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Padre Giovanni Bruni. Era un sambenedettese.




Era nato a San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno) da Giuseppe e Maria Antonia Marconi. Genitori a dir poco esemplari… La sera in famiglia (il padre) guida la recita del rosario. Maria Antonia è stimata “come una santa” ed ogni giorno partecipa alla messa. Giacomo è l’ottavo di nove figli… Nasce l’8 agosto 1882; battezzato il giorno successivo gli viene dato il nome del nonno materno... Un giorno per uno strano ordine del sindaco portano via dalla nicchia la statua della Madonna; le suore per non estrometterla del tutto la collocano dietro una colonna in mezzo alla sala.

Giacomino commenta: “Ha fatto bene il sindaco. Così è più vicina a noi e la possiamo vedere meglio”.

In chiesa durante le funzioni “era un piacere stargli vicino”, ricorderà il sacrestano Gian Battista Massetti..

Tra i ragazzi ospitati da don Pietro, Giacomino è quello che manifesta più chiari i segni della vocazione. A dieci anni ne ha sentito l’invito durante un pellegrinaggio al santuario della Madonna di Loreto. Lui stesso più tardi ricorderà: “Mentre pregavo dinanzi all’altare mi sono inteso chiamare alla vita religiosa ed ho risposto di sì”.

Intanto guidato da don Pietro cura la preghiera e la vita di grazia con la confessione settimanale fin dai sette anni. Non solo; si fa apostolo dei suoi compagni invitando anche loro alla confessione. Lui vi si accosta compunto, preciso, devoto.

Ed uno dei confessori testimonierà: “Non mi sono mai più incontrato con un fanciullo che si confessasse come Giacomino. Se un giorno questo giovinetto riceverà l’onore degli altari vorrei essere io il primo a prostrarmi davanti all’amabile sua immagine che non si è mai cancellata dalla mia mente”.

Decide di entrare tra i missionari del Sacro Cuore.

Prega insistentemente don Pietro di aiutarlo tormentandolo con il solito ritornello: “Ma don Pietro, mi faccia entrare in religione”. Il sacerdote, sicuro della sincerità del ragazzo, va addirittura a Roma per parlare con il superiore della casa religiosa.

Quando arriva la risposta, Giacomino sente il sapore amaro di una speranza infranta; il mondo sembra crollargli addosso. Per l’accettazione viene chiesto il versamento di 500 lire, somma ragguardevole e decisamente sopra le disponibilità economiche della famiglia Bruni. Eppure è certo che quella è la sua strada. Lo indirizzano verso il seminario diocesano ... Lui desidera unicamente il convento: questa e non altra è la sua vocazione. Il passionista padre Basilio Viti, presente a San Benedetto per una predicazione, viene a sapere del fatto e taglia corto: “Datelo a noi questo ragazzo. E non si parli di soldi”. Per Giacomino l’orizzonte torna sereno ed ormai non pensa ad altro che ai Passionisti. Chiede e legge la biografia di san Paolo della Croce.

Gli altri sperano che la conoscenza della vita penitente ed austera dei Passionisti gli allontani l’idea del convento. Invece avviene proprio il contrario. Per convincere gli scettici che il suo non è un capriccio raddoppia le penitenze e comincia a vivere da passionista. “Questo figlio mi muore, piange mamma Maria Antonia; fa penitenza, dorme sulle tavole, mette le spine dentro il cuscino... Se gli dico di non farlo risponde che deve provare per vedere se riesce a diventare passionista”.

Tutti si convincono che fa sul serio e si abituano all’idea di vederlo partire. 

Viene fissata la data dell’addio… Il ragazzo scalpita e non lo si può trattenere. “Fatemi due bisacce, supplica; metteteci dentro un pezzo di pane che io me ne andrò da solo a Roma”…Parte insieme a don Pietro alle ore 22.00 del 29 maggio 1896. Mentre lo accompagnano alla stazione corre in chiesa. Trovandola chiusa si inginocchia sul gradino a pregare; bacia tre volte la porta quasi per salutare e ringraziare il Signore...

All’arrivo il giorno seguente lo accoglie il superiore generale, il beato Bernardo Silvestrelli che lo amerà sempre di particolare affetto. Il padre Bernardo vedendo quel ragazzo quattordicenne sorridente e dagli occhi vivaci, lo chiama affettuosamente “il moretto di San Benedetto”.

Nel seminario passionista di Rocca di Papa vive un impegno totale. Il rigore non lo spaventa. La preghiera è la sua gioia. Lavora per rendere più docile il carattere, più forte la volontà, più umile il comportamento.

Il maestro scriverà di lui al termine del noviziato: “Di questo ottimo giovanetto che ho diretto in tutto l’anno di noviziato posso attestare di non aver avuto altro motivo che di lodare e benedire Dio per l’esemplarissima condotta”. Compiuti i sedici anni richiesti dalle norme canoniche, emette la professione religiosa il 10 agosto 1898 a Moricone in provincia di Roma.

Riprende gli studi per prepararsi al sacerdozio. Potrebbe passare subito allo studentato filosofico-teologico; ma per uno sbaglio dei superiori vi arriva quasi un anno dopo. Lui non fa storie e non si lamenta. Dimora in varie case religiose per completare il corso scolastico: a Moricone nel 1898, a Sant’Angelo in Pontano (Macerata) nel 1899, al santuario della Madonna della Stella (Perugia) nel 1901, a Roma nel 1903… Dove era più ammirabile era nell’umiltà e nell’amore di Dio... Era in intimo, abituale raccoglimento. La preghiera fu il perno della sua vita...

Si prepara così al sacerdozio ed alla vita missionaria... Peccato quella salute così precaria e preoccupante. Giovanni è attentissimo a non chiedere dispense e particolarità. Ma il volto, sia pure sereno e dolce, parla chiaramente e vieta di illudersi.

I genitori un giorno lo vanno a trovare a Sant’Angelo in Pontano. Vedendolo sciupato manifestano tutta la loro preoccupazione. Lui assicura: “Sto bene, non mi manca nulla”.

Ed in realtà sta bene, ma solo interiormente. La tubercolosi polmonare che esploderà … in tutta la sua gravità, lo sta già uccidendo. E’ malato, ma segue a puntino la vita comune... Il 4 luglio del 1904 a Roma ha una violenta emottisi. Adagiato premurosamente sul letto ai confratelli costernati bisbiglia: “Vado a vedere la Madonna”. Viene trasferito a San Marcello (Ancona) dove il clima è più favorevole alla sua salute. Si riprende, quasi per miracolo. Nell’ottobre del 1904 ha recuperato forze sufficienti e può continuare gli studi alla Madonna della Stella.

Qui il 4 dicembre successivo è ordinato sacerdote: ha solo 22 anni e 4 mesi ed è stata necessaria una particolare dispensa del papa. Indicibile la sua gioia. 

Da quel giorno al sacrificio della messa unisce anche il sacrificio della sua vita appesa ad un filo sempre più sottile.

La messa gli diventa conforto e sostegno. Ogni tanto Giovanni sembra rifiorire e rifiorisce anche la speranza di tutti. Ma sono fugaci bagliori e niente più. Lui non si fa illusioni.

Nel giugno del 1905 dopo nuove ed abbondanti emottisi viene trasferito ancora a San Marcello. Il male diventa sempre più acuto e lui tutto accetta con disarmante serenità. A don Francesco Sciocchetti, il prete che lo ha visto bambino, scrive: “La speranza non abbandona mai i malati: questo mio desiderio di guarire però è conforme alle disposizioni di Dio su di me? In tale incertezza dopo aver sperato e pregato mi getto nelle braccia della divina Provvidenza certo che essa disporrà per il mio maggior bene”.

Dirà un testimone: “Era edificante e commovente vederlo ilare ed allegro... e perfino scherzare sulle caverne” nei suoi polmoni… 

“Sto facendo la volontà di Dio... Sto bene, tanto si soffre per il paradiso”, confessa a chi lo visita...

E’ abitualmente in preghiera rivolto alle immagini del Crocifisso e della Madonna che ha voluto di fronte al suo letto. Un giorno lo trovano che piange. Possibile? Cosa sarà mai successo? “Non piango per me, ma per il fastidio che vi arreco”, si affretta a spiegare all’infermiere. Dopo inevitabili colpi di tosse, implora il superiore: “Mi perdoni, sono di peso... Babbo mio, come farò per ricambiarla di tanta carità?”. “Preghi per me in paradiso”. “Sì, pregherò”, conclude Giovanni. “Bisogna ricevere i sacramenti”, gli dicono. “Finalmente”, risponde il malato con gli occhi innocenti e puri che brillano di festa. 

Sentendo prossima la fine chiede che gli leggano la vita di san Paolo della Croce e precisamente il capitolo che tratta dell’amore di Dio.

Così il moretto venuto dal mare, naufrago felice nell’amore di Dio, approda alla vita eterna… E’ il 12 dicembre 1905. E’ trascorso appena un anno dall’ordinazione sacerdotale. Sepolto nel locale cimitero, nel 1932 le sue spoglie sono esumate e trasferite nella chiesa delle monache passioniste di Ripatransone (Ascoli Piceno). Il 9 giugno del 1983 viene dichiarato venerabile. Dal 27 gennaio 1985 riposa nella chiesa abbaziale di San Benedetto del Tronto. Qui Giovanni, missionario come aveva sempre sognato, parla al cuore dei suoi devoti ed attende la glorificazione.


(Stralci tratti dal sito Santi e Beati – www.santiebeati.it)

Abbiamo un Padre che ci vuole bene

Pregate per i peccatori; è la più bella e la più utile delle preghiere; infatti, i giusti sono sulla via del cielo, le anime del Purgatorio sono sicure di entrarci, ma i poveri peccatori... i poveri peccatori... tutte le devozioni sono buone ma non ce n’è di migliori di quella.

Gesù Cristo si mostra pronto a fare la nostra volontà, se noi cominciamo a fare la sua.

Per fare bene le cose, bisogna farle come le vuole Dio, in tutta conformità ai suoi disegni.

Una persona che è in stato di peccato è sempre triste. Nonostante il suo darsi da fare, è disgustata, annoiata di tutto.

L’unico e sicuro mezzo per piacere a Dio è di rimanere sottomesso alla sua volontà in ogni circostanza della vita.
Il demonio viene soltanto quando perdiamo la
presenza di Dio, perché sa bene che altrimenti non ci guadagnerebbe niente.

Il mezzo per abbattere il demonio quando suscita in noi pensieri di odio contro coloro che ci hanno fatto del male, è di pregare subito per essi. Ecco come si arriva a vincere il male col bene, ed ecco come sono i santi.

L’uomo non è soltanto una bestia da lavoro, è anche uno spirito creato ad
immagine di Dio! Non ha soltanto bisogni materiali e desideri grossolani; egli ha i bisogni dell’anima e le esigenze del cuore.Non vive soltanto di pane, vive di preghiere, vive di fede, di adorazione e di amore. 
 
Per gli uni, è la malattia che li prova e li purifica; per altri, è la povertà; 
per questi, è l’ignoranza e il disprezzo che li accompagnano sfortunatamente tra gli uomini del mondo; per quelli, i dolori interiori e morali; e per tutti, è la sofferenza varia e rappresentata in mille modi. 

Ho pensato spesso che la vita di una povera domestica che non ha altra volontà se non quella dei suoi padroni, se ella sa mettere a profitto questa rinunzia, può essere tanto gradita a Dio quanto la vita di una religiosa che è sempre di fronte alla regola.

Non bisogna mai guardare da dove vengono le croci: vengono da Dio. E’
sempre Dio che ci dà questo mezzo per provargli il nostro.
O Gesù, conoscerti è amarti! Se sapessimo quanto Nostro Signore ci ama,
moriremmo di gioia! Non credo che ci sono cuori così duri da non amare,
vedendosi tanto amati...

L’unica felicità che abbiamo sulla terra, è di amare Dio e di sapere che Dio ci
ama.
(Alcuni pensieri del Curato D’Ars -S. Giovanni Maria Vianney- in Scritti Scelti Città Nuova – 1976)

Obbediente fino alla morte e... a una morte di croce!

[ Vi ripropongo un post che misi l'anno scorso prima di Pasqua, per far sapere a tutti quanto Gesù soffrì per noi morendo in croce. Di seguito dunque la relazione di un medico su cosa si patisce sulla croce. E questo proprio oggi: che è Venerdì Santo, giorno in cui la Chiesa ricorda la crocifissione e morte di Gesù
Il Pio ]



«Io sono soprattutto un chirurgo; ho insegnato a lungo. Per 13 anni sono vissuto in compagnia di cadaveri; durante la mia carriera ho studiato a fondo l'anatomia. Posso dunque scrivere senza presunzione ». «Gesù entrato in agonia nell'orto del Getsemani - scrive l'evangelista Luca - pregava più intensamente. E diede in un sudore come di gocce di sangue che cadevano fino a terra ». Il solo evangelista che riporta il fatto è un medico, Luca. E lo fa con la precisione di un clinico. Il sudar sangue, o ematoidròsi, è un fenomeno rarissimo. Si produce in condizioni eccezionali: a provocarlo ci vuole una spossatezza fisica, accompagnata da una scossa morale violenta, causata da una profonda emozione, da una grande paura. Il terrore, lo spavento, l'angoscia terribile di sentirsi carico di tutti i peccati degli uomini devono aver schiac­ciato Gesù. Questa tensione estrema produce la rottura delle finis­sime vene capillari che stanno sotto le ghiandole sudori­pare... Il sangue si mescola al sudore e si raccoglie sulla pelle; poi cola per tutto il corpo fino a terra. Conosciamo la farsa di processo imbastito dal Sine­drio ebraico, l'invio di Gesù a Pilato e il ballottaggio della vittima fra il procuratore romano ed Erode. Pilato cede e ordina la flagellazione di Gesù. I soldati spogliano Gesù e lo legano per i polsi a una colonna dell'atrio. La flagel­lazione si effettua con delle strisce di cuoio multiplo su cui sono fissate due palle di piombo o degli ossicini. Le tracce sulla Sindone di Torino sono innumerevoli; la maggior parte delle sferzate è sulle spalle, sulla schiena, sulla re­gione lombare e anche sul petto. I carnefici devono essere stati due, uno da ciascun lato, di ineguale corporatura. Colpiscono a staffilate la pelle, già alterata da milioni di microscopiche emorragie del sudor di sangue. La pelle si lacera e si spacca; il sangue zampilla. A ogni colpo il corpo di Gesù trasale in un sopras­salto di dolore. Le forze gli vengono meno: un sudor freddo gli imperla la fronte, la testa gli gira in una verti­gine di nausea, brividi gli corrono lungo la schiena. Se non fosse legato molto in alto per i polsi, crollerebbe in una pozza di sangue. Poi lo scherno dell'incoronazione. Con lunghe spine, più dure di quelle dell'acacia, gli aguzzini intrecciano una specie di casco e glielo applicano sul capo. Le spine penetrano nel cuoio capelluto e lo fanno san­guinare (i chirurghi sanno quanto sanguina il cuoio ca­pelluto). Dalla Sindone si rileva che un forte colpo di bastone dato obliquamente, lasciò sulla guancia destra di Gesù una orribile piaga contusa; il naso è deformato da una frattura dell'ala cartilaginea. Pilato, dopo aver mostrato quello straccio d'uomo alla folla inferocita, glielo consegna per la crocifissione. Caricano sulle spalle di Gesù il grosso braccio orizzon­tale della croce; pesa una cinquantina di chili. Il palo verti­cale è già piantato sul Calvario. Gesù cammina a piedi scalzi per le strade dal fondo irregolare cosparso di ciottoli. I soldati lo tirano con le corde. Il percorso, fortunatamente, non è molto lungo, circa 600 metri. Gesù a fatica mette un piede dopo l'altro; spesso cade sulle ginocchia. E sempre quella trave sulla spalla. Ma la spalla di Gesù è coperta di piaghe. Quando cade a terra la trave gli sfugge e gli scortica il dorso. Sul Calvario ha inizio la crocifissione. I carnefici spo­gliano il condannato; ma la sua tunica è incollata alle piaghe e il toglierla è semplicemente atroce. Non avete mai staccato la garza di medicazione da una larga piaga contusa? Non avete sofferto voi stessi questa prova che richiede talvolta l'anestesia generale? Potete allora rendervi conto di che si tratta. Ogni filo di stoffa aderisce al tessuto della carne viva; a levare la tunica, si lacerano le terminazioni nervose messe allo scoperto nelle piaghe. I carnefici dànno uno strappo violento. Come mai quel dolore atroce non provoca una sincope? Il sangue riprende a scorrere; Gesù viene steso sul dorso. Le sue piaghe s'incrostano di polvere e di ghiaietta. Lo distendono sul braccio orizzontale della croce. Gli aguzzini prendono le misure. Un giro di succhiello nel legno per facilitare la penetrazione dei chiodi e l'orribile supplizio ha inizio. Il carnefice prende un chiodo (un lungo chiodo appuntito e quadrato), lo appoggia sul polso di Gesù; con un colpo netto di martello glielo pianta e lo ribatte saldamente sul legno. Gesù deve avere spaventosamente contratto il viso. Nello stesso istante il suo pollice, con un movimento violento, si è messo in opposizione nel palmo della mano: il nervo mediano è stato leso. Si può immaginare ciò che Gesù deve aver provato: un dolore lancinante, acutissimo che si è diffuso nelle sue dita, è zampillato, come una lingua di fuoco, nella spalla, gli ha folgorato il cervello il dolore più insopportabile che un uomo possa provare, quel­lo dato dalla ferita dei grossi tronchi nervosi. Di solito provoca una sincope e fa perdere la conoscenza. In Gesù no. Almeno il nervo fosse stato tagliato netto! Invece (lo si constata spesso sperimentalmente) il nervo è stato di­strutto solo in parte: la lesione del tronco nervoso rimane in contatto col chiodo: quando il corpo di Gesù sarà sospeso sulla croce, il nervo si tenderà fortemente come una corda di violino tesa sul ponticello. A ogni scossa, a ogni movimento, vibrerà risvegliando il dolore straziante. Un supplizio che durerà tre ore. Anche per l'altro braccio si ripetono gli stessi gesti, gli stessi dolori. Il carnefice e il suo aiutante impugnano le estremità della trave; sollevano Gesù mettendolo prima seduto e poi in piedi; quindi facendolo camminare all'indietro, lo addos­sano al palo verticale. Poi rapidamente incastrano il brac­cio orizzontale della croce sul palo verticale. Le spalle di Gesù hanno strisciato dolorosamente sul legno ruvido. Le punte taglienti della grande corona di spine hanno lacerato il cranio. La povera testa di Gesù è inclinata in avanti, poiché lo spessore del casco di spine le impedisce di riposare sul legno. Ogni volta che Gesù sol­leva la testa, riprendono le fitte acutissime. Gli inchiodano i piedi. È mezzogiorno. Gesù ha sete. Non ha bevuto nulla né mangiato dalla sera precedente. I lineamenti sono tirati, il volto è una maschera di sangue. La bocca è semiaperta e il labbro inferiore già comincia a pendere. La gola è secca e gli brucia, ma Gesù non può deglutire. Ha sete. Un soldato gli tende, sulla punta di una canna, una spugna imbevuta di una bevanda acidula in uso tra i militari. Ma questo non è che l'inizio di una tortura atroce. Uno strano fenomeno si produce nel corpo di Gesù. I muscoli delle braccia si irrigidiscono in una contrazione che va accentuandosi: i deltoidi, i bicipiti sono tesi e rilevati, le dita si incurvano. Si tratta di crampi. Alle cosce e alle gambe gli stessi mostruosi rilievi rigidi; le dita dei piedi si incurvano. Si direbbe un ferito colpito da tetano, in preda a quelle orribili crisi che non si possono dimenti­care. È ciò che i medici chiamano tetanìa, quando i crampi si generalizzano: i muscoli dell'addome si irrigidiscono in onde immobili; poi quelli intercostali, quelli del collo e quelli respiratori. Il respiro si è fatto a poco a poco più corto. L'aria entra con un sibilo ma non riesce quasi più a uscire. Gesù respira con l'apice dei polmoni. Ha sete di aria: come un asmatico in piena crisi, il suo volto pallido a poco a poco diventa rosso, poi trascolora nel violetto purpureo e infine nel cianotico. Gesù, colpito da asfissia, soffoca. I polmoni, gonfi d'arìa non possono più svuotarsi. La fronte è imperlata di sudore, gli occhi gli escono fuori dall'orbita. Che dolori atroci devono aver martellato il suo cranio! Ma cosa avviene? Lentamente, con uno sforzo sovru­mano, Gesù ha preso un punto di appoggio sul chiodo dei piedi. Facendosi forza, a piccoli colpi, si tira su, allegge­rendo la trazione delle braccia. I muscoli del torace si distendono. La respirazione diventa più ampia e profonda, i polmoni si svuotano e il viso riprende il pallore primitivo. Perché tutto questo sforzo? Perché Gesù vuole par­lare: « Padre, perdona loro: non sanno quello che fanno ». Dopo un istante il corpo ricomincia ad afflosciarsi e l'asfissia riprende. Sono state tramandate sette frasi di Gesù dette in croce: ogni volta che vuol parlare, Gesù dovrà sollevarsi tenendosi ritto sui chiodi dei piedi... Inimma­ginabile! Uno sciame di mosche (grosse mosche verdi e blu come se ne vedono nei mattatoi e nei carnai), ronza attorno al suo corpo; gli si accaniscono sul viso, ma egli non può scacciarle. Fortunatamente, dopo un po', il cielo si oscura, il sole si nasconde: d'un tratto la temperatura si abbassa. Fra poco saranno le tre del pomeriggio. Gesù lotta sempre; di quando in quando si risolleva per respirare. È l'asfissia periodica dell'infelice che viene strozzato e a cui si lascia riprendere fiato per soffocarlo più volte. Una tor­tura che dura tre ore. Tutti i suoi dolori, la sete, i crampi, l'asfissia, le vibra­zioni dei nervi mediani, non gli hanno strappato un lamento. (…) «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abban­donato?». Ai piedi della croce stava la madre di Gesù. Potete immaginare lo strazio di quella donna? Gesù dà un grido: « È finito ». E a gran voce dice ancora: «Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito ». E muore.

(Dal sito www.preghiereagesùemaria.it)

La Chiesa soffre, ma è indistruttibile


“La Chiesa soffre perché perseguitata dall’esterno e tradita dall’interno e per questo “ha bisogno di apostoli che, vivendo l’Eucaristia col cuore, compiano opere grandi”.



Mi ha colpito particolarmente questa lettera di Padre Livio Fanzaga di Radio Maria. Ve la giro immediatamente. Buona lettura. 
Il Pio



« Cari amici, Nel messaggio del 2 dicembre la Regina della Pace ci rivela il mistero della Chiesa, comunione fra il Cielo e la terra, realizzata dall’amore che Gesù ci dona attraverso il cuore di Maria: “Gesù cerca la comunione tra il Cielo e la terra, tra il Padre Celeste e voi, miei figli, la sua Chiesa”. Dobbiamo sentirci partecipi di questo mistero d’amore e perciò pregare molto ed amare la Chiesa a cui apparteniamo perché in questo momento sta soffrendo: “Ora la Chiesa soffre ed ha bisogno di apostoli che, amando la comunione, testimoniando e dando, mostrino le vie di Dio”.
La Chiesa soffre perché perseguitata dall’esterno e tradita dall’interno e per questo “ha bisogno di apostoli che, vivendo l’Eucaristia col cuore, compiano opere grandi”.  La Madonna ci assicura che la Chiesa è indistruttibile perché in essa è presente Cristo. Per questo ci invita a non avere paura: “Figli miei, la Chiesa è stata perseguitata e tradita fin dai suoi inizi, ma è cresciuta di giorno in giorno. È indistruttibile, perché mio Figlio le ha dato un cuore: l’Eucaristia”. La Madonna ci chiama ad aiutare la Chiesa con la preghiera, l’offerta della sofferenza, l’amore che si prodiga e la testimonianza senza timore. In particolare ci dice: “Pregate per i vostri pastori, affinché abbiano la forza e l’amore per essere dei ponti di salvezza. Vi ringrazio!” Vostro Padre Livio»

(dalla Newsletter di Radio Maria del 3/12/2015 - http://www.radiomaria.it/) 

Sofferenza, malattia, dolore, sacrificio...

…La storia del Bambino di Nazareth è una storia di dolore ed è come una grande strada su cui tutti gli uomini, senza distinzione, devono camminare: ma vi è chi la percorre bestemmiando; vi è chi la percorre scuotendo la testa incredulo e senza persuasione; vi è chi la percorre come un lungo lamento, intontito, senza comprendere la meta divina; vi è infine chi la percorre con religiosa rassegnazione: vero martire, cioè testimone di Gesù Cristo – come Stefano -, è colui che si sforza almeno di percorrerla con amore. La vita dell’uomo è colma di fatiche, di rinunce, di dolore: ma l’uomo è attaccato alla sua vita terrena con un istinto formidabile; l’uomo su di essa fabbrica tutti i suoi sogni; in essa colloca tutte le sue speranze; per essa spende tutte le sue fatiche; per tenere la sua vita terrena l’uomo rinuncerebbe volentieri alla certezza di una vita felice nell’aldilà; il dolore e le pene che trova, si sforza bene di diminuirle: con un istinto profondo di egoismo, che cerca di scaricare su chi lo circonda la maggior quantità possibile di pesi, che cerca di asservirsi gli altri, che del bisogno e delle pene del prossimo si disinteressa con sollecitudine. In questa mentalità ogni malato è tenuto come un tollerato; ogni povero è un disgraziato; chi piange, un infelice; ogni essere debole e impotente, una cosa disprezzabile; ogni anima mite, un obbrobrio; ogni individuo poco quotato in società, un fallito. Così sorge l’abborrimento a ciò che costa, la nausea del dovere che impone fatica, l’odio al sacrificio…Un giorno Gesù si azzardò a dire chiaramente ai discepoli che Egli di lì a poco sarebbe dovuto essere crocifisso. Pietro, presolo per un braccio, si mise a rimproverarlo che così parlasse. Gesù, alzato lo sguardo severo ai discepoli, e con una voce che deve aver fatto rimanere assai male il povero Pietro: «Indietro, Satana – gli intimò -, tu ragioni non collo Spirito di Dio, ma collo spirito di questo mondo». Indietro, Satana! La distinzione tra Cristo e l’anticristo, fra il cristiano e il non cristiano sta proprio in questa valutazione del sacrificio e della vita. Il sacrificio ha una funzione redentrice, perché è la strada che Cristo ha battuto per salvarci e che ognuno di noi deve seguire per giungere alla sua vera casa… Indietro, Satana! aveva risposto Cristo a Pietro; e levando poi la voce perché l’avesse a sentire anche la folla che gli s’andava accalcando intorno: «Chi mi vuol seguire, su, prenda la sua croce. Perché chi non vuole soffrire ora, soffrirà per sempre; ma chi si sacrificherà ora, godrà per sempre. Che importa a un uomo il divenir padrone dell’universo, se poi perde l’anima sua? Che cosa in cambio darà l’uomo per la sua anima?»… (Stralci dall'Omelia di Luigi Giussani per la festa di Santo Stefano Desio, 26 dicembre 1944).

Ascoltare e sentire.

San Paolo diceva che la fede passa attraverso l’ascolto ( Fides ex auditu ). La fede non è infatti—fatti salvi casi particolarissimi—un'...