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Da niger...

 




Nel 1963 Edoardo Vianello cantava "i Watussi" nel cui testo più volte diceva "gli altissimi negri". La canzone fece un successo immenso, tant’è che si sente piacevolmente ancora oggi dopo 60 anni. Nel 1968 è la volta di Fausto Leali che cantava “Angeli negri”. Anche questa canzone divenne famosissima e, se ricordo bene, noti attori ci fecero sopra un simpaticissimo e spassosissimo sketch comico. Arriviamo nel 1975 e Marcella Bella canta “Negro” e dice di un ballo negro. Anche questa fu un grande successo. A voler tacere del Negro Spiritual. Queste canzoni me le ricordo bene e posso garantire che sono esistite  davvero avendole io sentire più di una volta
. Nessuno però per anni, aveva mai fatto obiezioni sull’argomento, né bianchi, né neri, né rossi, né gialli... come dire, cosa normale per tutti (e siamo passati anche in mezzo al '68 in cui si buttava e contestava tutto e tutto era fonte di rimproveri da parte dei giovani, ma nessuno ha mai pensato soltanto di contestare quelle canzoni). Prima ancora non si scherzava,  nel 1959 esce un film di Marcel Camus intitolato "Orfeo negro" e nessuno, nemmeno allora, si è scandalizzato. Oggi invece se pronunci in pubblico quella parola anche bonariamente, nel massimo della buona fede e senza l'intenzione di voler offendere nessuno, anzi solo se la pensi quella parola sei nei guai, subisci un linciaggio mediatico incredibile e non solo mediatico. Giusto, il razzismo è una pessima faccenda e guai a chi lo pratica con fatti e parole, costoro devono essere tutti stigmatizzati. Ma non credo che Marcel  Camus, Edoardo Vianello, Fausto Leali e Marcella Bella volevano esprimere concetti razzisti. E non penso che chi ha comprato i loro dischi, visto i loro film, decretandone il successo, fosse un razzista da KKK. E non mi risulta che dal 1959 il razzismo sia aumentato esponenzialmente in Italia fino all'epoca del politicamente corretto in cui il esso è scomparso. Nessuno allora ha fatto caso alla sfumatura linguistica. Oggi sì, se ne fa caso tantissimo, in maniera iperbolica e tutti siamo sull’argomento estremamente suscettibili, e questo non è proprio normale, almeno nei casi che vi ho raccontato. Se fate caso il popolo italiano, pur non essendo tutto razzista, qualche decennio fa non pensava che quella parola fosse segno inequivocabile di razzismo e di scandalo. Oggi sì. Cos'è cambiato in così poco tempo? Tutto. In particolare la cacciata di Dio dalle città e dai nostri cuori. E questo è l’ulteriore segno che ci vogliono portare a un pensiero unico a cominciare dai vocaboli che non si “devono” pronunciare (“la rivoluzione si fa anche con le parole”, diceva Peppone ai suoi). Io mi guarderò bene dal pronunciare quella parola, ci sono infatti migliori battaglie da combattere (anche se questa parola potrebbe passare ai Guardiani della Rivoluzione come un termine da guerrafondaio, ma non lo è perché quando dico “battaglia” io intendo esclusivamente la stessa che intendeva san Paolo, cioè la buona battaglia per conservare la fede, come è il titolo di questo Blog). E anche se Wikipedia non è proprio una fonte per specialisti, tuttavia la cito su questo argomento: “l termine italiano negro è etimologicamente equivalente all' aggettivo nero (dal latino niger / nigru(m)) e, in origine, aveva tale significato; esempi di quest'uso del termine si trovano tra l'altro in Petrarca, Ariosto e Carducci. L'uso del termine per riferirsi alle etnie di pelle scura è anch'esso attestato già nella letteratura del basso medioevo (per esempio nello stesso Petrarca, ma è diventato più comune in epoca coloniale, sia in italiano che in altre lingue (alcune delle quali lo hanno mutuato dall'equivalente spagnolo)”. Ma, lo capite? La questione non è lessicale, semmai propriamente ideologica. E questo dovrebbe essere per tutti noi, se siamo rimasti ancora normali, un problema grande. 

Il Pio

Guerra e miseria? Veramente?


Uscendo dal bar, c’era fermo un giovane di colore. Io cerco di dare loro sempre qualcosa: a volte 5 euro, oppure 2 euro, a volte 1 euro, altre volte 50, 20, 10 centesimi e ciò sulla base di quanto dispongo in quel momento, non in base all’umore o al grado di razzismo (i soldi io li do solo a quelli di colore, dunque il grado di razzismo è con me al valore di zero virgola zero). Stamattina avevo solo 10 centesimi da dare e con tutto il cuore quelli gli ho dato (se ne avevo di più gliene forse ne avrei dati di più, ma potevo anche tirare avanti senza guardarlo sulla faccia, come avevano fatto quelli prima di me, ovviamente). «Ciao, come stai?» gli dissi con lo sguardo cordiale. Quello mi guarda truce e mi ridà i soldi. Ho sùbito pensato di averlo umiliato e mi dispiaceva tanto aver commesso questa porcheria. «Poverino, ma che ho fatto?». Ma poi mi sono detto, «ma se quello è povero veramente si dovrebbe accontentare di tutto quello che gli arriva». Forse non conosce la Provvidenza o la sua religione non La prevede. Ma ancora di più, facendo bene mente locale, qui chi davvero è stato umiliato, sono stato io. Lui mi ha voluto umiliare, volutamente, coscientemente, non io a lui. Capite la differenza? Non bisogna generalizzare, è vero. Però mettendo questo singolo e marginalissimo episodio, unitamente agli altri numerosi che ti raccontano gente del mestiere e cioè di uomini africani che buttano il cibo per terra perché è da bambini o non gli piace, e bisogna correre a farne subito un altro, oppure ti tira addosso il sacchetto del Banco Alimentare perché è troppo poco,… uno capisce allora che non siamo proprio uguali, innanzitutto. E che c’è qualcosa che non va, ma non in noi (come dicono tutti, anche i saggi e i sapienti pure con la croce sul petto), ma in loro soprattutto. E che questa non può essere davvero gente “sfuggita dalla guerra e dalla miseria”. Mia nonna Dora spesso me lo raccontava cos’era la miseria e soprattutto quell’episodio del giovane soldatino inglese che era entrato a casa sua e vedendo per terra il piatto del gatto a cui era avanzato qualche rigatone al sugo, lo prese e si mangiò tutto con gusto. Questa è la guerra. Questa è la miseria. Questa è pure la povertà. Queste sono silenziose, umili, per lo meno per chi è stato educato in una certa maniera. E poi se uno a quei dieci centesimi “umilianti” aggiungesse altri 10 monete da 10 centesimi che altri nella giornata gli danno, un piccolo pezzo di pizza può uscire fuori. Per sfamarsi. 

Il Pio

Rosa è il padre, nera la madre...



Per caso ho potuto rivedere un pezzo di un cartone animato di quando ero bambino. In effetti era adatto ai bambini più piccoli di me, ma ogni tanto, dopo aver studiato, me lo andavo a vedere. A dire la verità mi annoiava non poco, ma ricordare i tempi della fanciullezza fa sempre piacere. Era la storia dei Barbapapà. Questa nacque in Francia agli inizi degli anni settanta, prima uscì a fumetti e poi a cartoni, e si diffuse in Italia e poi in altri Paesi. E’ stata considerata una delle prime opere portatrici di un messaggio ecologista. Rivedendolo da adulto quel cartone animato, mi sono accorto di alcuni altri aspetti. Barbapapà ha una famiglia. Lui, il padre, è colorato tutto di rosa. La madre invece, è tutta nera. (Allora rosa era il colore delle femmine e nero quello dei maschi, i grembiulini erano neri e rosa). Tra i figli c’è quello di colore rosso, Barbaforte che è lo sportivo della famiglia: combattivo e ribelle contro i soprusi. Tutti poi si possono trasformare nelle forme che vogliono e desiderano, quando e come vogliono e desiderano. Erano gli anni settanta. Basta riuscire a fare un forellino in un muro e da lì possono entrare piccoli e impercettibili messaggi, poi, ampliare via via il forellino non ci vuole tanta fatica, e così possono entrare messaggi più grandi. Il punto per noi, povero popolo sempre più indifeso e ormai abbandonato persino da una parte dei Pastori che amano più l’ecologismo, buonismo, modaismo e politicamentecorretismo, il punto per noi, è che dobbiamo stare attenti e cercare di costruire la nostra casa (o la nostra vita se preferite), sulla roccia e non sulla sabbia.  

Il Pio

Ascoltare e sentire.

San Paolo diceva che la fede passa attraverso l’ascolto ( Fides ex auditu ). La fede non è infatti—fatti salvi casi particolarissimi—un'...