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Ho vissuto tutta la vita per Cristo, ora tocca a te

…La cosa grande che mi porto sempre nel cuore è questa: per vivere la vita non c’è nessuno che possa accampare scuse. Quali sono queste scuse? Sono vecchio, sono piccolo, sono pieno di difetti, sono brutto, sono ammalato, ecc. ognuno può mettere ciò che vuole. Io vengo da una famiglia di dieci figli con un papà malato di “sclerosi a placche”, eravamo poverissimi, ma la povertà non è mai stata una obiezione, anzi sotto certi aspetti è stato un veicolo eccezionale per abbracciare la vita. Anche la malattia di mio padre non è mai stata una obiezione a vivere la vita così... Io ho diversi bei ricordi di mio papà. La sua malattia lo avrebbe portato nel giro di pochi anni alla sedia a rotelle e con dieci figli o ti fai vincere dalla malattia o reagisci pensando alla responsabilità che hai nei loro confronti. Io ho visto mio papà lottare, perché alzarsi la mattina dal letto quando le gambe non ti reggono è una lotta, ho visto mio papà impiegare un’ora per salire una scala di sette gradini da solo, ho visto mio papà per tutta la vita girare in bicicletta. Pensate uno ammalato di sclerosi a placche che va in bici e lui diceva sempre: “L’unica possibilità che ho è il movimento, perché più sono in movimento più reggo” ed è stato proprio così, lui ha retto per tutta la durata della sua vita. Non c’è povertà, non c’è malattia, non c’è cattiveria, non c’è limite personale per non vivere... Quando undici anni fa dovevo partire per il Kazakstan, mio papà stava male ed era ricoverato in ospedale e gli avevano dato pochi mesi di vita. Mi arriva il visto per partire ed io non sapevo cosa fare perché pensavo a mio papà ed ai pochi mesi che gli restavano da vivere e mi chiedevo come potessi partire vista la situazione. Allora andai a trovare papà in ospedale e gli dissi che mi era arrivato il visto e che la settimana seguente sarei dovuto partire. Gli dissi anche che non mi sentivo di partire. Papà mi disse: “Eugenio, vai tranquillo. Io ho vissuto tutta la mia vita per Cristo, adesso tocca a te”. Pensando che non capisse ho insistito spiegandogli che il Kazakstan non era proprio dietro l’angolo e che se io fossi partito non ci saremmo più visti. Mentre mi allontanavo dal letto piangendo lui mi disse: “Vai tranquillo, ci vediamo in Paradiso”… Noi siamo sempre stati una famiglia povera, mia mamma da giovane era stata a lavorare in una famiglia molto ricca in Svizzera; questa famiglia a Natale o a Pasqua ci mandava sempre il pacco dono e per noi, ve lo assicuro, era una festa assoluta perché il pacco conteneva sempre il cioccolato svizzero e i vestiti scartati dai figli, tutti abiti nuovissimi e bellissimi. La mamma ci lasciava divertire nell’aprire i pacchi e guardare gli abiti, poi ci chiamava uno per uno, ci dava delle cose e ci diceva di portarle a quella tale famiglia perché era più povera di noi. Insomma, alla fine di quei pacchi dono, per noi, sul tavolo, rimaneva poca roba. Noi non capivamo anzi quasi ci dava fastidio questa cosa, perché noi questo pacco lo aspettavamo da mesi! Però negli anni te ne accorgi che cosa vuol dire una educazione, uno sguardo così amoroso e affezionato al mondo e a te come persona… Quando il primo fratello se ne è andato di casa, abbandonando la famiglia, non è stato facile, soprattutto perché il primo figlio è quello su cui la famiglia un po’ conta. Lui ha lasciato casa nostra perché dopo essere stato in seminario, ha abbandonato la Chiesa… A casa avevamo la tavola da pranzo enorme ed il posto di mio fratello Angelo, detto Gimmy, era vicino al papà. La prima sera senza Angelo preparammo la tavola per undici e la mamma invece volle che la preparassimo per dodici e per mesi ce la fece preparare così. Noi chiedemmo a nostra madre come mai dovevamo continuare ad apparecchiare la tavola così visto che Gimmy se ne era andato e lei ci rispose che se Gimmy fosse tornato in qualsiasi momento del giorno, della settimana, del mese, dell’anno avrebbe dovuto trovare il suo posto così come lo aveva lasciato. Quando Gimmy ha smesso di andare a messa, incattivito con l’esperienza cristiana, mia madre lo ha guardato in faccia e gli ha detto: “Vedi Gimmy, non si può vivere senza Cristo. Da domani io andrò a messa due volte: una per me, perché io senza Cristo non posso vivere e non posso far crescere i miei figli, e una per te perché anche se tu oggi Lo rifiuti, neanche tu puoi Vivere senza Cristo”… Io ho visto fin da ragazzo, grazie all’esempio dei miei genitori, un cuore così, un cuore innamorato della vita. Quando uno vive questo, non diventa più uno sforzo dare la vita per un altro. Dare la vita per un altro che sia il figlio, che sia il compagno, che sia il paese, che sia uno zingaro, diventa il modo migliore per vivere la propria vita e pian piano questo modo di vivere diventa un “habitus” ossia un’abitudine ma non come la intendiamo noi una cattiva cosa, ma una cosa bella… Ora voglio raccontarvi alcuni episodi, accaduti durante il periodo che ho trascorso in Kazakstan, che mi hanno toccato profondamente. Siamo arrivati nel ’95. Io per la precisione sono arrivato il primo di Novembre e la temperatura era di -30°C. In casa non c’era acqua, non c’era riscaldamento, non c’era corrente elettrica, eravamo in una situazione drammatica… Vi assicuro che non ho fatto fatica ad ambientarmi, forse perché venendo da una famiglia povera ero abituato un po’ al sacrificio. La fatica più grande per me è stato il dubbio di cosa io stessi a fare lì. Ti affacciavi alla finestra, fuori nevicava e non c’era niente, nessuno, neanche una chiesa e mi chiedevo: “ma io perché sono qui?”. Avevo un dubbio atroce sul significato della mia presenza lì. Questo è un dubbio che abbiamo tutti di fronte ad una fatica, ad una difficoltà, ad una malattia. Ciascuno di noi si chiede ma che senso abbia quella cosa che sta vivendo. La cosa affascinante per me, ed è l’invito che faccio anche a voi, è: cosa ti salva in un momento così? Il pensiero? L’intelligenza? Quello che hai studiato? No. Ti salva un’ amicizia reale. Questa amicizia reale erano per me gli altri due preti con cui vivevo. Inizialmente questa cosa è dirompente, pensate che lì non c’era niente… L’amicizia con quei due che il Signore mi aveva dato, che mi aveva messo vicino, sosteneva quel desiderio del cuore. Questo desiderio, se incontra fatiche, se incontra difficoltà e sei solo muore o meglio lo soffochi perché quel desiderio non morirà mai! Se sei da solo il potere, il mondo, hanno una forza così grande che alla fine lo soffocano, lo rinchiudono, trovano il modo di non fartelo sentire, ti convincono a lasciar stare perché quel che desideri è impossibile, è un sogno, ma basta avere accanto uno che ti dica: “Dai, guarda che siamo qui per questo, guarda che è vero quello che stiamo facendo”... La cosa affascinante è che poi il Signore risponde infinitamente di più, Cristo è molto più generoso nella sua risposta. Quando tu la vita l’abbracci, quando tu la realtà la ami, quando tu la vita la doni, Lui ti risponde infinitamente di più, al di là di ogni tua immaginazione... Nel giro di poco tempo ci siamo trovati, noi tre sacerdoti, ad insegnare, come prima o seconda materia, l’italiano all’università senza avere alcun titolo. Pur non avendo titoli, essendo di madrelingua, ci hanno permesso di insegnare all’università; pensate, noi tre preti in una università musulmana ad insegnare italiano. Se noi fossimo partiti dall’Italia con l’idea di fare qualcosa non saremmo mai arrivati ad un progetto del genere. Guardate che la realtà, quando tu sei generoso e l’abbracci, ti risponde, ti supera a destra e a sinistra. L’idea di fare progetti che magari sembra ragionevole, diventa sciocca se la realtà non la si abbraccia per quello che è. Pensate se noi avessimo detto: “ma cosa c’entra questo?” ossia insegnare con l’essere missionari. Se noi ci fossimo fermati di fronte al nostro progetto, non avremmo permesso alla realtà di realizzare qualcosa che negli anni ha preso vita in maniera impressionante… Il problema della letizia… o di una esperienza affascinante non è mai dettata dalle cose, ma dal fatto di essere libero di donare la vita e Cristo risponde. Quando tu dici di sì ad una avventura, nel tempo ci si guadagna. Per me è stato così. Non ti viene dato tutto e subito, devi avere la libertà e il coraggio di camminare. Io oggi capisco la frase di Pietro che dice a Gesù: “Noi che abbiamo lasciato tutto per seguirti cosa ci guadagniamo?”. Gesù risponde: “Il centuplo quaggiù… qualche persecuzione… e la vita eterna!”. Anche un’avventura lavorativa di questo genere, completamente contraddittoria al mio carattere, al mio modo di essere, diventa affascinante a tal punto da farmi dire: “rifarei tutto” e se domani mi proponessero un’altra cosa io sarei libero di dire sì perché so che questo rende più bella e più vera la mia vita… Quando la tua vita diventa più bella e più vera diventa spettacolo al mondo. La missione del Vismara o di ciascuno di noi è tutta racchiusa qui: non sono mai delle cose da fare ma è una bellezza che si rende visibile al mondo... Io da solo non faccio nulla, neanche il Padre Eterno da solo fa nulla, ma insieme, io e Lui, facciamo nuovo questo mondo.

(stralci dalla conferenza di Don Eugenio Nembrini - “La vita è fatta per esplodere, per andare lontano. La vita è radiosa dal momento in cui si comincia a donarla”. Festa 2006, in Atti)

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