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La differenza la fa l’uomo.






Finita l’Università il mio obiettivo era quello di fare il giudice: sentivo in me un senso della giustizia molto forte e poi mi piaceva studiare le leggi, leggere le sentenze,… Provai il concorso, ma prima dissi a Gesù: «se ti serve che faccia il Giudice, dammi per favore una mano, perché da solo non ce la posso fare». Il concorso andò male e mi dissi «allora non devo fare il giudice» e dopo un breve periodo da avvocato, ho fatto (e faccio) l’impiegato in una grande società. Ma mi sta bene: così sono riuscito lo stesso a vivere e campare bene la famiglia, altre velleità infatti, non le avevo (e non le ho) (carriera, potere, denaro,…). Per fare il giudice ci voleva una preparazione molto più elevata di quella che ero riuscito ad avere e dunque, salvo fortuna o aiuti dall’Alto, non avrei mai potuto superare quel concorso che è tra i più difficili in Italia. Però ancora oggi mi interessa tutto quello che riguarda la giustizia e spesso cerco di capire il motivo delle sentenze imprevedibili che si leggono sui giornali e che fanno scandalo in molti, ma che sono sicuramente corrette sotto il profilo dell’applicazione delle leggi. Ora si parla del referendum della separazione delle carriere e pare che in questo modo i problemi della giustizia si risolvano tutti. Io lo spero, ma ho i miei dubbi, perché a dirlo sono i politici e i giornalisti politici e di loro non mi fido. Ma anche perché la giustizia è amministrata dagli uomini e se essi sono “cattivi” il problema rimane. In tutte le cose la differenza la fa l’uomo: le cose funzionano se dietro ci sono uomini “buoni”, non funzionano se dietro ci sono uomini “cattivi”. Io lo dico sempre e so solo questo: anche nella giustizia c’entra Gesù e la fede. Se un uomo ha nel cuore Gesù svolge “bene” il suo lavoro, sia da impiegato, sia da politico, sia da giudice, sia da muratore, sia da casalinga, sia da professore,… E poi restiamo in attesa della Giustizia divina. 

Il Pio



L’assenteista professionista.

 


In molte aziende oggi c’è spesso la figura dell’assenteista professionista. E’ un dipendente che, se va bene, appare nei luoghi di lavoro due volte al mese, perché esercita tutti i diritti possibili e immaginabili che lo Stato concede al cittadino. Nel senso: non fa nulla di male, in punto di diritto, fa solo quello che può fare. Tutto legittimo, dunque. Però la mia testa mi segnala che questo modo di fare non è cosa buona e giusta. Certo, fortunatamente non siamo più nel 1800 in cui i lavoratori erano poco più che schiavi, senza diritti e senza tutele. Non siamo più negli anni ‘settanta in cui tra “padroni” e “sotto” c’erano sempre rapporti tesi e in forte contrasto. Oggi il lavoratore ha tutele e giusti diritti: e questa è stata una grande conquista sociale. Ma la mia testa mi continua a dire che quello che fa l’assenteista professionista non è corretto, giusto sicuramente, ma non corretto. Cosa dire? Si è passati in poco tempo dall’assenza assoluta di diritti all’abbondanza degli stessi e ci vuole un po’ di buon senso anche per esercitare il proprio diritto. Ma anche nel campo del lavoro c’entra la fede in Gesù Cristo. Papa Paolo VI diceva che un grave problema dei tempi moderni è la dissociazione, lo scollegamento, tra fede e vita, cioè la vita è una cosa, la fede un’altra che non c’entra con la prima. Perché chi è cristiano, Gesù, lo deve mettere sopra ogni cosa, sopra tutte le cose, sopra tutti i particolari della vita. Dunque, anche nel lavoro. E così c’è sempre un lavoro nel lavoro che rende vero il lavoro e questo è la fede che deve illuminare e spiegare anche questo mondo. Chi non ha fede viva pure tutto come più gli aggrada (e tutto per tornaconto): non è un problema, tanto così fan tutti o quasi tutti: il mondo ci dice di vivere così. Però io non vorrei mai vivere tutta la vita con un cuore come quello dell’assenteista professionista.

Il Pio

Il mondo è cattivo

  «Il mondo è cattivo!». Guareschi avrebbe risposto a questa affermazione che non è il mondo a essere cattivo: lui funziona come deve funzio...