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Tanto basterebbe anche oggi

Questa estate sono stato (finalmente) in Terra Santa. Era da quando io e mia moglie ci siamo sposati che ci volevamo andare, ma non ci è stata mai occasione (per certi versi, quasi come nel cartone animato “Up”). Invece questa estate siamo potuti andare. In sé e per sé, là i posti non sono belli, Roma è miliardi di volte superiore. Ma lì vedi luoghi dove è stato Gesù e i suoi amici (dove è nato, dove ha atteso gli apostoli, dove ha arrostito il pesce, dove è morto,…) e la faccenda assume tutta un’altra dimensione. E il cuore ti batte, come quando ti innamori…

Girando da diversi anni in ambienti clericali, più volte ho sentito la discussione del seguente problema. Chi fa catechismo o guida un gruppo, deve essere formato. Dunque: chi forma i catechisti? E chi forma i formatori dei catechisti? E chi, i formatori dei formatori dei catechisti? E chi, i formatori, dei formatori, dei formatori dei catechisti?... Il problema è infinito e così non si risolverà mai. Spesso infatti pensiamo che dobbiamo risolvere tutte le cose da noi, con le sole nostre forze. Eppure abbiamo tanti esempi contrari: duemila anni di testimonianze, esperienze, tradizioni, chiarimenti,… a cui però non vogliamo più attingere, pensando che il “nuovo” che avanza è sicuramente meglio del “vecchio” che non è in linea coi tempi di oggi. Ma il nuovo è proprio quello che crea i problemi infiniti, che ci fa credere che tutto deve essere elaborato da noi… E ci fa dimenticare al tempo stesso che noi dobbiamo essere nel mondo, ma non del mondo.

Pensavo a queste cose infatti, quando siamo andati a Cesarea. Qui gli Atti degli Apostoli (At. 11, 1-48) riportano l’episodio in cui Pietro incontra Cornelio, “un centurione della Coorte italica”. Dopo quell’incontro Cornelio viene battezzato. Pensiamo un attimo a questo episodio. Cornelio era un centurione, cioè uno che governava e teneva sull’attenti cento soldatacci (che non erano certo crocerossine), era anche di elevata cultura perché proveniva dalla famiglia Cornelia, dunque una persona a cui di certo non gli si mangiava facilmente la pappa in testa. Una persona cioè, che non era semplice ingannare o raggirare.

Pietro, da parte sua, era un semplice pescatore, un po’ straccione, probabilmente di scarsissima eloquenza, di bassa cultura, era anche quello che di fronte a una servetta pettegola, aveva rinnegato il suo migliore amico, Gesù, prima che il gallo cantasse in quella drammatica notte. Fra Cornelio e Pietro chi doveva cedere, sarebbe dovuto essere quest’ultimo, se ci limitiamo a ragionare da uomini di mondo, alla luce del “nuovo” di cui sopra. Invece è avvenuto il contrario. Il prode Cornelio, dopo l’incontro con Pietro, si converte e viene battezzato, rinunciando a quello che fino ad allora aveva considerato vero. E di casi simili nella storia della Chiesa ce ne sono a iosa.

I martiri e i testimoni della fede, fino a poco tempo fa, non aspettavano le linee guida per fare i cristiani. Non aspettavano che si riunissero Commissioni e uscissero documenti. Quelli conoscevano il catechismo (e lo conoscevano bene, perché gli veniva insegnato tutto, senza annacquamenti, ricami e tagli). Sapevano cosa fosse il peccato e il male. Sapevano cosa fosse la Tradizione cattolica. Avevano famiglie cattoliche che pregavano insieme e che avevano a cuore la loro educazione. E intorno a loro, pur in mezzo a guerre, violenze, malattie, cattiverie, ignoranza, fame e povertà (come oggi), il mondo era semplicemente cristiano. E tanto gli bastava. E tanto bastava davvero. E tanto basterebbe anche oggi. Se avessimo fede quanto un granello di senape.

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