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La porta stretta

Tutti possono entrare nella vita eterna, ma per tutti la porta è "stretta". Non ci sono privilegiati. Il passaggio alla vita eterna è aperto a tutti, ma è "stretto" perché è esigente, richiede impegno, abnegazione, mortificazione del proprio egoismo.

... Durante la sua ultima salita verso Gerusalemme, un tale gli chiede: "Signore, sono pochi quelli che si salvano?". E Gesù risponde: "Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno" (Lc 13, 23-24). Che significa questa "porta stretta"? Perché molti non riescono ad entrarvi? Si tratta forse di un passaggio riservato solo ad alcuni eletti? In effetti, questo modo di ragionare degli interlocutori di Gesù, a ben vedere è sempre attuale: è sempre in agguato la tentazione di interpretare la pratica religiosa come fonte di privilegi o di sicurezze. 

In realtà, il messaggio di Cristo va proprio in senso opposto: tutti possono entrare nella vita, ma per tutti la porta è "stretta". Non ci sono privilegiati. Il passaggio alla vita eterna è aperto a tutti, ma è "stretto" perché è esigente, richiede impegno, abnegazione, mortificazione del proprio egoismo. Ancora una volta, come nelle scorse domeniche, il Vangelo ci invita a considerare il futuro che ci attende e al quale ci dobbiamo preparare durante il nostro pellegrinaggio sulla terra. La salvezza, che Gesù ha operato con la sua morte e risurrezione, è universale. Egli è l'unico Redentore e invita tutti al banchetto della vita immortale. Ma ad un'unica e uguale condizione: quella di sforzarsi di seguirlo ed imitarlo, prendendo su di sé, come Lui ha fatto, la propria croce e dedicando la vita al servizio dei fratelli. Unica e universale, dunque, è questa condizione per entrare nella vita celeste. 

Nell'ultimo giorno - ricorda ancora Gesù nel Vangelo - non è in base a presunti privilegi che saremo giudicati, ma secondo le nostre opere. Gli "operatori di iniquità" si troveranno esclusi, mentre saranno accolti quanti avranno compiuto il bene e cercato la giustizia, a costo di sacrifici. Non basterà pertanto dichiararsi "amici" di Cristo vantando falsi meriti: "Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze" (Lc 13, 26).

La vera amicizia con Gesù si esprime nel modo di vivere: si esprime con la bontà del cuore, con l'umiltà, la mitezza e la misericordia, l'amore per la giustizia e la verità, l'impegno sincero ed onesto per la pace e la riconciliazione. Questa, potremmo dire, è la "carta d'identità" che ci qualifica come suoi autentici "amici"; questo è il "passaporto" che ci permetterà di entrare nella vita eterna.

Cari fratelli e sorelle, se vogliamo anche noi passare per la porta stretta, dobbiamo impegnarci ad essere piccoli, cioè umili di cuore come Gesù. Come Maria, sua e nostra Madre. Lei per prima, dietro il Figlio, ha percorso la via della Croce ed è stata assunta nella gloria del Cielo, come abbiamo ricordato qualche giorno fa. Il popolo cristiano la invoca quale Ianua Caeli, Porta del Cielo. Chiediamole di guidarci, nelle nostre scelte quotidiane, sulla strada che conduce alla "porta del Cielo".

(Benedetto XVI, Angelus Palazzo Apostolico, Castel Gandolfo, 26 agosto 2007)

E' una società che non si ama


Le crisi dell'insegnamento non sono una crisi dell'insegnamento; sono crisi di vita;
denunciano rappresentano crisi di vita e sono crisi di vita esse stesse


La crisi dell'insegnamento non è una crisi dell'insegnamento; non c'è crisi dell'insegnamento; non c'è mai stata crisi dell'insegnamento; le crisi dell'insegnamento non sono una crisi dell'insegnamento; sono crisi di vita; denunciano rappresentano crisi di vita e sono crisi di vita esse stesse; sono crisi di vita parziale, eminenti, che annunciano e accusano crisi della vita generale; o se si vuole, le crisi di vita generali, le crisi di vita sociali si aggravano, si radunano, culminano in crisi dell'insegnamento, che sembrano particolari o parziali, ma che in realtà sono totali, perchè rappresentano il tutto della vita sociale; e infatti all'insegnamento che le prove eterne attendono, per così dire, la cambievole umanità. il resto di una società può passare, truccato, mascherato; l'insegnamento non passa; quando una società non può insegnare, non è che manca accidentalmente di un apparato e d'una industria quando una società non può insegnare e che questa società non può insegnarsi; è che ha vergogna, ha paura lei stessa di insegnarsi; per ogni umanità, insegnare, è in fondo insegnarsi; una società che non insegna è una società che non si ama; che non si stima; e questo è precisamente il caso della società moderna.
(Charles Peguy, "Per il rientro a scuola" in Lui è qui - Pagine scelte ed. BUR)

Sopra e sotto la terra

«... Questo per me è il significato della festa di questa mattina e gli alberelli che voi bambini pianterete dentro la terra sono come il legame fra la morte e la vita: fra la vita che sta sopra e la morte che sta sotto. E se l'avvenire dell'albero e il suo progresso verso l'alto sono sopra la terra, le radici sono sotto la terra. E ciò significa che l'avvenire è alimentato dal passato. Guai a coloro che non coltivano il ricordo del passato: sono gente che seminano non sulla terra ma sul cemento...»
(Peppone in "Ricordando una vecchia maestra di campagna" da Don Camillo della Bassa, G. Guareschi, BUR)

Che cos'è il Natale?


Che cos'è il Natale? Iddio, amandoci, vuole intessere un colloquio con gli uomini, stabilire con noi rapporti di familiarità. Vuole che lo invochiamo come Padre nostro; diventa per noi fratello e vuole essere nostro ospite.


«...Che cosa c’è dietro la scena esteriore del Presepio? C’è l’Incarnazione, la discesa di Dio sulla terra. Qui è la sublime realtà: basta il semplice annunzio per accendere ed alimentare una nostra meditazione senza fine.
Primo commento vuol essere una parola, semplice e pur essa ricca, così da suscitare nelle anime una fervente contemplazione gioiosa. Che cosa è il Natale? È l’incarnazione, è la venuta di Dio sulla terra. Cioè: noi vediamo Iddio che entra nella scena del mondo. E come e perché? Chiunque abbia una qualche cognizione della realtà che ci circonda, dell’universo, resta sicuramente ammirato della sua grandezza incommensurabile, della arcana sapienza da cui è diretto. Le leggi che si riflettono in questo universo sono così varie, intrecciate, infallibili da offrirci sì un’immagine del Creatore, ma un’immagine che ci lascia pieni di sbigottimento e quasi di timore. Appaiono così inesorabili queste leggi dell’universo, così insensibili, così fatali da lasciarci qualche volta incapaci di saper porre al vertice, su di esse, un Dio personale, un Dio che sente, che parla, che conosce noi, invitati a colloquio proprio con gli ammirevoli ordinamenti che regolano il creato.
Ma c’è un punto, nel complesso della grande realtà, che noi possiamo conoscere: e questo punto risplende oggi in modo preminente: è il Natale. In esso Dio si rivela nella sua infinita carità; rivela se stesso. In quale forma, in quale maniera? forse della potenza, della grandezza, della bellezza? No; il Signore si è rivelato in amore, in bontà. «Sic Deus dilexit mundum ut Filium suum unigenitum daret». Il cuore dell’Onnipotente si apre! Dietro la scena del Presepio c’è l’infinita tenerezza del Creatore che ama. In una parola: c’è la Bontà infinita. Iddio, amandoci, vuole intessere un colloquio con gli uomini, stabilire con noi rapporti di familiarità. Vuole che lo invochiamo come Padre nostro; diventa per noi fratello e vuole essere nostro ospite. È la Santissima Trinità a dare i suoi raggi a coloro che hanno occhi per scorgere e capacità di comprendere, ed ammirare, così, il mistero aperto di Dio...».

(Santa Messa nella Basilica Vaticana Omelia di Paolo VI Solennità del Santo Natale, 25 dicembre 1963)

Le braghe su!

La furia distruttiva arriva a cancellare ora anche Babbo Natale che porta i doni ai bambini: spaventa gli immigrati! L’ideologia è terribile; privilegia l’Idea al posto della realtà e se la realtà è diversa dall’Idea, tanto peggio per la realtà!

Continua la furia ideologica. Quella del dover cancellare tutto il passato, per non mancare di rispetto agli stranieri. Stranieri che però non ci rispettano proprio e non gliene importa nulla né di noi, nè del nostro passato. Anzi. Molti di loro in Italia hanno l'intenzione di portare e imporre la loro cultura e le loro idee, tanto per capire meglio la situazione. Questa furia dunque va avanti lo stesso e sfiora quasi il ridicolo. Dopo i crocifissi, le feste di Natale, le preghiere, il Tu scendi dalla stelle da eliminare, la furia “iconoclasta” ora arriva anche Babbo Natale. Sì, il vecchietto con la barba bianca il vestito e il cappello rosso che porta i regali ai bambini. E’ toccato pure a lui. Dai giornali di ieri si è letto che la dirigente di un asilo di Ostia ha vietato l’ingresso a Babbo Natale che da anni arrivava sotto Natale per portare i regali a tutti i bimbi col grembiulino. Infatti il pancione in tuta rossa avrebbe potuto spaventare i figli degli immigrati. Babbo Natale, spaventare i bimbi! Con i doni per ciascuno in mano! Vi rendete conto? Sembra una barzelletta, ma è la realtà. Se le nostre idee non le fondiamo su qualcosa di stabile, esse si avvilupperanno tra di loro e saranno sempre più intrecciate e lontane dalla realtà, partorendo mostri che ci divoreranno. L’ideologia è terribile, perchè essa privilegia l’Idea al posto della realtà e se la realtà è diversa dall’Idea, la realtà deve cambiare. Pure se si arriva al ridicolo, la realtà deve cambiare. Ma se l’Idea è bacata, la realtà diverrà bacata pure lei. Se l’Idea che la nostra tradizione secolare turba gli immigrati, dovesse procedere oltre, dopo aver cancellato persino Babbo Natale, pensate, dove potrà mai arrivare? Allora saremo davvero pronti per l’invasione di una “cultura” più brutta, ma più forte della nostra. Saremo pronti, perché saremo morti di fatto come popolo e come Nazione. E un popolo morto si sottomette con la massima facilità. E’ il suicidio! Ci stiamo ammazzando da noi stessi, calandoci le braghe sempre più in basso. Ma le braghe devono stare su! Le braghe, su! Le braghe, su! Esto vir! Sii uomo! Io certo non darò la vita per Babbo Natale. Ma Gesù non può essere tolto dalla nostra storia quotidiana e con Lui dunque la nostra libertà umana, le nostre idee, i nostri luoghi,... non possono essere cancellati per rispetto a altri. Forte invece deve essere la nostra testimonianza verso Qualcosa di grande e di Bello. Io non so perché siamo arrivati a avere un’Idea sulla realtà così contorta e triste (lo suppongo). Un’Idea che alla fine volge per cancellare soprattutto il cristianesimo e tutto quello che da questo è nato in duemila anni. Ma i primi a non accorgersi di questo sono proprio i cristiani, che hanno sempre i sensi di colpa su cose che non hanno fatto e pronti a seguire il mondo per non restare fuori, ancorchè sconsigliati da Gesù di vivere così. Siamo rimasti in pochi, ma una difesa al massacro in corso, la possiamo ancora organizzare.
Il Pio

"Per li peccati permette cotali pestilenze"


«Per li peccati Iddio permette cotali cose e pestilenze: e troppo è più pericolosa la fiamma dello inferno, la quale ha da durare eternalmente alli dannati, che non è la rabbia del lupo, il quale non può uccidere se non il corpo. Tornate dunque, carissimi, a Dio, e fate degna penitenza dei vostri peccati; e Dio vi libererà dal lupo nel presente tempo, e nel futuro dal fuoco infernale». Del santissimo miracolo che fece san Francesco quando convertì il ferocissimo lupo d’Agobio.


«Al tempo che san Francesco dimorava nella città d’Agobio, nel contado d’Agobio apparì un lupo grandissimo terribile e feroce, il quale non solamente divorava gli animali, ma eziandio gli uomini, intantochè tutti i cittadini istavano in gran paura, perocchè spesse volte s’appressava alla cittade, e tutti andavano armati quando uscivano della cittade, come se eglino andassero a combattere, e contuttociò non si poteano difendere da lui, chi in lui si scontrava solo; e per paura di questo lupo e’ vennero a tanto che nessuno era ardito d’uscire fuori della terra. Per la qual cosa, avendo compassione san Francesco agli uomini della terra, sì volle uscire fuori a questo lupo, benchè li cittadini al tutto non gliel consigliavano: e facendosi il segno della santissima Croce, uscì fuori della terra egli coi suoi compagni, tutta la sua confidenza ponendo in Dio. E dubitando gli altri d’andare più oltre, san Francesco prese il cammino inverso il luogo dov’era il lupo. Ed ecco che, vedendo molti cittadini, li quali erano venuti a vedere codesto miracolo, il detto lupo si fa incontro a san Francesco colla bocca aperta: ed appressandosi a lui, san Francesco gli fa il segno della santissima Croce, e chiamollo a sè e disseli così: Vieni qui, frate lupo; io ti comando dalla parte di Cristo che tu non facci male nè a me, nè a persona. Mirabile cosa! immantinente che san Francesco ebbe fatta la Croce, il lupo terribile chiuse la bocca, e ristette di correre: e fatto il comandamento, venne mansuetamente, come un agnello, e gittossi ai piedi di san Francesco a giacere. E allora san Francesco gli parlò così: Frate lupo, tu fai molti danni in queste parti, ed hai fatti grandi maleficii, guastando e uccidendo le creature di Dio, senza sua licenza: e non solamente hai uccise e divorate le bestie, ma hai avuto ardire d’uccidere gli uomini, fatti alla immagine di Dio; per la qual cosa tu degno se’ delle forche come ladro e omicida pessimo; e ogni gente grida e mormora di te, e tutta questa terra t’è nemica. Ma io voglio, frate lupo, far la pace fra te e costoro; sicchè tu non gli offenda più, ed eglino ti perdonino ogni passata offesa, e nè li uomini nè li cani ti perseguitino più. Dette queste parole, il lupo con atti di corpo e di coda e di occhi, e con inchinare di capo, mostrava d’accettare ciò che san Francesco dicea e di volerlo osservare. Allora san Francesco ripetè qui: Frate lupo, dappoichè ti piace di fare e di tenere questa pace, io ti prometto, che io ti farò dare le spese continuamente, mentre che tu viverai, dagli uomini di questa terra, sicchè tu non patirai più fame; imperciocchè io so bene che per la fame tu hai fatto ogni male. Ma poich’io t’accatto questa grazia, io voglio, frate lupo, che tu mi imprometta che tu non nocerai mai a nessuna persona umana, nè ad animale; promettimi tu questo? E il lupo con inchinare il capo fece evidente segnale che ’l prometteva. E san Francesco sì dice: Frate lupo, io voglio che tu mi facci fede di questa promessa, acciocch’io me ne possa bene fidare: e distendendo la mano san Francesco, per ricevere la sua fede, il lupo levò su il piè ritto dinanzi, e dimesticamente lo puose sulla mano di san Francesco, dandogli quello segnale di fede ch’egli potea. E allora disse san Francesco: Frate lupo, io ti comando nel nome di Gesù Cristo che tu venga ora meco, senza dubitare di nulla, e andiamo a fermare questa pace al nome di Dio. E il lupo ubbidiente se ne va con lui, a modo d’uno agnello mansueto; di che li cittadini vedendo questo, fortemente si maravigliavano. E subitamente questa novitade si seppe per tutta la cittade: di che ogni gente, maschi e femmine, grandi e piccoli, giovani e vecchi, traggono alla piazza a vedere il lupo con san Francesco. Ed essendo ragunato tutto il popolo, san Francesco si levò suso a predicare loro, dicendo tra l’altre cose come per li peccati Iddio permette cotali cose e pestilenze: e troppo è più pericolosa la fiamma dello inferno, la quale ha da durare eternalmente alli dannati, che non è la rabbia del lupo, il quale non può uccidere se non il corpo; quanto è dunque da temere la bocca dello inferno, quando tanta moltitudine tiene in paura e in tremore la bocca di uno piccolo animale? Tornate dunque, carissimi, a Dio, e fate degna penitenza dei vostri peccati; e Dio vi libererà dal lupo nel presente tempo, e nel futuro dal fuoco infernale. E fatta la predica disse san Francesco: Udite, fratelli miei: frate lupo, che è qui dinanzi da voi, m’ha promesso e fattomene fede di far pace con voi, e di non offendervi mai in cosa nessuna; e voi gli promettete di dargli ogni dì le cose necessarie; ed io v’entro mallevadore per lui, che ’l patto della pace egli osserverà fermamente. Allora tutto il popolo a una voce promise di nutricarlo continuamente. E san Francesco dinanzi a tutti disse al lupo: E tu, frate lupo, prometti d’osservare a costoro il patto della pace, che tu non offenda nè gli uomini, nè gli animali, nè nessuna creatura? E il lupo inginocchiasi, e inchina il capo: e con atti mansueti di corpo, e di coda, e d’orecchi dimostra, quanto è possibile, di volere servare loro ogni patto. Dice san Francesco: Frate lupo, io voglio che come tu mi desti fede di questa promessa fuori della porta, così dinanzi a tutto il popolo mi dia fede della tua promessa, e che tu non mi ingannerai della mia promessa e malleveria, ch’io ho fatta per te. Allora il lupo, levando il piè ritto, sì ’l pose in mano di san Francesco. Onde tra questo atto e degli altri detti di sopra fu tanta allegrezza e ammirazione in tutto il popolo, sì per la divozione del santo, e sì per la novitade del miracolo, e sì per la pace del lupo, che tutti incominciarono a gridare a ciclo, laudando e benedicendo Iddio, il quale avea loro mandato san Francesco, che per li suoi meriti gli avea liberati dalla bocca della crudele bestia. E poi il detto lupo vivette due anni in Agobio; ed entrava dimesticamente per le case, a uscio a uscio, senza fare male a persona, e senza esserne fatto a lui; e fu notricato cortesemente dalla gente; e andandosi così per la terra e per le case, giammai nessuno cane gli abbaiava dietro. Finalmente, dopo due anni, frate lupo si morì di vecchiaia: di che li cittadini molto si dolevano; imperocchè veggendolo andare sì mansueto per la cittade, si raccordavano meglio della virtù e santitade di san Francesco».
(da I Fioretti di San Francesco d'Assisi Capitolo XXI).

Striscia lo scandalo


Premesso. Non mi piace guardare la televisione. Premesso. Non mi piace parlare di televisione. Premesso. Non mi piace la trasmissione Striscia la Notizia; per via di quel senso di giustizialismo che ne esce, per quel prendere per forza in giro continuo e per quel dover far ridere a ogni costo e su ogni cosa. Premesso tutto questo. C’è però una faccenda che in quella trasmissione mi fa sempre pensare. A parte il fatto che oggi, è entrato nella quotidianità, quelli che subiscono un torto per spaventare il cattivo, non dicono "vado in tribunale... dai carabinieri...", piuttosto "chiamo Striscia la notizia" e farebbe pensare questo; e soprattutto da anni almeno una volta al giorno segnalano sempre uno scandalo: case occupate, discariche di rifiuti per strada, opere costosissime lasciate a metà, altre mai aperte o abbandonate per incuria, spese folli e smisurate, corruzione, ingiustizie, malasanità, responsabili pubblici che sono irresponsabili, ove non criminali. Da anni una volta al giorno ce n’è una nuova. Questo significa che sono una marea in Italia gli scandali. E questo dovrebbe portare a pensare anche che chi ha o ha avuto un ruolo di responsabilità in Italia—di qualunque parte politica—non fa o non ha fatto il suo dovere e ha pensato a altro, qualora sapesse pensare da essere umano. E se sono così tanti gli arbìtri, significa che sono pochi quelli che fanno il loro dovere e  ancor meno quelli chi devono controllare. Questo significa anche che abbiamo da sempre una classe politica inetta e gente al loro servizio altrettanto inetta. Questo significa ancora che noi poveri italiani siamo da quasi un secolo in mano a una banda di gente pessima e non c’è politicamente corretto che possa accorrere in loro difesa. Poveri italiani che per avere una minima difesa devono ricorrere a Striscia la Notizia e non allo Stato! E’ una situazione pesante. Come ne usciamo? Non ne usciamo. Semplice. E’ talmente corrotto il sistema che anche se cambi completamente tutte le persone ne arrivano altre uguali e in poco tempo esso diventa peggio di quello precedente. E’ un sistema che si autocorrompe per natura, continuamente, e si allontana sempre più dal popolo. C’è bisogno di uomini veri che lottano per un’ideale, e in Italia questi ci sono, ma non passano, oppure se passano quel sistema o li corrompe o li elimina. Per lo meno dobbiamo dedurre questo da quanto sopra. Qualcosa avrebbe potuto fare un’educazione cristiana, ma questa è stata abbandonata per seguire un’educazione libera, cioè inesistente e inconsistente. Laica e non confessionale. Consoliamoci allora pensando che viviamo come se la nostra povera Patria fosse stata invasa da un crudele Stato straniero che ci ha fatto schiavi e a lui dobbiamo dare tutto, senza ottenere niente. Il brutto è che se ora ci invade davvero il Califfo o il russo saranno dolori ancora più dolorosi. Preghiamo. Preghiamo. Preghiamo.
Il Pio

Ascoltare e sentire.

San Paolo diceva che la fede passa attraverso l’ascolto ( Fides ex auditu ). La fede non è infatti—fatti salvi casi particolarissimi—un'...