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Pier Giorgio Frassati / 6

« Avevo un piccolo negozio di tabacchi in Corso Vercelli e un giorno vidi fermarsi, proprio davanti alla vetrina, una carrozza scoperta con due giovani a cassetta. Uno di loro scese, si riempì le braccia di pacchi e pacchetti e spari dentro un portone. Ritornò, prese altri pacchi e sparì nuovamente. Poi venne da me con un sacco di roba che non era riuscito a consegnare perché aveva trovato la porta chiusa e mi pregò di portarlo io stessa. Da quella volta, quando non gli riusciva di consegnare qualche pacco lo lasciava da me. Era un giovane che ispirava confidenza, così un giorno attaccai discorso: —Lei è vestito bene che pare un signore, eppure va in giro con questi sacchi... Cosa dirà la gente? Perché non li lascia a me che sono solo una tabaccaia? A me la gente non fa caso. —Vede—rispose lui—io sono contento se li trovo in casa. Preferisco consegnarli personalmente a loro, perché posso parlare con loro e infondere un po' di coraggio, farli sperare che la vita cambierà, e soprattutto convincerli ad offrire a Dio le loro sofferenze e ad andare a Messa.Gli risposi dicendo che io non avrei certo potuto insistere che andassero a Messa, dal momento che non ci andavo neppure io. Sarebbe stato come se il diavolo avesse invitato a farsi eremiti. Invece di sgridarmi si limitò a chiedermi: —Perché non va a Messa? Risposi senza scompormi che se il duro lavoro quotidiano nel negozio non bastava a meritarmi il paradiso, il Signore per me poteva anche chiudere bottega. Ma lui continuò: —Se non vuole andare a Messa per se stessa, vada almeno per il suo bambino, lei che è una buona mamma. Rimasi colpita e gli risposi che probabilmente aveva ragione. E la domenica dopo ero in chiesa. Io che non avevo mai sentito una parola bella e che ero rimasta orfana a tre anni, fui colpita dalla spiegazione del Vangelo. E così da sposata per la prima volta andai a Messa. Glielo dissi poi a quel giovane quando lo vidi e gli ripetei anche la spiegazione del Vangelo. Ebbi la sensazione che lui capisse benissimo come io non avessi bisogno del sacchetto, ma di un po' di parole di fede ».
(Luciana Frassati, Mio Fratello Pier Giorgio. La Carità. ed. SEI)

«Il monte è la tua tentazione»

Mentre crescevano i meriti di Francesco,
cresceva pure il disaccordo con l’antico
serpente
. Quanto maggiori erano i suoi
carismi, tanto più sottili i tentativi e più violenti gli attacchi che quello gli muoveva. E quantunque lo avesse spesso conosciuto per esperienza come valoroso guerriero, che non veniva meno neppure un istante nel combattimento, tuttavia tentava ancora di aggredirlo, pur risultando quegli sempre vincitore. Ad un certo momento della sua vita, il Padre subì una violentissima tentazione di spirito, sicuramente a vantaggio della sua corona. Per questo, era angustiato e pieno di sofferenza, mortificava e macerava il corpo, pregava e piangeva nel modo più penoso. Questa lotta durò più anni. Un giorno, mentre pregava in Santa Maria della Porziuncola, udi in spirito una voce: «Francesco, se avrai fede quanto un granello di senapa, dirai al monte che si sposti ed esso si muoverà». «Signore, –rispose il Santo – qual è il monte, che io vorrei trasferire?». E la voce di nuovo: «Il monte è la tua tentazione». «O Signore, – rispose il Santo in lacrime – avvenga a me, come hai detto».Subito sparì ogni tentazione e si sentì libero e del tutto sereno nel più profondo del cuore. (Op. cit. Capitolo LXXXI « Le tentazioni del santo e come ne superò una»)

La buona battaglia / 2

«Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero. Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione».
(San Paolo 2 Timoteo, 4)

Mai più!

Ci sono frasi che mi colpiscono e che mi fanno rimuginare per tanto tempo. Spesso sono quelle frasi che chi le scrive, le intende “a effetto”, “che fanno pensare”. Ma in un Italia scristianizzata, le frasi “a effetto” sono quelle evidentemente scristianizzate, di una cultura senza Dio e dunque sognatrice, ideologizzata, sciapa, comunque lontana anni luce dalla profonda e realistica mentalità cristiana. Il 12 novembre 2003 avvenne un grave attentato a Nāṣiriya, in Iraq. Alle ore 10:40 un camion cisterna pieno di esplosivo scoppiò davanti la base italiana dei Carabinieri, provocando l'esplosione del deposito munizioni della base e la morte di diverse persone tra Carabinieri, militari e civili. L'attentato provoca un totale di circa 50 vittime (di cui 25 italiani). E’ facile immaginare chi siano gli attentatori e a cosa credevano. Negli anni successivi qualcuno in Italia ha pensato di intitolare qualche Via a quelle povere persone che stavano in Iraq quantomeno non per diletto. Alcuni sindaci—è facile anche qui capire di quale parte politica fossero—hanno negato questa possibilità perché, a Nāṣiriya, i nostri connazionali erano mercenari (sic!) e non martiri. Mercenari, certo. Assassini prezzolati, dunque. Bravi, continuate così. Recentemente nella città in cui abito hanno intitolato una rotatoria ai Martiri di Nāṣiriya. E messo, sotto un cippo commemorativo, la frase—ecco vengo al dunque—«mai più Nassiriya». Ecco, “mai più”... Ora smettono subito. Come si fa a stabilire, a dare per certo, questa affermazione? Che senso ha? Chi glielo va a dire ai terroristi islamici, stracarichi di odio, che ora che hanno scritto quella frase a effetto su una rotatoria, non devono più far saltare in aria e spezzettare le povere persone? Come si fa a dire alla gente «ora non avete più il peccato originale e dunque comportatevi bene»? Mai più! Cosa? L’uomo non si cambia con le frasi a effetto. L’uomo si cambia con la preghiera e con la grazia di Dio. Oggi stesso potrebbe finire la nostra vita per colpa di un pazzo attentatore, di un infarto, di un autista ubriaco, di una scivolata… anche se scriviamo su tutti i muri di tutte le città “mai più” qualcosa. E dove andremo, oggi: Inferno, Paradiso, Purgatorio? Chi è rimasto cristiano lasciasse perdere i gesti, i simboli e le frasi a effetto, il "minuto di silenzio"... le lasciasse ai pagani. Chi è rimasto cristiano invece pregasse, con insistenza, ogni giorno, per l’Italia, per i peccatori, per chi non crede, per la pace,… forse Dio si commuoverà anche stavolta e ci aiuterà e solo allora, davvero, potremmo dire giustamente “Mai più!”.

Il Pio

Il Pugile di Firenze

Infine, come ogni animo ripieno di carità, così anche Francesco [san Francesco d’Assisi, ndr] detestava chi era odioso a Dio. Ma fra tutti gli altri viziosi, aborriva con vero orrore i detrattori e diceva che portano sotto la lingua il veleno, col quale intaccano il prossimo. Perciò evitava i maldicenti e le pulci mordaci, quando li sentiva parlare, e rivolgeva altrove l’orecchio, come abbiamo visto noi stessi, perché non si macchiasse con le loro chiacchiere. Un giorno udi un frate che denigrava il buon nome di un altro, e rivoltosi al suo vicario frate Pietro di Cattanio, proferì queste terribili parole: «Incombono gravi pericoli all’Ordine, se non si rimedia ai detrattori. Ben presto il soavissimo odore di molti si cambierà in puzzo disgustoso, se non si chiudono le bocche di questi fetidi. Coraggio. muoviti, esamina diligentemente e, se troverai innocente un frate che sia stato accusato, punisci l’accusatore con un severo ed esemplare castigo! Consegnalo nelle mani del pugile di Firenze, se tu personalmente non sei in grado di punirlo!» (chiamava pugile fr. Giovanni di Firenze, uomo di alta statura e dotato di grande forza). «Voglio – diceva ancora – che con la massima diligenza abbia cura, tu e tutti i ministri, che non si diffonda maggiormente questo morbo pestifero». A volte, addirittura, riteneva giusto che si spogliasse della tonaca chi aveva spogliato suo fratello della gloria del buon nome, e che non dovesse alzare gli occhi a Dio, se prima non restituiva ciò che aveva portato via. Da qui ne era derivato che i frati di quel tempo, quasi rifiutassero in modo particolare questo vizio, avevano stabilito fra di loro il patto di evitare attentamente tutto ciò potesse nuocere o suonasse offesa all’onore degli altri. Cosa giusta e veramente ottima! Cos’è infatti il detrattore se non il fiele degli uomini, fermento di malvagità, disonore del mondo? Cos’è l’uomo doppio di lingua, se non lo scandalo dell’Ordine, il veleno del chiostro religioso, la disgregazione dell’unità? Ahimè, la terra abbonda di animali velenosi ed è impossibile che una persona onesta sfugga i morsi degli invidiosi! Si promettono premi ai delatori e, distrutta l’innocenza, si dà a volte la palma alla falsità. Ecco, quando uno non riesce a vivere della sua onestà, guadagna vitto e vesti devastando l’onestà altrui. A questo riguardo ripeteva spesso Francesco: «Il detrattore dice così: – Mi manca la perfezione della vita, non ho il prestigio della scienza, né doni particolari: perciò non trovo posto né presso Dio né presso gli uomini. So io cosa fare: getterò fango sugli eletti e mi acquisterò il favore dei grandi. So che il mio superiore è un uomo e alle volte fa uso del mio stesso metodo, cioè sradicare i cedri perché nella selva grandeggi unicamente il pruno. Miserabile!, nutriti pure di carne umana e rodi le viscere dei fratelli, giacché non puoi vivere diversamente!». Costoro si preoccupano di apparire buoni, non di diventarlo, accusano i vizi altrui ma non depongono i propri. Sanno soltanto adulare quelli, dalla cui autorità desiderano di essere protetti, e diventano muti quando pensano che le lodi non raggiungano l’interessato. Vendono a prezzo di lodi funeste il pallore della loro faccia emaciata, per sembrare spirituali, in modo da giudicare tutto e non essere giudicati da nessuno. Godono della fama di essere santi, senza averne le opere, del nome di angeli ma non ne hanno la virtù. 
(Da Vita Seconda di San Francesco D’assisi di Tommaso Da Celano Capitolo CXXXVIII, «Punizione dei detrattori»).

L’auriga.


L’auriga rappresenta la ragione e i due cavalli, uno rappresenta l’emozione e l’altro l’istinto. E’ l’auriga (la ragione) che guida i due cavalli (il sentimento e l’istinto) e non si fa guidare da loro, né deve far prevalere uno sull’altro. 


Diceva Platone che l’anima di un uomo è formata da tre parti: istintiva, razionale, emotiva. Come in una biga: c’è l’auriga sul carro e i due cavalli. E l’auriga ha il compito di guidare i due cavalli verso l’unica direzione. Quella che ha scelto, quella che è giusta. L’auriga rappresenta la ragione e i due cavalli, uno rappresenta l’emozione e l’altro l’istinto. E’ l’auriga (la ragione) che guida i due cavalli (il sentimento e l’istinto) e non si fa guidare da loro, né deve far prevalere uno sull’altro. Altrimenti non si va verso quella direzione, ma sono i cavalli che scelgono, dominano e portano il carro dove vogliono loro (e chissà dove: certo non dove vuole l’auriga imbelle). La ragione dunque deve guidare il carro della nostra vita verso il destino. Istinto e emozione sono elementi fortissimi nella nostra vita, pressanti e determinanti spesso, danno motivi affascinanti e attraenti per farci dirigere verso una certa direzione, ma è pericolosissimo che siano solo loro a guidarci, a indicarci la via. E' bene che ci siano questi (ci sono stati donati, dunque ci servono), ma —se non motivati, giudicati, ragionati— ci portano inizialmente in un posto bellissimo e accattivante; ma successivamente ci possono portare a infognarci in un luogo che si rileverà triste e che può anche essere senza ritorno e dannoso. E la fede entra di diritto in questo argomento. Perché la fede in Dio è ragionevole e dunque aiuta maggiormente l'auriga a non farsi prevaricare dall’intuito forte, ma limitato dei “due cavalli”. Soprattutto è la fede che ci fa capire che abbiamo una ragione e una direzione da prendere. Ce lo fa capire chiaramente, perché spesso ne siamo dimentichi, la facciamo addormentare —o peggio la obliteriamo—. Disse un giorno papa Benedetto XVI «Dio, con la sua grazia, illumina la ragione, le apre orizzonti nuovi, incommensurabili e infiniti. Per questo, la fede costituisce uno stimolo a cercare sempre, a non fermarsi mai e a mai quietarsi nella scoperta inesausta della verità e della realtà. E’ falso il pregiudizio di certi pensatori moderni, secondo i quali la ragione umana verrebbe come bloccata dai dogmi della fede. E’ vero esattamente il contrario, come i grandi maestri della tradizione cattolica hanno dimostrato. Sant’Agostino, prima della sua conversione, cerca con tanta inquietudine la verità, attraverso tutte le filosofie disponibili, trovandole tutte insoddisfacenti. La sua faticosa ricerca razionale è per lui una significativa pedagogia per l’incontro con la Verità di Cristo. Quando dice: “comprendi per credere e credi per comprendere” è come se raccontasse la propria esperienza di vita. Intelletto e fede, dinanzi alla divina Rivelazione non sono estranei o antagonisti, ma sono ambedue condizioni per comprenderne il senso, per recepirne il messaggio autentico, accostandosi alla soglia del mistero… La fede cattolica è dunque ragionevole e nutre fiducia anche nella ragione umana… senza Dio, infatti, l’uomo smarrisce se stesso. Le testimonianze di quanti ci hanno preceduto e hanno dedicato la loro vita al Vangelo lo confermano per sempre. E’ ragionevole credere, è in gioco la nostra esistenza. Vale la pena di spendersi per Cristo, Lui solo appaga i desideri di verità e di bene radicati nell’anima di ogni uomo: ora, nel tempo che passa, e nel giorno senza fine dell’Eternità beata. (Benedetto XVI—Udienza generale Aula Paolo VI—21 novembre 2012) ». Siamo dunque l’auriga della nostra vita e così spendiamo tutta la nostra vita dietro a Gesù. Ci aiuti nella difficile guida della nostra biga l’intercessione di Maria e dei santi.
Il Pio

L'uomo è la creatura più nobile


Venerdì abbiamo letto, sempre dopo un breve riassunto delle “puntate” precedenti, il capitolo 3 del Catechismo di S. Pio X, “dell’uomo” e i punti 48 (La creatura più nobile) fino a 52 (l’anima non muore col corpo). Ho voluto affrontare l’argomento con frequenti domande. "Che significa che l’uomo è la creatura più nobile?". Tra tutte le creature del mondo l’uomo è quella più importante per Dio, è il centro del creato; "quindi?" L’uomo se è più importante può dominare tutto il creato. “Creatura, che vi significa?" Che l’uomo è una delle creature di Dio, una delle tante, la più importante, certo, ma una, e dunque deve sapere questo e che ogni altra cosa del mondo è stata creata da Dio come lui, tutto dunque deve avere dignità e rispetto. “L’uomo è creatura ragionevole composta di anima e corpo che ne dite, cosa significa ragionevole?”. Che pensa e ragiona differentemente dalle bestie, dalle piante e dai sassi. “Anima e corpo, dunque”. Qui ho raccontato il concetto dell’et et e aut aut (e… ,e…, e non o…,o...) la religione cattolica è la religione dell’ et et (e non dell’aut aut), cioè noi prendiamo tutto e non lasciamo niente. “Anima e corpo”. Entrambi sono importanti, il corpo (che va amato, rispettato e curato) e l’anima: non solo il corpo (l’ottantenne bionda e rifatta come una giovane sedicenne) non solo l’anima (lo spiritualismo esasperato), ma entrambi compongono l’uomo. Et et: Maria vergine e madre, Gesù vero Dio e vero uomo, fede e ragione, mangiare bene e digiuno, spirito e corpo, opere e grazia… Et et e mai aut aut. Noi prendiamo e valorizziamo tutto: non distruggiamo le opere del passato; in passato le chiese venivano costruite sui templi pagani che non venivano distrutti ma utilizzati per continuare la storia dell’uomo alla luce della novità di Cristo. “L’anima è la parte più nobile dell’uomo, … dotata intelletto e volontà, … capace di Dio”. Cos’è l’intelletto? È la capacità di ragionare, avere idee, … e la volontà? La capacità di poter fare e non fare, seguire non seguire. L’animale agisce di istinto, non ragiona, non vuole. C’è differenza tra cervello e intelletto? Il cervello è un organo che può supportare, aiutare l’intelletto, ma l’intelletto ha sede nell’anima. Pure gli animali hanno il cervello anche sviluppato. Se prendete 100 gatti allo stesso stimolo tutti reagiscono nella stessa maniera. Se dite la stessa cosa a me e a Romeo reagiamo in maniera diversa. Spesso invece gli animali, al medesimo impulso, reagiscono allo stesso modo. Nessun animale cucina, accende il fuoco, legge il giornale… anche quelli più vicini all’uomo, in migliaia di anni nessuno di loro è arrivato a fare queste cose: non hanno l’anima, non hanno l’intelletto. Perché l’intelletto ha sede nell’anima, è un dono di Dio. A parità di cervello, due uomini possono essere totalmente diversi. L’anima poi è capace di conoscere Dio. S. Tommaso diceva che l’anima è il nocchiero del corpo. L’anima non si vede e non si tocca, ma c’è: Dio ha creato le cose visibili e invisibili. “Che dite sul fatto che l’anima non muore mai?”. La parte più nobile di noi sopravvive alla morte e vive per l’eternità, dunque la nostra preoccupazione deve essere quella di salvare l’anima e non farla precipitare all’Inferno.
(Da una riunione della Compagnia dei Tipi Loschi)

Ascoltare e sentire.

San Paolo diceva che la fede passa attraverso l’ascolto ( Fides ex auditu ). La fede non è infatti—fatti salvi casi particolarissimi—un'...