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Riflessione sul Paradiso.

 


San Massimiliano Kolbe (1894-1941) prete polacco, è un santo famosissimo in quasi tutto il mondo. Forse un po’ meno si conoscono i suoi ultimi giorni di vita. Questi infatti, dimostrano quanto sia grande un santo, un semplice uomo cioè che vuole mettere tutta la vita nelle mani di Dio ed accetta tutto quello che Dio gli mette davanti nella vita (di bello o di brutto), scansando ogni volta, quanto è inutile o nocivo per andare e far andare in Paradiso. Alla fine della sua vita piena di grandi opere, P. Kolbe il 28 maggio 1941 venne deportato nel terribile campo di concentramento di Auschwit. Qui—come in molti altri campi nazisti—vigeva una legge ferrea: per la fuga di un prigioniero, dieci persone dello stesso blocco, venivano condannati a morire di fame in un sotterraneo (e non c’erano eccezioni). Quando all'appello della sera, al rientro dalla mietitura dei campi, risultò che un prigioniero non era tornato, tutti capirono che sarebbero iniziati i problemi; cominciò a serpeggiare tra i prigionieri il terrore e l'angoscia per una fine vicina e terribile. Il Comandante tedesco, senza perdere tempo, applicando il Regolamento, scelse con un cenno della mano i dieci che dovevano morire. Nel gruppo di questi c’era tal Francesco Gajowniczek, padre di famiglia e soldato polacco; egli, pensando alla sua famiglia, fu colto dalla disperazione. P. Kolbe, che non era nel gruppo dei dieci sventurati, subito, senza indugio si diresse verso il Comandante del campo. Gli disse: «Sono un sacerdote cattolico polacco; sono anziano, voglio prendere il suo posto, perchè egli ha moglie e figli». Si racconta che quel cuore di pietra del Comandante nazista, fu colto da stupore e meraviglia. Accettò quella insolita proposta (i conti per lui tornavano comunque: dieci dovevano essere e dieci erano, il Regolamento era stato rispettato, altro non importava). Padre Kolbe insieme agli altri condannati fu avviato verso il blocco 11. Qui le vittime furono denudate e rinchiuse in una piccola cella, in cui dovevano morire di fame e di sete. Ma da questo tetro luogo, invece di urla, pianti e disperazione, questa volta si udirono preghiere e canti. Alla disperazione dunque, prese il posto la preghiera e canti di lode al Signore, grazie a padre Kolbe. Morirono tutti un po’ alla volta, Padre Kolbe li ha guidati, attraverso il cammino della croce, alla vita eterna. Grande testimonianza cristiana fu data anche a tutto il campo. Rimasero nel bunker per due settimane, le voci ogni giorno che passava, erano sempre di meno e più flebili, fino quasi a divenire un sussurro. Ma c'erano sempre. Alla fine i nazisti che avevano bisogno della cella della morte per metterci altre persone, decisero di svuotarla. Erano rimasti in vita solo quattro uomini tra cui Padre Massimiliano. Vennero uccisi con un'iniezione di acido fenico; p. Kolbe aveva così trasformato la cella della morte senza speranza, in un cenacolo di preghiera, di fede e speranza, di preparazione alla morte e al Paradiso, per tutti i condannati. «Porse lui stesso, con la preghiera sulle labbra, il braccio al carnefice», raccontò un testimone. Le ultime parole furono «Ave Maria». Lo trovarono qualche ora dopo, «appoggiato al muro, con la testa inclinata sul fianco sinistro e il volto insolitamente raggiante. Aveva gli occhi aperti e concentrati in un punto. Lo si sarebbe detto in estasi». Era la vigilia dell'Assunta, di una festa della Madre di Dio, che egli aveva sempre amato, chiamandola con il nome di «dolce mamma». L’indomani il suo corpo venne bruciato nel forno crematorio e le sue ceneri si mescolarono a quelle di tanti altri condannati.

Pongo alla vostra attenzione una sua riflessione, perché possa aiutare anche noi di oggi, che non stiamo nè in guerra nè sotto il nazismo, ma pur sempre in un modo brutto e brutale, perché drammaticamente scristianizzato. Ci possa essa aiutare durante la strada della nostra vita, qualunque essa sia, breve, lunga, bella o brutta… per arrivare nel luogo che tutti in desideriamo, in Paradiso.

«Riflessione sul Paradiso: Tutto ciò che vediamo, sentiamo e proviamo non soddisfa appieno i nostri desideri. Noi vogliamo di più, ma questo “di più” non c’è. Vogliamo che duri più a lungo, ma qui inesorabilmente e sempre sopraggiunge la fine. In paradiso sarà tutto il contrario. Lì c’è il Bene, la Bellezza infinita: Dio è la felicità senza fine. La differenza, quindi, è assolutamente infinita (Padre Massimiliano Kolbe)».

Il Pio


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