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Ridateci Dusty il canguro!

Tanti anni fa nella metropolitana di Milano c’erano delle foto per spiegare come procedere all’arrivo del treno. Su una c’era scritto “no” e faceva vedere le persone che uscivano dal vagone e quelle che entravano ammassate uno sull’altra, allo stesso tempo, con l’evidente difficoltà a entrare e a uscire. Sull’altra c’era scritto “si” e si vedevano le persone che dovevano entrare mettersi ordinatamente ai lati della porta per permettere alle persone all’interno del vagone di uscire. Ero bambino e ogni volta apprezzavo quelle foto perché vedevo che tutte le persone facevano proprio così, nessuno sgarrava. Anche io e i miei genitori. Quelle foto ci facevano vedere una cosa ovvia, ma spesso le cose ovvie quando c’è una massa di persone a pensare e a agire, non sempre sono tali e soprattutto vengono in mente. In quegli stessi tempi sui pullman che dalla periferia dove abitavo mi portavano a Milano, leggevo sempre la scritta “vietato sputare” che mi faceva tanto ridere, ma che ci richiamava tutti a un comportamento pulito, dentro quel luogo pubblico, cioè di tutti. Pochi anni dopo la TV di Stato mandava dei brevissimi spot educativi a cartoni animati, dopo il telegiornale, con un personaggio che si chiamava Dusty. Era un canguro e compariva sempre quando uno sporcava, buttava cartacce per terra, faceva tanto rumore inutile,… e alla sua presenza il personaggio maleducato, si vergognava di se stesso, si autotrasformava in un porcellino e dopo aver rimediato al suo precedente comportamento poco urbano, ritornava un essere umano sorridente e dava amichevolmente la mano a Dusty che la stringeva contento. Con Dusty che compariva in TV ogni giorno, buttare per terra una cartaccia era divenuto davvero problematico: ti sentivi in colpa se lo facevi e aspettavi l'arrivo improvviso del mitico Dusty. Erano gli anni settanta. Poi Dusty è sparito dalla TV. Poco dopo la ventata contestataria prese anche il campo dell’educazione e dunque era sbagliato educare, come era vietato vietare, i bambini avevano già dentro di sé —si diceva—i criteri per capire cosa fare e non fare, alla faccia del peccato originale e della realtà, quella vera; educare come vietare, era un’imposizione culturale, una disumanizzazione, frutto di anni di buio dai quali occorreva uscire per essere liberi veramente. Quel modo di guardare la realtà è arrivato fino a oggi, molti genitori, scuole e parrocchie hanno ritenuto giusto non educare più i giovani perché evidentemente sbagliato e poi c’era il pericolo che “scappassero”, e ancora—diciamola tutta— educare è un impegno e una fatica, un rischio soprattutto, e dunque si deve fuggire. E quella paura di educare ha fatto crescere diverse generazioni come allo stato brado e ora non hanno la minima idea di come vivere normalmente e soprattutto di come un giovane deve essere tirato su. Ora i genitori di fronte alla pretesa del figlio di avere un motorino griffato e alla moda o di un costosissimo cellulare dell’ultimissima generazione, non pensano se gli serve davvero o cosa ci farà, ma solo il fatto che “ce l’hanno tutti gli altri” e dunque che farebbero una figuraccia a non comprare quelle cose ai loro pargoli. “Cosa diranno gli altri?” è la loro unica preoccupazione. D’altra parte oggi le mamme si onorano di essere “amiche” delle loro figlie. (Bene, ma i genitori, a quelle là, chi glieli fa?). E tutto questo è un male. Negli anni settanta ero piccolino e mi chiedevo “ma perché non richiamano Dusty?” quando assistevo a comportamenti maleducati o illogici. Ancora oggi mi dico «ridateci qualcuno che ci dica cosa è normale e giusto fare». «Ridateci qualcuno che abbia il coraggio di educare». «Ridateci uno che è contento di educare». Ridateci Dusty, il canguro!
Il Pio

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