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L'ex Bel Paese.


 

Facciamo un po' mente locale. Fino a circa il 1990 in Italia avevamo una Mafia (tripartita in Mafia, Camorra e Ndrangheta a seconda della loro zona di origine) potentissima e terrificante, tutti ne avevano paura, ad esempio per ammazzare un giudice ha tirato giù mezza autostrada, chiunque le si metteva di traverso spariva fisicamente. Era una piovra con i tentacoli dappertutto. Poi avevamo un terrorismo nero e uno rosso (non ci facevamo mancare nulla) di altissimo livello e qualità e non so più quante persone ha fatto fuori, quanti attentati, quanti gambizzati, senza parlare delle bombe sui treni e una stazione tirata giù con oltre ottanta morti sotto. E se vi ricordate avevamo pure una criminalità preparatissima, bene armata, ma anche molto spietata. Rapine in banca, sequestri di persone, furti nelle case, spaccio... Mafia, terrorismo e criminalità erano però tutti prodotti nostrani doc, tutti italiani i componenti. Oggi, circa trent'anni dopo, oltre a avere sempre attivi quei gruppi malavitosi, abbiamo: la mafia nigeriana, quella cinese, gli spacciatori di colore, i criminali provenienti da Africa, Albania e Romania, che vanno dalla semplice manovalanza a esperti criminali di elevatissima preparazione e senza poter tacere infine, del pericolosissimo terrorismo islamico. E il flusso non si è fermato mai e continua a non fermarsi, perché? Perché deve avvenire così? Il problema non è essere razzisti (questo problema interessa solo ai politici, non al popolo,  ma nemmeno alla realtà), ma il fatto che "è la somma che fa il totale": dopo poco più di trent'anni ci ritroviamo con una  attività criminale aumentata a dismisura e in parte anche più cattiva, agguerrita e pericolosa.Naturalmente i problemi più pesanti ricadono sul popolo, non sulla classe dirigente che rimane solo a discettare sui sofismi invece di governare. Qualcosa dunque non è andata come avrebbe dovuto andare e la colpa non è certamente del popolo, ma ineluttabilmente di chi ci ha governato. A cui non importa nulla dell'Italia e del popolo. Nulla di nulla! Le prove temo che siano quelle anzidette, ma potremmo produrne moltissime altre in poco tempo. Alle prossime elezioni avremo nelle liste persone corrette che amino l'Italia e gli italiani? Oppure saranno sempre gli stessi, proposti come nuovi solo perché sono in un nuovo partito? Il fatto è sempre più serio.  O torniamo cristiani seri e  veri, anche a costo di non ascoltare alti prelati che non si sa da che parte stanno,  oppure saremmo tutti impastati insieme dal potere e completamente omologati e dominati su tutto. Con la conseguenza che quello che da secoli è sempre stato per tutto il mondo, il Bel Paese, sarà ridotto a un covo di pirati, un postribolo puzzolente e violento, qualcosa di simile alle immagini dei films americani sulle città future. Senza nessuno che ci difenda perché tutti i migliori sono fuggiti all'estero. Solo la fede ci può salvare.  Solo la fede in Gesù ci potrà salvare. Preghiamo e convertiamoci.

Il Pio 

Votazioni c/ sorteggio


Tempo di elezioni politiche. 
È questo dunque quel periodo in cui noi cittadini ci troviamo dentro fin sopra i capelli in cui sentiamo una elencazione quotidiana di promesse straordinarie a cui noi crederemo in tutto o in parte, anche se quasi mai nessuna di esse sarà mantenuta. Ogni volta è così. Ogni volta speriamo. È una croce che dobbiamo portare, ma a differenza delle croci che ci manda Gesù,  queste non ci portano quasi mai situazioni felici. Ma chi l'ha detto che la democrazia debba  passare solo attraverso un voto segreto messo dentro un'urna, con un sistema elettorale che quasi sempre scontenta tutti.  E se ci fossero altri modi che oggi riteniamo impossibili? Magari modi antichissimi che funzionavano bene? Per esempio la Democrazia ateniese  che viveva circa nel VI secolo a. C., forse la prima forma di governo in assoluto nel mondo, si reggeva sul sorteggio. Cioè: estrazione casuale delle persone. Voti di scambio, brogli elettorali, lotte tra partiti e dentro i partiti... probabilmente ridotti al minimo. 
La Democrazia ateniese è stata un luminoso esempio di ruoli pubblici assegnati tramite sorteggio; ciò avveniva anche in alcune città italiane del rinascimento... I cittadini ateniesi venivano ampiamente coinvolti nella scelta delle politiche da attuare, nella scelta dei leader e nella creazione e applicazione delle leggi... Gli amministratori e molte altre posizioni ai vari livelli di governo e con diverse funzioni venivano estratti a sorte. La maggior parte dei cittadini ateniesi ricopriva prima o poi un qualche ruolo pubblico, come quello di gestire un incontro quotidiano o prendere parte all'amministrazione della città. Coloro che non partecipavano erano considerati egoisti e chiamati idioti (ἰδιώτης).
Nelle democrazie elettive i candidati
potrebbero essere mossi non da interessi pubblici, ma da quelli privati, da ricatti, parentele ed amicizie, patti pre-elettorali, promesse di voti... Con l'uso del sorteggio probabilmente verrebbero meno queste problematiche e anche i costi enormi dei partiti politici. 
Ma è solo un'ipotesi dell'irrealtà. 
(Stralci tratti liberamente da Wikipedia)

Il Pio 

Cattivi maestri.


 Mi è capitato di riascoltare dopo tantissimi anni, la canzone "La locomotiva" scritta dal grande cantautore  modenese Francesco Guccini nel 1972 e inserita nell'album Radici. Per quelli della mia età fu una canzone memorabile quasi epocale. Mi ricordo mia sorella liceale che con le amiche cercavano il messaggio nascosto in essa e si facevano domande profonde sul significato di certe frasi. Io l'ascoltavo continuamente e stando poi in una radio (scassatissima) la mettevo spesso, anche se era molto lunga, fuori dai tempi normali di trasmissione. Siamo negli anni settanta, un periodo non proprio tranquillo. Destra e sinistra se le davano di "santa" ragione praticamente un giorno sì e l'altro pure,  tanto per capire la situazione. Si parlava  del nuovo che sarebbe arrivato e avrebbe cambiato tutto in meglio per le classi che erano meno abbienti. Quel nuovo che però, deve ancora arrivare. La canzone racconta di un "macchinista ferroviere" che vede tutti i giorni passare per la sua stazione, un treno pieno di ricchi signori. Allora ritiene giusto vendicarsi dei torti subiti e come mosso da una "rabbia antica", salì sul "mostro che dormiva" e "cercò di mandar via la sua paura". Così prende i binari con l'intento di schiantarsi contro quel maledetto treno per fare giustizia proletaria. Il macchinista è definito un "eroe" e come tale immaginato "giovane e bello". Giuridicamente parlando questo sarebbe da definire un attentato e la canzone dunque panegirico agli attentati visto anche quante volte è stata cantata. (Ma allora non si considerò questo particolare). Attentato, come quelli che, numerosi, hanno fatto in Italia oppure quelli che fanno gli islamici: si mette una bomba,  questa nel momento di massimo afflusso esplode e si ammazzano a caso tutti: amici, nemici, buoni, cattivi, bambini e vecchi.  Il macchinista ferroviere, infatti, sapeva che non avrebbe triturato solo i perfidi nemici capitalisti spietati, ma avrebbe maciullato anche i poveri, come i suoi stessi colleghi macchinisti (i primi certamente a morire) e poi i camerieri, i cuochi, i segretari, la servitù, il capotreno,... tutti questi indiscutibilmente poveri  proletari anche loro, che erano sì, dentro al treno degli odiati ricchi, ma solo per necessità, per lavorare, per sfamare il coniuge e la prole e magari erano anche sfruttati, in attesa probabilmente anche loro, come l'attentatore, della giustizia proletaria. Il quale però non riuscì a portarla a termine perché la "macchina fu deviata in una linea morta" e qui il contro eroe morì. Sembra quasi una sfortuna a sentire la canzone, quasi un dispiacere che fosse andata così. Negli anni settanta ero un fan sfegatato di Guccini. Conoscevo moltissime sue canzoni, andavo ai suoi concerti. Discutevo dei suoi  testi come un intellettuale, con le ragazze più carine ed impegnate politicamente della classe... era infatti per tutti il mito dei miti. Però, ripensandoci, oggi, dopo tanto tempo, dopo che sono cambiate tante cose, vedendo i frutti di quel periodo, ripensando ai suoi testi, scopro per la prima volta in tutte le sue canzoni (fatta qualche eccezione) che tutto qui è triste, tutto senza speranza, tutto cupo, tutto con poca luce, tutto senza una sola certezza e qualche dissacrazione qui e là. Posso dire allora, con dispiacere, che per me non è stato un buon maestro e chissà dove starei ora se lo avessi seguito nei suoi ideali fino in fondo e se non avessi avuto la grazia di incontrare "per caso" persone che sono state per me davvero buoni maestri. Facciamo attenzione ai maestri che seguiamo. Chiunque potrebbe essere per noi un maestro. Lasciamoli perdere se almeno almeno, non vanno a messa. Sinceramente. Cordialmente. Proficuamente. Se non hanno fede, speranza e carità. 

Il Pio 

Figli di contanti padri...



Il 25 settembre ci saranno le elezioni per il Parlamento. 
Come sempre c'è un po' di speranza: tutti speriamo fiduciosi che dopo di esse, qualcosa possa davvero cambiare, potremmo tutti stare meglio e che l'Italia diventi un grande Stato. Però. La prima considerazione è quella di guardare il passato e ricordare cosa abbiamo subìto e cosa hanno portato le elezioni precedenti. La seconda considerazione è pensare che se i partiti politici metteranno in lista gli stessi identici candidati delle altre volte o gran parte di loro, se non peggiori, sarà difficile per noi votare bene e sarà ancora più difficile che la speranza di cui sopra si possa realizzare. La terza considerazione è di non montarci la testa e di ricordarci chi sono i nostri nonni, gli avi da cui provengono i nostri governanti. L'Italia nasce grazie ai Savoia che vollero espandere i loro territori. Già il punto di partenza mi sembra poco onorevole. Anche perché gli altri Stati della penisola italica, non stavano per niente male e nessuno aveva bisogno di essere salvato. Il Regno delle due Sicilie era uno Stato ricchissimo e industrializzato. Il popolo voleva bene al re. Aveva costruito una tra le prime ferrovie del mondo. Con modi da villani se lo presero. Poi c'era lo Stato Pontificio che anche lui non stava messo male, era il centro non solo cristiano, ma anche magnete di artisti, musicisti (ad esempio Mozart) di tutto il mondo che andavano là per accrescere la loro arte e la loro cultura; aveva l'unico problema: un re che era anche Papa. A cui il popolo voleva pure bene. E così con modi tutt'altro che da gentiluomini, si presero anche questo Stato; e così via via con gli stessi metodi inurbani e motivi economici fino a che tutta la Penisola divenne piemontese. Non si fermarono solo a conquistare, esiliare, ammazzare, distruggere,  depredare e a portare il meglio in Piemonte,  impoverendo  gli altri ex Stati. Siccome la loro ideologia contrastava col pensiero cristiano che però era quella di gran parte del popolo conquistato, da galantuomini confiscarono i beni della Chiesa e chiusero gli Ordini religiosi. Furono queste le prime leggi dell'Italia unita (!). Furono i primi atti del monarca e del Parlamento italiano. Ve le sintetizzo. Con il Regio decreto 7 luglio 1866, n. 3036 fu tolto il riconoscimento (e di conseguenza la capacità patrimoniale) a tutti gli ordini, le corporazioni. I beni, mobili o immobili, di proprietà degli enti soppressi furono incamerati dallo Stato, tranne qualche eccezione. Con la legge 15 agosto 1867, n. 3848 vennero soppressi indistintamente tutti gli enti ecclesiastici, sia quelli morali sia quelli per scopo di culto: diocesi e istituti di vita consacrata ed anche i capitoli delle chiese cattedrali e di quelle collegiate. Furono soppressi in quanto ritenuti superflui dallo Stato per la vita religiosa del Paese. Tutto fu incamerato dallo Stato, Comuni o Province. Ancora oggi nei comuni dell'interno troverete che la sede dei municipi era fino agli anni che vi sto raccontando un convento, magari lì da secoli. Don Bosco disse al re del suo tempo di non firmare queste leggi perché altrimenti dopo tre generazioni il suo regno sarebbe definitivamente finito. Le leggi furono firmate. La monarchia dei Savoia dopo tre generazioni finì. È fu cosi che il re che era entrato a cannonate, attraverso la breccia di Porta Pia,  dentro Roma il 20 settembre 1870, a causa delle cannonate della II^ Guerra mondiale è scappato il 9 settembre 1943 di notte come un ladro, con tutti i personaggi importanti, lasciando il popolo abbandonato a se stesso. E guarda caso. In tutta Roma come unica autorità vicina al popolo, era rimasto proprio l'odiatissimo papa, l'inutile perché improduttivo, "il metro cubo di letame" come lo definì il Padre della Patria Giuseppe Garibaldi, quello della famosa canzone "con le budella dell'ultimo prete, impiccheremo l'ultimo papa re". La storia non si cancella. Le nobili origini dei capi d'Italia sono queste. Tanta speranza allora forse è opportuno non mettere. Forse se tornassimo tutti cattolici,  magari non saremmo materia informe da plasmare come vogliono loro. O almeno avrebbero tanta difficoltà a farlo.

Il Pio 

Diritti laici.

 


Ieri sera stavo accompagnando a casa un collega. A un bel momento mi comincia a dire che tra amici, colleghi e conoscenti solo lui e un'altro erano ancora sposati con la moglie originaria. Gli altri: chi conviveva e aveva un figlio, dopo cinque anni lei lo lascia e si sposa con un altro e ci fa due figli, dopo tre anni si stanca e va a convivere con un altro. Nel frattempo il primo figlio si era affezionato al secondo patrigno come del padre naturale, mentre col terzo non ci si prende per niente. Naturmente la ramificazione famigliare continua dall'altro partner fino a raggiungere un albero genealogico pari a quello di un principe. Le altre situazioni erano tutte più o meno la fotocopia di questa, variava il numero dei partner, la loro nazionalità, il numero dei figli, la loro simpatia ai vari patrigni e fratellastri e il modo in cui formalizzare l'unione. Naturalmente c'era anche chi dopo quattro o cinque convivenze/matrimoni tornava dal soggetto capofila. Nulla da eccepire naturalmente, sono diritti soggettivi, diritti laici, come tali, incomprimibili. Non tirerò fuori un pistolotto moralistico.  Sotto il profilo cristiano c'è sempre il libero arbitrio: Dio chiede una cosa, ma tutti sono liberi di non farla e di fare il contrario (certo,  pagandone le conseguenze, ma tanto non crediamo in Lui, cosa ci importa?). Dunque tutto a norma. Un piccolo pensiero va solo a figli sballottati da una parte all'altra, senza figure solide, senza esempi e una educazione costante: che tipo di adulti saranno? Saranno stabili o vivranno come nelle sabbie mobili? Una domanda finale, ma davvero questo modo di vivere ci fa bene? È davvero un progresso umano e civile esercitare i diritti laici?  Non è che forse dovremmo ripensare al modo in cui viviamo? E se al posto dell'emozione non giudicata poniamo una Morale forte e salda?

Il Pio 

Around the world



« Un vero soldato non combatte perché ha davanti a sé qualcosa che odia. Combatte perché ha dietro di sé qualcosa che ama »


Quanti voi hanno mai sentito parlare della Repubblica dell’Artsakh? Per chi non ne fosse a conoscenza, cercherò di spiegare in breve alcune delle principali nozioni geografiche e geopolitiche. Orecchie ben aperte… La Repubblica dell’Artsakh o Repubblica del Nagorno Karabakh è una piccola nazione la cui nascita venne ufficializzata nel gennaio del 1992. Situata nel Caucaso Meridionale, confina a sud con l’Iran, a ovest con l'Armenia, a nord e ad est con l’ Azerbaigian. 

Facciamo un po’ di chiarezza su questi due nomi: Artsakh e Nogorno Karabakh. Il termine Artsakh è il nome con cui gli armeni hanno sempre indicato questa regione (probabilmente il nome deriva dal Re Artasse I, re armeno vissuto intorno al 190 a.C.) mentre il secondo nome è di origine russa derivato dal turco.

Nel 1813 la regione entra definitivamente a far parte dei domini zaristi. 

Il censimento russo del 1823 testimonia che quella sanguinosa area di montagna, nonostante le guerre che si sono susseguite nell’arco dei secoli, sia ancora abitata per la stragrande maggioranza da armeni. Ciò a dimostrazione del fatto di come questi siano da sempre profondamente radicati e legati alle loro terre e come questo popolo, la sua cultura e la sua religione, abbiano sempre resistito alle mire espansionistiche e di conquista dell’Impero Ottomano.

Ma arriviamo ai recenti anni 90’. Nel 1921 la regione dell’Artsakh, riconosciuta inizialmente come parte dell’Armenia, viene staccata e donata all’ Azerbaigian per diretto volere di Stalin, che in questo modo spera di rafforzare le relazioni con la vicina Turchia. 

Il controllo azero verrà interrotto solo quando l’Artsakh con l’appoggio dell’Armenia, si dichiarerà indipendente diventando così Repubblica autonoma nel gennaio del 1992. Da qui ricominciarono a susseguirsi periodi di scontri alternati a fragilissimi tregue.

A seguito della Guerra del Nagorno Karabakh del 2020, buona parte del territorio della repubblica di Artsakh è finito sotto il controllo dell'Azerbaigian sia per le conquiste militari nel corso del conflitto, sia per quanto stabilito dall'accordo di cessate il fuoco nella guerra del Nagorno Karabakh del 2020. Di fatto oggi la Repubblica di Artsakh è interamente circondata dall'Azerbaigian, eccezion fatta per un piccolo “filo di terra”, uno stretto corridoio che la collega all’Armenia: il corridoio di Lacin, vigilato e controllato dalle forze russe per il mantenimento della pace. 

Dopo questo inquadramento forse noioso ma essenziale, ora arriviamo al dunque. 

La prima volta che ho sentito parlare di questo argomento è stato durante la sessione libera di Giorgio Pellei al Campo Estivo dell’anno scorso. Un racconto di guerra, di un popolo numericamente piccolo ma allo stesso tempo irriducibile, con persone piene di coraggio e pronte a lottare in qualsiasi condizione per la propria nazione, per la propria casa, per il proprio credo. Ne sono rimasto subito affascinato. Sentendo parlare di questa regione non ho potuto che ripensare ai racconti dei nostri amati Galli: l’impavido ed astuto Asterix e l’ indomabile ed amabile Obelix. In entrambi i casi ( nel caso del popolo gallo e armeno), parliamo di un piccolo manipolo di uomini  circondato ed assediato da un esercito numericamente maggiore e con un armamentario notevolmente superiore, pronto a raderli al suolo e sottometterli. Il primo pensiero che balena in testa è: perché combattere una guerra che molto probabilmente porterebbe alla morte? Una guerra già persa in partenza? Questa piccola resistenza armena ha ben chiara in mente una verità semplice ma essenziale e cioè che in questo mondo si vive e si lotta per Qualcosa che è più grande di noi. Come dice il nostro caro amico G.K.Chesterton: “Un vero soldato non combatte perché ha davanti a sé qualcosa che odia. Combatte perché ha dietro di sé qualcosa che ama"; loro lottano per difendere la propria fede cristiana, lottano per difendere la loro nazione, la loro cultura, loro lottano per la propria famiglia. In un mondo egoista e antropocentrico come il nostro, dove l’ambizione più alta è il quieto vivere e la “birretta del sabato sera”, quest’ ultimo concetto purtroppo non può che stridere nelle nostre orecchie. Ma vi dimostrerò il contrario. Spero che alla fine dell’articolo questo pensiero a dir poco stonato, se così possiamo definirlo, cominci invece a lavorare nel nostro cuore e a cambiare la nostra visione del mondo e della vita. 

Per conoscere meglio la stirpe di guerrieri che abita questa regione regione, ho intervistato Gianantonio Sanvito, al fine di farmi raccontare della sua bellissima esperienza vissuta e che ancora oggi vive con la scuola italo-armena Antonia Arslan. Gianantonio è un ex professore del Liceo Don Gnocchi di Carate Brianza e membro della fondazione “Cavallo Rosso”, (nome assegnato dallo stesso Eugenio Corti alla fondazione). Come lui stesso racconta:

-“Era un momento particolare della mia vita, avevo da poco lasciato l’insegnamento e pregavo il Signore per capire come rendermi utile e mettermi a servizio del prossimo… e guarda un po’ cosa mi è capitato! Durante un incontro nel 2019, organizzato dalla fondazione proprio nella mia ex scuola ho conosciuto Siobhan Nash Marshall (si pronuncia  Shevon), professoressa Americana fondatrice della fondazione CINF USA.

Ci ha parlato dell’Artsakh, della sua amicizia con Antonia Arslan e dell’idea di fondare una scuola (quella che oggi è la scuola italo-armena Antonia Arslan). L’obiettivo della scuola sarebbe stato quello di educare i giovani, affinché questi riescano a maturare non solo mentalmente ma anche nell’animo, imparino a prendere sul serio la loro vita e diventare uomini e donne vere. Dopo l’incontro mi sono subito offerto in aiuto alla conferenziera: “Vengo io ad aiutarvi e vediamo cosa posso fare”. Quale occasione migliore di questa? E poi dicono che la Divina Provvidenza non parli chiaramente. 

È così che è nata la nostra solidissima amicizia; un’amicizia che mi ha letteralmente aperto le porte al Destino. Io e mia moglie ci siamo subito messi in gioco. Sono stato io ad iniziare il corso di falegnameria nella scuola Antonia Arslan mentre mia moglie si è occupata del corso di sartoria. Nella scuola oltre a questi due corsi, sono presenti: un corso di  formazione alberghiera e sta per prendere il via un corso per parrucchieri. Le difficoltà nel portare avanti la scuola non sono state poche! Nel 2020 è nuovamente scoppiata la guerra per il controllo della regione. La solita armata azera aiutata dall’esercito turco di Erdogan. Durante l’offensiva azero-turca sono stati inviati droni con lo specifico obiettivo di colpire scuole ed ospedali! Le bombe “fortunatamente” sono cadute vicino alla scuola non colpendola direttamente ma distruggendo la parte costruita con prefabbricati e frantumando tutti i vetri della scuola. Poco dopo la guerra è iniziata la pandemia. Nonostante questi eventi che potrebbero sembrare vere e proprie sciagure o meglio come diremmo noi “vere e proprie sfighe”, la scuolina in un modo e nell’altro è sempre sopravvissuta e ha sempre resistito ad ogni attacco che il mondo le ha posto sul cammino. Ma dopotutto un popolo con una storia del genere, quando si mette in testa di fare qualcosa difficilmente cambia idea. Tutti questi eventi, non sono stati in grado di fermare la Arslan dal realizzare la sua impresa. Per rendere ancora di più l’idea di che pasta sono fatte queste persone, voglio raccontarti altre due esperienze vissute in Artsakh. Quando sono andato lì nel 2022, due anni dopo la guerra, non c’era un singolo segno del bombardamento, forse qualche edificio ancora da ristrutturare ma roba di poco! Questo fatto mi ha lasciato senza parole e mi ha dimostrato concretamente l’integrità e la dignità del popolo armeno! Il secondo episodio riguarda l’ospitalità che mi hanno riservato. Durante le rapide passeggiate per le vie della città di Stepanakert (capitale dell’ Artsakh), sono stato fermato a più riprese dai passanti, che nel vedermi e riconoscendo che non ero del luogo, non hanno esitato a fermarmi, a parlare e a ringraziare. Probabilmente non sapevano chi fossi ma avevamo intuito che ero lì per dar loro una mano… Sicuramente non potevo essere un turista , anche perché chi verrebbe mai a visitare un posto del genere? 

Per rendere ancor di più l’idea dell’ospitalità e della gratitudine nei miei confronti ogni giorno sono stato inviato a pranzare e cenare da famiglie differenti! Tutte felicissime e contentissime di avermi a casa, neanche fossi il papa insomma! Durante una cena hanno addirittura acceso le luci di Natale per festeggiare la cena nel miglior modo possibile! Erano grati e dunque festeggiavano. Non mi dilungherò ancora nel raccontare. Spero si sia capito quanto siano ammirevoli queste persone e che testimonianza forte ci danno con il loro lavoro e con le loro stesse vite. Non sono loro a dover essere riconoscenti nei miei confronti ma sono io ad essere grato a Dio per averli conosciuti e per permettermi di essere al servizio di persone così.”

Queste sono le parti salienti del viaggio di Sanvito in Artsakh. Non penso ci siano altre parole da aggiungere. Vi lascio solo con delle domande provocatorie che poi sono le stesse che ancora mi frullano in testa da quando mi sono messo ad indagare per questo articolo. Per cosa combattiamo ogni giorno? Cosa ci spinge ad alzarci al mattino? Quante battaglie abbiamo dato per perse prima di combatterle? Come usiamo il nostro tempo e cosa stiamo edificando nella nostra vita?

Buon lavoro Tipi Loschi!

(Giorgio Giustozzi tratto da Vivere e non Vivacchiare,  edizioni Vivere, per gentile concessione).

Come una preghiera vicendevole.


Le anime del Purgatorio mi hanno sempre richiamato al dovere. A Torino nel 1994 mi colpì la storia del beato Francesco Faa di Bruno, ufficiale di carriera che in guerra vedeva cadere come le mosche i suoi soldati, senza un conforto religioso, abbandonati, da soli, magari bestemmiando o imprecando con rabbia e disperazione. “Che ne sarà di loro?” si chiedeva. Fondò dunque un 
Ordine di religiose dedite alla preghiera per le anime del Purgatorio. Cominciò a muoversi qualcosa dentro il mio cuore arido e borghese, ma solo allo stato embrionale. Pochi anni dopo, nel 1996 appena sposato, sono andato in viaggio di nozze in Portogallo e in particolare a Fatima; qui mi ha colpito (tra tanto) la frase dell’Angelo che disse ai tre pastorelli prima delle apparizioni: "tante anime finiscono all’inferno perché nessuno ha pregato per loro". Da quel giorno recito quotidianamente un Pater, un Ave e un gloria per loro. Da allora ho quasi una preoccupazione per loro. A questo proposito ho trovato oggi sul La Bussola Quotidiana un vecchio articolo del 2019. Ve ne leggo alcuni stralci. Interessanti, almeno per me. C’è «…una sfilza di santi e mistici che in Purgatorio ci sono stati per davvero e che, con le anime del Purgatorio, hanno avuto visioni e colloqui rivelatori. A riguardo si potrebbero citare, per esempio, Santa Geltrude, Santa Caterina da Genova, Santa Margherita Maria Alacoque, il Santo Curato d’Ars, San Giovanni Bosco, San Pio da Pietrelcina, Santa Gemma Galagani…. Ma è la mistica austriaca Maria Simma che più di tutti ci illumina sull’argomento, avendo offerto la vita intera unicamente per trascinare le anime dei defunti in Paradiso». Ma che cos’è il Purgatorio? «Il Purgatorio - dice Maria - è un luogo ed una condizione che ogni anima vive quando ha ancora bisogno di espiare e riparare i peccati che ha commesso durante la sua vita, prima che essa possa raggiungere Gesù in Paradiso». In Purgatorio non si sta bene, si soffre, la cosa positiva è che la sofferenza è sicuramente temporanea e poi si si sale dritti Paradiso, a differenza dell’Inferno, in Purgatorio c'è la speranza che tutto finirà,  magari tra tre miliardi di anni,  ma finirà. «…Nonostante le durissime sofferenze cui sono sottoposte, nessuna anima del Purgatorio vuole abbandonare la propria condizione per tornare nelle tenebre della terra. Anzi, sono pazienti e vogliono soffrire, perché sanno che così possono purificarsi per arrivare totalmente luminose davanti a Dio. Questo è motivato dal fatto che la visione seppur parziale di Dio che hanno le anime in Purgatorio, è bastevole ad infondergli la Luce della Verità». Ma perchè si va in Purgatorio? Perché abbiamo ancora qualcosa da scontare. Le sante confessioni ben fatte infatti, ci rimettono la colpa dei peccati e ci evitano l’Inferno, ma non la pena che la giustizia di Dio ci chiede per purificarci peper poter entrare giusti in Paradiso; la pena, conseguenza dei peccati la possiamo scontare o in terra (sacrifici, malattie, sofferenze,…) o appunto, in Purgatorio. Cioè in Purgatorio non ci va chi ha fatto peccati mortali e non si è pentito nemmeno in punto di morte. «I peccati che fanno andare con più frequenza le anime in Purgatorio, secondo la Simma, sono quelli “contro la carità, contro l’amore del prossimo, la durezza del cuore, l’ostilità e la calunnia. So che la maldicenza e la calunnia - dice Maria - sono tra le colpe più gravi che necessitano di una lunga purificazione». A tal proposito ella racconta di una vicenda relativa ad un uomo e una donna. Con grande meraviglia di coloro che li avevano conosciuti, la donna era già in Paradiso, mentre l’uomo in Purgatorio. Quella donna era morta dopo aver fatto un aborto, l’uomo invece andava spesso in chiesa e faceva una vita apparentemente assai dignitosa e pia. I due erano morti contemporaneamente, ma la donna si era pentita con sincerità per ciò che aveva fatto, ed era stata molto umile; l’uomo, al contrario, pur essendo religioso, si lamentava sempre, sparlava della gente e criticava. Ecco perché il suo Purgatorio è stato molto lungo. Altri peccati contro la carità sono certamente il rifiuto di fare pace e i vari rancori che si portano nel cuore: la Simma fa molti esempi di anime che sono in Purgatorio proprio per aver ostinatamente negato il proprio perdono. Per quanto riguarda i sacerdoti, invece, la mistica riferisce che i primi motivi che le vengono in mente, per cui essi devono scontare il Purgatorio, sono: “la disobbedienza al Santo Padre, il poco amore per la Santa Messa, per la preghiera e per il digiuno, la mancata lettura dell’Ufficio e la distribuzione della Comunione in mano». Su quest’ultimo punto la veggente riporta numerosissimi casi da lei assistiti e, soprattutto, riferisce la gravità del comportamento dei sacerdoti che «non hanno aiutato ad avere rispetto per l’Eucaristia, poiché così tutta la fede ne soffre”». Ma è anche facile far uscire queste anime dal Purgatorio. «Il modo più efficace per facilitare la liberazione di un’anima dal Purgatorio - dice la Simma - è la Santa Messa. Perché è Cristo stesso che si offre per amore nostro. È l’offerta di Cristo stesso a Dio, la più bella delle offerte». Poi aggiunge che «se noi in vita ci rendessimo conto del valore di una sola Messa per l’eternità, le chiese sarebbero piene anche nei giorni feriali». Il perché è presto detto: «Nell’ora della morte le Messe che avremo ascoltato saranno il nostro maggior tesoro, esse hanno per noi più valore delle Messe che sono celebrate per noi dopo la morte». «Altri mezzi molto efficaci per aiutare le anime del Purgatorio sono le offerte a Dio delle nostre sofferenze: quelle volontarie, come il digiuno, le privazioni etc… e quelle involontarie, come le malattie, le umiliazioni, i lutti, gli abbandoni etc…». Ma noi possiamo anche ricorrere a loro e dire "Anime del Purgatorio pregate, per noi", perchè loro, che sono la Chiesa Purgante, possono farlo e lo fanno volentieri. È come una bella amicizia in cui ci si impegna a una preghiera vicendevole. 

[Stralci dal La Bussola Quotidiana, 2/11/2019, Costanza Signorelli, Maria Simma e i defunti «Pregate per noi!». Il segreto delle anime del Purgatorio].







Sono felici perché hanno Cristo.

Sembra che i problemi del mondo siano limitati all’Ucraina, a Gaza, all’Iran e a poco altro. Nel silenzio più totale, anche di chi dovrebbe ...