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Ricordati che devi morire.



Col Coranavirus tutti, nel giro di pochissimo tempo, abbiamo compreso che potrebbe essere possibile morire per il contagio di questa maledetta malattia. E che essa è tremenda e feroce. E abbiamo paura, giustamente. Una paura tremenda, spesso. Possiamo capire come si sentivano i nostri nonni, quando c’era il colera o la peste e non c’era l’Amuchina. Una difesa dall’epidemia, dicono, è stare a 1,82 centimetri gli uni dagli altri, lavarsi spesso le mani per almeno un minuto col disinfettante, non andare fuori Italia, non andare a messa, tossire sul fazzoletto… E si fa bene a fare così. Siamo in Quaresima: «polvere sei e polvere tornerai» ci è stato detto all’inizio, Mercoledì delle ceneri. Prendiamo tutte le precauzioni possibili e anche di più: non ci dobbiamo ammazzare da soli. Ma ricordiamoci sempre quel «polvere sei e polvere tornerai». Prima o poi moriremo, se non di Coranavirus come auguro a tutti i lettori, di vecchiaia, di tumore, sotto una macchina, sparati, con l’infarto, di ictus, col terremoto,… e, in quel momento finale, prima di andare davanti al Tribunale di Dio, dobbiamo essere sicuri di essere in grazia di Dio, senza peccati, con l’anima pulita. Non sappiamo quando arriverà quell’ora (tra un secondo o tra cento anni, chissà?) ma arriverà e dobbiamo trovarci così: ci conviene essere così. Perché è meglio andare in Paradiso piuttosto che all’Inferno. Qui ci si rimane per sempre, anche se non abbiamo preso mai il Coranavirus.

Il Pio

Forse una cosa...



Una cosa, forse, la possiamo imparare da questo fattaccio del Coranavirus. Non tutto viene per nuocere. Non mi riferisco ai nostri politici che hanno litigato tra loro (quello già lo sapevamo). Non mi riferisco che siamo i primi in Europa col numero di contagi (alcuni dicono perché siamo i più bravi guidati da bravi, altri dicono perché siamo i più somari guidati da somari: ma chi ha ragione? E chi lo sa?). Non mi riferisco nemmeno all’ipotesi forse fantascientifica, da qualcuno rappresentata che il virus sia stato inventato dai cinesi per sordidi motivi (non cambierebbe minimamente la situazione e poi i dietrologi ci sono sempre stati). Non mi riferisco neanche ai numerosi Vescovi che, accettando di sottomettersi agli ordini dei laici, hanno vietato le sante messe, le processioni e le preghiere pubbliche, prendendosi sicuramente la responsabilità di fronte a Nostro Signore (tra l’altro in questi casi rivolgersi all’Onnipotente, potrebbe essere la via più efficace, in passato si faceva così e qualche miracolo è arrivato). Tutta questa vicenda, però ci può insegnare una cosa, dicevo. Il dogma laico (anzi laicissimo e incontestabile, pena la derisione se non addirittura, l’esilio) che la Scienza sia sempre e ovunque onnipotente e risolva da sé tutti i mali della terra e che dunque l’uomo, misura di tutte le cose, si salva da solo senza dover ricorrere a quella maledetta superstizione medievale—l’oppio dei popoli per altri—della religione che tanti mali ha fatto, è, in questo momento per lo meno, un falso storico, cioè non è un dogma vero, cioè non è vero: è falsissimo. Senza la luce di Dio nei cervelli, l’unico passo che si fa di fronte all’ignoto, è la paura, che tra un po’ (forse) diverrà addirittura terrore. E quando non è la fede a illuminare i cervelli, ma il terrore le conseguenze saranno brutte per tutti.

Il Pio

Signore, non ci aiutare proprio!



In questa tremenda situazione che si chiama Coronavirus, mi pare che lo Stato stia facendo quello che può, e non è facile farlo. Certo potrebbe fare meglio, ma anche peggio. Anche in questa faccenda i politici si rimbalzano la responsabilità, ma è normale. In questa faccenda cosa hanno deciso alcuni vescovi? Chiudiamo subito le chiese, non diciamo le messe. A San Benedetto del Tronto, la città in cui vivo, nel 1855 era scoppiato un colera micidiale e numerosissime furono le vittime. Il popolo con a capo i suoi amministratori decisero di fare una novena all’Immacolata con tanto di processione. Forse sarà stato un caso, ma il colera sparì. Quando viveva Don Bosco, a Torino nel 1854, scoppiò un altro colera tremendo (che tra l’altro aveva anche previsto). Lui promise ai suoi ragazzi che se restavano in stato di grazia, non avessero peccato, avessero pregato, avessero portato una medaglietta e avessero ricevuto la sua benedizione, si sarebbero salvati dal colera: e così fu, nonostante moltissimi di loro andassero in giro a aiutare la gente ammalata e soprattutto contagiosa (senza mascherine ovviamente). Intere famiglie furono sterminate dal colera torinese, ma nessuno dei ragazzi dell’Oratorio salesiano morì (un caso anche questo?). Anche san Carlo Borromeo non la pensava diversamente e non chiuse le chiese e non sospese le messe, quando nel 1576 scoppiò la peste a Milano (lui era il Vescovo). La peste lo vide in prima linea a confortare i colpiti da questa malattia. Incurante del contagio, scende per le strade piene di appestati e avvicina e conforta chi può. Scende con l’Eucarestia da somministrare ai moribondi come viatico, accompagnato da pochissimi sacerdoti. Non smette di pregare e digiunare perché il flagello termini. Supplica Cristo per la sua Passione e organizza con i cittadini superstiti processioni penitenziali, soprattutto con la reliquia del Santo Chiodo custodita nella cattedrale, perché non gli tocchi più di aiutare ogni giorno persone a ben morire. Questi erano quelli che ci hanno preceduto, i cattolici, come si dovrebbe essere. E sono diventati santi. Oggi invece chiudiamo le chiese, sospendiamo messe e manco morti pensiamo di preparare processioni. E’ come dire «Signore sappiamo noi come salvarci, che metodo usare per uscire da questa situazione, tu non puoi fare nulla, qualora davvero esistessi!» E’ dunque l’uomo che salva se stesso e dunque il mondo. Ma questo non lo ha detto Gesù, ma quelle terribili ideologie che se non hanno ancora distrutto il mondo, hanno “ammazzato” milioni di cattolici.

Il Pio 

Ascoltare e sentire.

San Paolo diceva che la fede passa attraverso l’ascolto ( Fides ex auditu ). La fede non è infatti—fatti salvi casi particolarissimi—un'...