davvero questo modo di vivere ci fa bene? È davvero un progresso umano e civile esercitare i diritti laici?  Non è che forse dovremmo ripensare al modo in cui viviamo? E se al posto dell'emozione non giudicata poniamo una Morale forte e salda?

Il Pio 

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