Etichette

L’assenteista professionista.

 


In molte aziende oggi c’è spesso la figura dell’assenteista professionista. E’ un dipendente che, se va bene, appare nei luoghi di lavoro due volte al mese, perché esercita tutti i diritti possibili e immaginabili che lo Stato concede al cittadino. Nel senso: non fa nulla di male, in punto di diritto, fa solo quello che può fare. Tutto legittimo, dunque. Però la mia testa mi segnala che questo modo di fare non è cosa buona e giusta. Certo, fortunatamente non siamo più nel 1800 in cui i lavoratori erano poco più che schiavi, senza diritti e senza tutele. Non siamo più negli anni ‘settanta in cui tra “padroni” e “sotto” c’erano sempre rapporti tesi e in forte contrasto. Oggi il lavoratore ha tutele e giusti diritti: e questa è stata una grande conquista sociale. Ma la mia testa mi continua a dire che quello che fa l’assenteista professionista non è corretto, giusto sicuramente, ma non corretto. Cosa dire? Si è passati in poco tempo dall’assenza assoluta di diritti all’abbondanza degli stessi e ci vuole un po’ di buon senso anche per esercitare il proprio diritto. Ma anche nel campo del lavoro c’entra la fede in Gesù Cristo. Papa Paolo VI diceva che un grave problema dei tempi moderni è la dissociazione, lo scollegamento, tra fede e vita, cioè la vita è una cosa, la fede un’altra che non c’entra con la prima. Perché chi è cristiano, Gesù, lo deve mettere sopra ogni cosa, sopra tutte le cose, sopra tutti i particolari della vita. Dunque, anche nel lavoro. E così c’è sempre un lavoro nel lavoro che rende vero il lavoro e questo è la fede che deve illuminare e spiegare anche questo mondo. Chi non ha fede viva pure tutto come più gli aggrada (e tutto per tornaconto): non è un problema, tanto così fan tutti o quasi tutti: il mondo ci dice di vivere così. Però io non vorrei mai vivere tutta la vita con un cuore come quello dell’assenteista professionista.

Il Pio

Ma che cultura!

 


Già diverse persone cominciano ad intravedere, entro qualche decennio, un duro scontro, nel nostro Paese, con l’Islam. I prodromi sembrano vedersi anche oggi. Quando si parla di questo argomento si mette sempre, come difesa, il far prevalere la nostra “cultura cristiana”. Ma ci si deve domandare di che cultura parliamo? C’è davvero? Perché io non la vedo: nella politica, nell’arte, nei libri, nello sport,… e se mi si passa il raffronto, neanche nelle stesse parrocchie. Pure molti capi della Chiesa sembrano aver dimenticato questa cultura che un tempo unificava tutta l’Europa. Essa non è la nostra cultura attuale, ma del passato (purtroppo) ormai sepolto.  Oggi possiamo parlare solo di cultura della scristianizzazione, ormai quasi conclusa. Cultura cristiana, peraltro, che è anche disprezzata e odiata da tantissimi italiani ed europei, mentre molti altri vivono nell’agnosticismo più bieco e cieco. Che cultura è se non è patrimonio di tutti o quanto meno, della maggioranza? Come ci salveremo dall’Islam se la nostra unica forza è il “politicamente corretto”, che è la base della nostra attuale cultura e che è peggio di quanto ci si possa immaginare? Se nascerà davvero quello scontro, saremo sicuramente perdenti, se le cose rimangono così. La Storia ci potrebbe insegnare qualcosa, ma chi se la ricorda, anzi chi l’ha mai studiata? E poi essa—quella vera—non è politicamente corretta. Solo una cultura cristiana vivificata dalla Fede in Gesù Cristo può almeno farci rendere conto della situazione e può impegnare, chi comanda, a prendere le giuste misure e noi, umile popolo di Dio, a pregarLo seriamente di salvarci da una guerra furiosa. Se lo meritiamo, naturalmente. 

Il Pio

Dio ha (davvero) bisogno degli uomini.

«Dio ha bisogno degli uomini» ("Dieu a besoin des hommes") è un film del 1950, diretto da Jean Delannoy, tratto dal romanzo di Henri Queffélec «Un Recteur de l'île de Sein». Il titolo del film fece storcere la bocca ad alcuni in quanto non è vero, ma è vero il contrario: sono gli uomini che hanno bisogno di Dio. Tuttavia, se ricordiamo un po’ la pedagogia di Nostro Signore, possiamo facilmente osservare che Dio vuole la nostra totale collaborazione, altrimenti non fa nulla (di solito). Pensiamo all’affresco di Michelangelo della Creazione di Adamo: è lui-Adamo-che deve accettare di alzare la falangetta e toccare il dito di Dio per avere la vita. Pensiamo anche ai miracoli, senza la nostra fede e le preghiere nostre o dei nostri amici e parenti, essi normalmente non avverrebbero. Pensiamo all’Incarnazione: Maria ha dovuto dire il suo Fiat il suo Sì, ha dovuto collaborare volontariamente al progetto di Dio. Pensiamo anche alla delega in bianco che Nostro Signore ha dato agli uomini per fare figli: ben poteva ad esempio, continuare a crearli Lui, come aveva fatto con Adamo ed Eva, oppure farli nascere da sé o dagli alberi, ad esempio, ma ha voluto la nostra totale collaborazione (con tutto quello che comporta!). Pensiamo anche ai miracoli della moltiplicazione dei pani e dei pesci descritti nel Vangelo: cosa ci voleva a Gesù creare dal nulla pane e companatico per tutti (Lui che faceva risorgere i morti!). Eppure, ha voluto la collaborazione di chi aveva un po’ di cibo e glielo dava spontaneamente e gratuitamente, per operare un miracolo straordinario. E poi pensiamo a come Gesù ci ha detto che dobbiamo collaborare per il Suo Regno, portando la Buona novella a tutti, aiutando i bisognosi, creando opere buone nella realtà quotidiana... Dio Onnipotente potrebbe fare a meno degli uomini per fare tutto quello che serve nel mondo; come potrebbe anche abbandonarci a noi stessi, ingrati e infedeli (come meriteremmo!). Ma continua lo stesso a chiedere la nostra collaborazione, spontanea e gratuita. Allora è vero che Dio ha bisogno degli uomini. Ma a vantaggio del mondo e di tutti gli uomini. Tocca a noi cattolici collaborare con Lui, ben sapendo che di questo argomento dovremmo rendicontare innanzi al Tribunale di Dio quando sarà scaduto il nostro tempo. E da questa collaborazione dipenderà,-molto probabilmente-se andremo in Paradiso o all’Inferno.


Il Pio

L’assenteista professionista.

  In molte aziende oggi c’è spesso la figura dell’assenteista professionista. E’ un dipendente che, se va bene, appare nei luoghi di lavoro ...